Clima, in Italia centinaia le stazioni sciistiche fantasma
di Fiammetta Cupellaro265 impianti chiusi o aperti “a singhiozzo”. Ex hotel sulle Alpi e gli Appennini abbandonati, villaggi in quota mai utilizzati, seggiovie arrugginite, funivie dismesse, stazioni di risalita dove non risale più nessuno. Immagini di un modello turistico in crisi
Il cambiamento climatico sta letteralmente facendo sciogliere la neve sotto i piedi. Mentre la montagna spopola tra le mete più desiderate per le vacanze invernali, soprattutto durante il periodo di Capodanno e i grandi consorzi cercano di ampliare l’offerta per attrarre sciatori, le piccole stazioni sciistiche davanti alle temperature che si alzano insieme ai costi per la neve artificiale, invece chiudono. Altre cercano di sopravvivere tenendo aperta solo una parte degli impianti di risalita, altre ancora soprattutto lungo l’Appennino hanno messo fuori il cartello “temporaneamente chiuso per scarsità di neve” e ci sono luoghi dove sono stati smontati perfino i piloni delle vecchie seggiovie.
La mappa gli impianti abbandonati
Basta guardare i dati pubblicati nel report di Legambiente Nevediversa che analizzando l'impatto della crisi climatica sulle montagne italiane, documenta che il numero degli impianti sciistici dismessi 265, sono raddoppiati rispetto al 2020 quando ne erano stati censiti 132. Piemonte (76), Lombardia (33), Abruzzo (31) e Veneto (30) sono le regioni ad oggi con più strutture dismesse e che risentono, insieme al resto della Penisola, di una crisi climatica che anche in montagna lascia sempre più il segno, con nevicate in diminuzione e un turismo invernale che diventa più costoso e in alcuni casi di lusso: uno skipass costa in media da 55 a 85 euro al giorno, a persona. E questo solo per accedere alle piste. In questa mappa delle neve che non c’è e compiano anche gli edifici fatiscenti, 78 luoghi abbandonati tra le nostre montagne, tra ex hotel per sciatori e villaggi in quota mai utilizzati, seggiovie arrugginite, funivie dismesse, stazioni di risalita dove non risale più nessuno. Immagini che raccontano un modello turistico in crisi, ma ancora senza una vera strategia di adattamento.
La bidonvia di Pian dei Fiacconi sulla Marmolada
Se le montagne italiane potessero parlare, probabilmente racconterebbero il collasso dei ghiacciai e quello drammatico della Marmolada, lo zero termico che si sposta sempre più in alto, le conifere sottoposte alle tempeste tropicali che vengono da sud, i parassiti. E non è un caso che come immagine scelta per la copertina di Nevediversa 2025 sia la bidonvia di Pian dei Fiacconi versante nord della Marmolada appunto, la regina delle Dolomiti. Impianto chiuso nel 2019 è stato travolto da una valanga nel 2020 che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il gestore insieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una petizione per far rimuovere le tracce degli impianti in disuso. Ad oggi in quota rimane quella struttura abbandonata e sventrata dal pesante impatto paesaggistico in un’area montana patrimonio Unesco.
La storia di “Céüze 2000”
É il dramma di chi vive in alta quota la crisi climatica. Lì dove l’ industria dello sci per decenni ha portato benessere alle comunità montane e che ora si trovano a dover invitare di nuovo il proprio futuro. Economico e sociale. Qualcuno ci riesce altri no, come la stazione sciistica di “Céüze 2000” nelle Alpi francesi nel dipartimento delle Hutes Alpes sopra la città di Gap a duemila metri, la cui storia è stata appena raccontata da The Guardian come simbolo della montagna che sta diventando sempre più fragile.
Sì perché se si allarga lo sguardo anche alle Alpi francesi e svizzere attraverso l’analisi dei dati di Mountain Wilderness Francia sono stati censiti 186 impianti abbandonati definitivamente in 56 siti lungo le Alpi francesi, mentre in Svizzera da anni risultano dismesse 55 skilift e funivie. Un segno che la crisi colpisce ovunque in Europa. Racconta The Guardian: “Céüze 2000 chiuse alla fine della stagione 2018, e i lavoratori pensavano che sarebbero tornati l'inverno successivo. Le mappe delle piste venivano lasciate impilate accanto a una cucitrice; l’elenco del personale appuntellato al muro". La stazione sciistica di Céüze, nelle Alpi meridionali francesi, era aperta da 85 anni ed era una delle più antiche del Paese. Ora è chiusa per sempre troppi gli anni senza neve.
La legge francese impone lo smantellamento
La demolizione di Céüze è iniziata il 4 novembre 2025, un mese prima dell'inizio della stagione sciistica. Gli impianti di risalita del comprensorio sono stati rimossi perché la legge francese impone la rimozione e lo smantellamento degli impianti di risalita non più in uso. Scrive ancora The Guardian: “La legge si applica tuttavia solo agli impianti di risalita costruiti dopo il 2017. La maggior parte di essi ha una durata di 30 anni, quindi nessun impianto sarà considerato obsoleto fino al 2047. Il processo è anche costoso: lo smantellamento di Céüze costerà 123mila euro. Ciò significa che la maggior parte delle infrastrutture sciistiche abbandonate viene lasciata a disintegrarsi sul posto. Ciò che sta accadendo a Céüze è raro”.
Dove c’era la seggiovia crescerà una foresta
Con i piloni sgomberati e la stazione sciistica chiusa da sette anni, si vedono già i primi segni di ripresa ecologica. Rinate le bacche invernali della rosa canina germogliano dove la pista non viene più tagliata. importante alimento invernale per uccelli come il raro gracchio corallino, e i loro steli spinosi vengono utilizzati per la costruzione del nido in primavera. In estate, orchidee e genziane gialle fioriscono su questi pendii. Le colline che circondano il sito sono classificate Natura 2000, il che significa che ospitano la fauna selvatica più rara e protetta d'Europa. Anche gli alberi stanno ricrescendo. Forse dove c’era la neve tra 20 o 50 anni, ci sarà una foresta. In un ambiente più tranquillo è tornata anche il gallo cedrone, una specie a rischio estinzione. Si ripara dal freddo intenso scavando nella neve: preferisce quella farinosa e profonda. Proprio come gli sciatori che non ci sono più.