il risiko delle competenze
Dalla Cina all’Europa, il confronto globale indica nel capitale umano il fattore abilitante per rendere operativi gli obiettivi climatici. La ricerca Climate Goals della Fondazione Maire - ETS, realizzata con Ipsos, mette al centro competenze, formazione e capacità di esecuzione in 14 Paesi su 4 continenti
in collaborazione con Maire
Dalla Cina all’Europa, il confronto globale indica nel capitale umano il fattore abilitante per rendere operativi gli obiettivi climatici. La ricerca Climate Goals della Fondazione Maire - ETS, realizzata con Ipsos, mette al centro competenze, formazione e capacità di esecuzione in 14 Paesi su 4 continenti
in collaborazione con Maire
di Vito de Ceglia
La transizione energetica procede a velocità diverse nel mondo. In alcuni Paesi è già parte di una strategia industriale, in altri resta un obiettivo condiviso che fatica a tradursi in azione. A fare la differenza, oltre a tecnologie e investimenti, è la capacità di preparare le persone chiamate a governare il processo.
È questo il focus di Climate Goals, la ricerca con cui Fondazione Maire analizza dal 2023 il livello di
consapevolezza della transizione, la comprensione dei suoi obiettivi e, soprattutto, la percezione dell'urgenza di sviluppare competenze adeguate.
L'edizione 2025, realizzata con Ipsos su un campione di oltre 2.300 profili qualificati, prende in esame 14 Paesi su quattro continenti: dall'Europa (Italia e Regno Unito) agli Stati Uniti, dalla Cina e dall'India ai Paesi del Golfo, fino all'America Latina e all'Asia centrale. Qatar e Argentina sono i nuovi ingressi.
La transizione energetica è ormai un tema noto nella maggior parte dei Paesi analizzati. A variare è il peso che le viene attribuito nelle scelte pubbliche e nelle agende nazionali.
In Asia e in altre aree del mondo, la transizione assume una valenza più strategica. In Cina il 58% degli intervistati la considera centrale per il futuro del Paese, mentre valori ancora più elevati si registrano in India e in Turchia (70%) e nei Paesi del Golfo: Arabia Saudita (62%), Emirati Arabi Uniti (65%) e Qatar (67%).
Negli Stati Uniti la quota raggiunge il 60%, ma l’impatto delle recenti discontinuità nelle politiche ambientali rendono più difficile trasformare questa attenzione in fatti concreti. L’Europa, rappresentata da Italia (57%) e Regno Unito (59%), si colloca invece in una fascia intermedia, con un riconoscimento diffuso del tema ma una risposta poco omogenea. All’estremo opposto si trova l’Argentina (34%).
Al centro della transizione c’è il capitale umano. In tutti i Paesi analizzati cresce la domanda di competenze tecniche legate alle fonti rinnovabili, alla valutazione degli impatti ambientali e all’economia circolare. Accanto a queste, emerge in modo trasversale la richiesta di soft skills – come problem solving, creatività, pensiero critico e approccio multidisciplinare – considerate decisive per gestire processi complessi e interconnessi. L’integrazione tra competenze tecniche e trasversali è ritenuta un fattore abilitante per rendere operativi gli obiettivi climatici. A variare, da Paese a Paese, sono il peso attribuito ai profili professionali che servono per affrontare il cambiamento e le modalità con cui i sistemi educativi li formano.
Cina e Qatar si distinguono per un approccio più integrato alla transizione, in cui investimenti, filiere industriali e formazione avanzano in modo coordinato.
In Cina il 52% degli intervistati ritiene che il Paese sia in una posizione avanzata nel percorso di transizione, rispetto a una quota marginale (4%) che lo considera in ritardo. Anche in Qatar la percezione è positiva, con oltre la metà del campione (51%) che colloca il Paese su un livello comparabile o favorevole rispetto agli altri.
Negli Stati Uniti il quadro appare più diviso: il 33% valuta il Paese in una posizione avanzata, mentre il 35% lo colloca ancora in ritardo. Una polarizzazione che riflette il dinamismo del mercato, ma anche la percezione di discontinuità nelle politiche ambientali da parte del governo.
In Europa l’impegno sulla transizione è condiviso, ma non sempre si traduce in risultati visibili. Nel Regno Unito il 29% degli intervistati esprime una
valutazione positiva del posizionamento nazionale; in Italia la quota scende all’8%, con il 45% che segnala un ritardo rispetto agli altri Paesi.
Nel confronto internazionale, il posizionamento intermedio dell’Italia dipende soprattutto da un fattore di metodo. La domanda di competenze per la transizione è riconosciuta, ma non genera ancora un senso di urgenza condiviso tra cittadini, istituzioni e sistema formativo, come indica la distanza tra priorità individuale e priorità nazionale. Educazione e cultura restano così ai margini delle politiche di transizione. Questo scarto tra consapevolezza diffusa e capacità di attivare percorsi formativi strutturati limita lo sviluppo di competenze multidisciplinari adeguate a governare il cambiamento. Il rischio riguarda la tenuta del capitale umano, più che la disponibilità di soluzioni tecnologiche.
Nei Paesi in cui il tema della transizione è percepito come centrale – India (71%), Arabia Saudita (62%), Cina (57%) ed Emirati Arabi Uniti (55%) – emerge un maggiore protagonismo delle istituzioni pubbliche nel guidare strategie e investimenti di lungo periodo.
Dove la transizione è considerata rilevante ma non dominante - come in Italia (53%), Regno Unito (51%) e Stati Uniti (48%) - il quadro risulta più distribuito. In questi contesti il ruolo delle imprese emerge con maggiore forza, in particolare sul fronte dell'innovazione e dello sviluppo delle competenze, mentre l'azione pubblica appare più frammentata.
In molti Paesi la transizione green emerge come un moltiplicatore di benefici economici e occupazionali, in altri molto meno. In Cina (43%), India (39%) e Arabia Saudita (37%) è indicata come una delle principali opportunità per la creazione di nuovi posti di lavoro; la quota scende in Europa e negli Stati Uniti (34%). Oltre all’occupazione, in alcuni Paesi - come in Qatar (26%) e Algeria (30%) - il valore della transizione è legato allo sviluppo di politiche energetiche e ambientali.
Sul fronte delle criticità, il nodo principale che emerge dagli intervistati è il coinvolgimento degli attori coinvolti - imprese, istituzioni e cittadini -, indicato come una delle sfide più rilevanti in Cina (35%), India (32%) e Kazakhstan (31%). Negli Stati Uniti e in Europa, invece, le difficoltà percepite si concentrano sull’implementazione delle nuove infrastrutture e sulla capacità di tradurre le strategie in interventi operativi.
La transizione non è percepita ovunque allo stesso modo sul piano dei costi. Nel breve periodo, solo una minoranza degli intervistati ritiene che i benefici siano superiori: la quota varia dal 28% in Cina al 37% in Italia fino al 46% nel Regno Unito.
Lo scenario cambia però guardando al medio-lungo termine. In Cina il 53% degli intervistati ritiene che i benefici supereranno i costi, così come in India (45%) e negli Stati Uniti (52%). Anche in Europa le aspettative migliorano: in Italia e nel Regno Unito oltre la metà del campione prevede un saldo positivo nel tempo.
Le eccezioni restano i Paesi con minore fiducia nella capacità di trasformare
gli investimenti in ritorni strutturali. In Argentina, ad esempio, solo il 41%
si aspetta benefici superiori ai costi nel lungo periodo,