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La storia

Cristina Mittermeier: “Natura e popoli tribali, fotografo il mondo che vorrei”

Cristina Mittermeier
Cristina Mittermeier 

La denuncia della fotografa e biologa messicana: “Siamo vicini al collasso, ma credo nelle nuove generazioni e coltivo una speranza per il futuro del pianeta, che vedo però cambiare vorticosamente sotto i miei occhi”. Ottanta suoi scatti sono in mostra fino al 6 aprile alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo a Vicenza

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La danza dei capodogli, il banchetto degli squali nel mare delle Bahamas, la struggente bellezza dei cani Husky nel gelo della Groenlandia, lo sguardo intenso, vagamente malinconico, degli indigeni della Valle dell’Omo, in Etiopia. E poi quello scatto originalissimo di una donna che cammina con un’oca sul capo – sic! - nella provincia dello Yunnan, in Cina.S’intrecciano bellezza e fragilità degli ecosistemi di tutto il mondo negli straordinari scatti con cui Cristina Mittermeier ci ricorda che gli esseri umani non sono creature isolate, ma membri di una società interconnessa: utilizzare con saggezza le risorse limitate del nostro pianeta è fondamentale per il futuro dell’umanità. Nata in Messico, oggi più che mai cittadina del mondo: biologa marina e attivista ambientale, in prima linea nella tutela degli oceani, oltre che fotografa. Ottanta scatti, tra cui tre inediti, sono esposti fino al 6 aprile al museo delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo a Vicenza. La mostra, che si chiama “Cristina Mittermeier. La Grande Saggezza”, è a cura di Lauren Johnston e in collaborazione con National Geographic. Ad affiancarla attività didattiche e laboratori per le scuole, itinerari tematici per i visitatori, family lab e un ciclo di public program #INSIDE, appuntamenti gratuiti aperti alla cittadinanza.

Qaanaaq, Groenlandia, 2015 (foto: Cristina Mittermeier)
Qaanaaq, Groenlandia, 2015 (foto: Cristina Mittermeier) 

Cristina, le sue foto sono un inno alla bellezza del pianeta o un monito per ciò che stiamo perdendo?

“Entrambe le cose. Ma le definirei orientate più alla possibilità che al collasso. Credo profondamente nel destino manifesto, non nel senso storico che ha giustificato la conquista ad opera degli Stati Uniti, ma nell’idea per la quale il futuro che immaginiamo è quello verso cui lavoriamo. Non serve essere fatalisti, ci avvicina a un destino che consideriamo ineluttabile. Martin Luther King non si presentò al mondo dicendo ‘Ho un incubo’. Parlò piuttosto del sogno che aveva per un futuro di giustizia e uguaglianza. Il futuro che voleva abitare. Il linguaggio conta. La visione conta. E le mie fotografie rappresentano il futuro in cui desidero vivere. Coltivo una speranza basata sulle evidenze. La speranza non è negazione se fondata su fatti concreti”.

Ci fa qualche esempio di percorsi virtuosi?

“Le aree marine protette funzionano. La gestione indigena funziona. Gli ecosistemi si riprendono quando viene loro dato spazio e tempo. Ecco, queste non sono illusioni: è realtà. Gran parte dell’ecosistema mediatico globale prospera sulla paura, perché la paura cattura l’attenzione. Fa audience. Ma se ci orientiamo verso soluzioni credibili e azioni positive, abbiamo molte più possibilità di vincere le sfide che ci attendono. Quindi sono ottimista, ma è un ottimismo disciplinato. Perché la speranza è una responsabilità”.

Provincia dello Yunnan, Cina, 2008 (foto: Cristina Mittermeier)
Provincia dello Yunnan, Cina, 2008 (foto: Cristina Mittermeier) 

Cosa l’ha colpita dell’ultima COP in Brasile?

“L’ampliarsi del divario tra urgenza e azione. La scienza è più chiara che mai e gli impatti della crisi climatica sono sempre più evidenti, eppure le risposte politiche restano lente e caute, e l’ingerenza delle aziende non è più nascosta. I lobbisti dei combustibili fossili superavano in numero i delegati delle organizzazioni ambientaliste”.

Nessuna nota positiva?

