Le Nazioni Unite dichiarano lo stato di “bancarotta idrica globale”
di Mara MagistroniIl consumo di acqua supera la rigenerazione naturale, con danni ormai irreversibili a riserve come ghiacciai e falde acquifere e conseguenze economiche e per la sicurezza umana
Il nostro pianeta è ufficialmente entrato in una fase di "bancarotta idrica globale". A lanciare questo allarme senza precedenti è lo United Nations University Institute for Water, Environment and Health (Unu-Inweh) che nel suo ultimo rapporto spiega che abbiamo smesso di limitarci a consumare il reddito annuale di acqua dolce e abbiamo iniziato a intaccare pesantemente i risparmi accumulati in ere geologiche dentro ghiacciai e falde acquifere. Termini come "stress" o "crisi", quindi, non sono più adatti a descrivere la situazione in cui si trova il pianeta, perché questa non è più temporanea o reversibile: i sistemi hanno subìto danni così profondi da non poter più tornare ai livelli di un tempo.
“Bancarotta" è una diagnosi, non solo una metafora
Nel rapporto, i tecnici dell’Unu-Inweh usano la parola “bancarotta” non tanto per una scelta di parole a effetto, ma più come una definizione scientifica che poggia su due concetti chiave: l'insolvenza e l'irreversibilità. L'insolvenza idrica scatta nel momento in cui il consumo di acqua supera costantemente la capacità della natura di rigenerare le scorte. L'irreversibilità, invece, subentra quando il danno al capitale naturale diventa permanente (come quando un ghiacciaio scompare del tutto) su scala umana. La bancarotta, insomma, è ciò che resta dopo che la crisi è diventata una condizione definitiva e costante.
Un sistema “in rosso”
I numeri del report dipingono un quadro di sovrasfruttamento impressionante. Se guardiamo alla sicurezza umana, si scopre che quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in paesi classificati come insicuri dal punto di vista idrico: oltre due miliardi di persone non hanno accesso sicuro all’acqua potabile e ben quattro miliardi soffrono di grave scarsità per almeno un mese all'anno. Anche le riserve superficiali si stanno prosciugando: sempre più fiumi faticano ad arrivare al mare, mentre dagli anni '90 a oggi più della metà dei grandi laghi mondiali ha perso volume, danneggiando direttamente un quarto dell'umanità.
Ancora peggiore è la situazione delle zone umide: oltre 400 milioni di ettari — una superficie grande quanto l'intera Unione Europea — sono scomparsi in mezzo secolo, per un danno stimato in migliaia di miliardi di dollari ogni anno. Sotto i nostri piedi, la situazione non è migliore. Le falde acquifere, che garantiscono la metà dell'acqua che usiamo in casa e gran parte di quella impiegata in agricoltura, sono in declino nel 70% dei casi. Questo prelievo eccessivo sta facendo sprofondare il terreno in molte parti del mondo: la cosiddetta subsidenza del suolo interessa ormai sei milioni di chilometri quadrati e mette a rischio due miliardi di persone che vivono in regioni dove la terra sprofonda anche di 25 centimetri all'anno. Anche i ghiacciai si stanno arrendendo, con una perdita di massa del 30% dal 1970 che mette a rischio la sicurezza alimentare globale. Basti pensare che un'area di terre irrigate vasta quanto Francia, Spagna, Germania e Italia messe insieme si trova oggi in uno stato di stress idrico estremo.
La siccità come prodotto umano
Un punto fondamentale sollevato dal rapporto è che la siccità non è più soltanto un evento meteorologico avverso, ma è diventata "antropogenica". In altre parole il deficit di acqua è causato direttamente dalle attività umane, come la deforestazione, l'inquinamento e il riscaldamento globale. Tutto questo ha un peso economico enorme, con costi legati alla siccità che toccano i 307 miliardi di dollari l'anno, una cifra che supera il prodotto interno lordo di gran parte dei paesi membri dell'Onu.
Una questione di giustizia e cooperazione
La bancarotta idrica non colpisce tutti allo stesso modo e solleva un'enorme questione di giustizia sociale, e a pagare il prezzo più alto sono i piccoli agricoltori, le comunità indigene e le donne. Gestire questa situazione richiede coraggio politico - sottolinea il rapporto - per proteggere i più vulnerabili e condividere equamente le inevitabili perdite. Tuttavia, secondo il rapporto, l'acqua può ancora diventare un ponte per la cooperazione internazionale poiché ogni nazione ne ha un bisogno vitale. Le prossime conferenze delle Nazioni Unite nel 2026 e nel 2028 saranno momenti cruciali per resettare la gestione globale. "La gestione della bancarotta richiede onestà, coraggio e volontà politica - commenta lo scienziato ambientale Kaveh Madani, tra gli autori del report - Non possiamo ricostruire ghiacciai scomparsi o rigonfiare falde acquifere fortemente compromesse. Ma possiamo impedire un'ulteriore perdita del nostro capitale naturale residuo e riprogettare le istituzioni per adattarle ai nuovi limiti idrogeologici". Ammettere la bancarotta, conclude l’esperto, non è un atto di resa, ma un gesto di onestà necessario per ricominciare a proteggere ciò che resta del nostro tesoro più prezioso.