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Le microplastiche stanno trasformando le nostre acque in trappole tossiche

L’inquinamento da microplastiche distrugge l'equilibrio acquatico eliminando gli organismi "giardinieri". L'alternativa bio riduce i danni agli ecosistemi

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Se per decenni abbiamo pensato che a mettere a rischio gli ecosistemi acquatici fossero per lo più gli scarichi industriali e il deflusso dei fertilizzanti agricoli, da qualche tempo sappiamo che c’è molto di più: la plastica derivata dal petrolio non inquina solo visivamente, ma sta destabilizzando profondamente quei delicati equilibri. A ribadirlo, ora, anche un recente studio condotto dall'Università della California a San Diego e pubblicato sulla rivista Communications Sustainability, che ha rivelato anche in che modo la massiccia presenza di microplastiche metta in crisi gli ambienti acquatici, attraverso un effetto a cascata.

L’equilibrio spezzato

Stando a quanto osservato dai ricercatori anche in contesti sperimentali (hanno confrontato diversi tipi di plastiche in 30 stagni artificiali per 3 mesi), le microplastiche - minuscoli frammenti ormai onnipresenti che sono stati rinvenuti persino nel sangue umano e in organi vitali come il cervello e i polmoni - sono la causa del crollo delle popolazioni di zooplancton, ossia l’insieme di piccolissimi animali che vivono in sospensione nella colonna d’acqua. Questi organismi, per quanto minuscoli, svolgono però un ruolo ecologico cruciale, nutrendosi di alghe (fitoplancton) e regolandone la crescita: senza di loro, le alghe proliferano in modo incontrollato. È l’innesco di una cascata di eventi che ha ripercussioni sull’intero ecosistema.

Tossine e mancanza di ossigeno

Tra le conseguenze c’è l’aumento della frequenza di fioriture algali nocive, come le cosiddette maree rosse, che producono tossine che alzano la mortalità di migliaia di specie acquatiche e che possono nuocere anche all’essere umano, tanto da costringere le autorità a interdire l’accesso a spiagge o interi laghi per i possibili rischi per la salute.

Inoltre, la perdita di biomassa di zooplancton “giardinieri” - secondo gli esperti - contribuisce al fenomeno dell’eutrofizzazione. In pratica, troppi nutrienti e troppe alghe, che non sono più predate dallo zooplancton, portano a un aumento dell’attività batterica (anche i tipi di batteri cambiando in relazione al tipo di inquinamento ma non è chiaro il motivo) e quindi a processi che consumano molto dell’ossigeno presente nell'acqua. Questo crea delle vere e proprie zone morte o fenomeni di ipossia (mancanza di ossigeno), dove pesci e altre creature acquatiche non possono più sopravvivere.

"Vediamo tutta questa plastica là fuori, ma come sta cambiando le popolazioni di alghe, batteri, uccelli marini o pesci? Non lo sappiamo davvero", ha commentato Jonathan Shurin, autore principale dello studio. "Sappiamo che le fioriture di alghe sono in parte dovute all'inquinamento da nutrienti, ma questo studio dimostra che alcune di quelle che vediamo in tutto il mondo potrebbero essere dovute in parte anche agli effetti della plastica sugli animali che normalmente controllano le alghe".

Bio è meglio, anche quando è inquinamento

La ricerca offre, comunque, una piccola nota meno negativa. Gli scienziati, infatti, hanno confrontato gli effetti dell’inquinamento da microplastiche derivate dal petrolio con quello da microplastiche biodegradabili, che sono spesso derivate proprio da molecole (lipidi) delle alghe. Queste ultime hanno mostrato un impatto molto più limitato sullo zooplancton e sulle comunità microbiche. Nelle vasche sperimentali dove sono state utilizzate le bioplastiche, infatti, le fioriture algali sono state rare e la popolazione di piccoli animali acquatici è rimasta molto più stabile rispetto alle vasche d’acqua inquinate da plastica tradizionale.

Sebbene l'impatto ecologico delle microplastiche sia ancora un campo di studio giovane, i dati finora disponibili indicano le microplastiche derivate da petrolio come le più dannose per l’ambiente e la salute anche umana e che la transizione verso materiali bioplastici, già oggi utilizzati per diversi prodotti di consumo, potrebbe perlomeno mitigare i pericoli ambientali e proteggere l'integrità di fiumi, laghi e oceani. Il prossimo passo sarà quello di testare diversi tipi di plastiche biodegradabili (tra cui la "plastica vivente", quella che contiene spore batteriche che degradano il materiale al termine del suo ciclo di vita) per verificarne l’impatto ambientale.