“Sì, ho visto qualcosa di incoraggiante. I leader indigeni, le donne e le comunità in prima linea non chiedono più con gentilezza di essere inclusi ai tavoli: stanno rivendicando il loro posto e chiedono a gran voce rispetto, inclusione e ascolto. Questo cambiamento è importante, e il mio suggerimento a qualsiasi dirigente aziendale o governo che voglia promuovere soluzioni positive è di fare più che ascoltarli: dobbiamo fare in modo che siano loro a guidarci”.

Dominica, 2019 (foto: Cristina Mittermeier)
Dominica, 2019 (foto: Cristina Mittermeier) 

Come si sono modificati nel tempo gli habitat che ha fotografato, a partire dal mare?

“I cambiamenti sono stati drammatici e in costante accelerazione. Le barriere coralline hanno subito sbiancamenti, le popolazioni ittiche sono crollate e persino i luoghi più remoti mostrano ormai segni evidenti della pressione umana. Di recente ho trascorso del tempo a Raja Ampat, in Indonesia, una delle destinazioni subacquee più celebrate al mondo. Le temperature dell’acqua avevano raggiunto i trenta gradi, causando uno sbiancamento diffuso, e molte delle nostre immersioni si sono svolte tra bottiglie di plastica, pannolini e imballaggi alimentari che galleggiavano sull’acqua. È stato devastante. Paesi come l’Indonesia, e molti altri, devono essere ritenuti responsabili della produzione, raccolta, smaltimento e riciclo della plastica e dei rifiuti. Ciò che è più inquietante è che questi cambiamenti sono ormai visibili nell’arco di una singola vita umana. Continuando a superare i limiti planetari, stiamo di fatto condannando la prossima generazione a un pianeta privo di barriere coralline e di fauna selvatica”.

Pensa che le nuove generazioni siano più attente al destino del Pianeta?

“Sì, e sono anche più consapevoli di ciò che è stato tolto loro. I giovani sono informati, coinvolti ed emotivamente investiti. Ciò che spesso manca loro è il potere. La loro sfida non è la consapevolezza, ma l’accesso ai processi decisionali. Il lavoro che ci aspetta è trasformare la loro energia in un cambiamento politico e strutturale duraturo”.

Valle dell’Omo, Etiopia, 2023 (foto: Cristina Mittermeier)
Valle dell’Omo, Etiopia, 2023 (foto: Cristina Mittermeier) 

Il 17 gennaio è entrato in vigore il Trattato ONU sull’Alto Mare. È un buon punto di partenza per proteggere gli oceani?

“È un punto di partenza essenziale. Per la prima volta abbiamo un quadro giuridico per tutelare la biodiversità nelle acque internazionali, che coprono quasi metà del pianeta. Ma i trattati, da soli, non proteggono gli oceani. Bisognerà capire se questo resterà solo un passaggio simbolico. Mi rincuora l’enorme numero di Paesi, organizzazioni, scienziati e attivisti che hanno sostenuto il trattato. Ora il lavoro si sposta sul finanziamento e sulla concretezza. Governi, filantropi e aziende devono fornire le risorse necessarie per trasformare l’ambizione in azione. Senza investimenti costanti, anche il più solido quadro giuridico non può mantenere le sue promesse”.

Lei è cofondatrice e presidente di SeaLegacy.

“Sosteniamo le iniziative di conservazione marina attraverso un potente racconto visivo. Ci sono, per fortuna, centinaia di fotografi e attivisti che lavorano ogni giorno per proteggere gli ecosistemi marini, spesso con pochissimo riconoscimento o supporto. Il nostro compito è fare in modo che non si possa più ignorare il loro lavoro”.

Grand Bahama, Bahamas, 2019 (foto: Cristina Mittermeier)
Grand Bahama, Bahamas, 2019 (foto: Cristina Mittermeier) 

”Da giovane, è stata ispirata dai libri di Salgari e dalle avventure di Jacques Cousteau. È per questo che è diventata biologa?

“Sì. Ero attratta dall’avventura e dall’esplorazione, e dall’idea che il mondo naturale fosse vasto, vivo e pieno di mistero. Salgari è stato una grande fonte di ispirazione per me, in particolare attraverso le avventure di Sandokan. Le sue descrizioni delle giungle, della vita in mare e delle ingiustizie subite dai popoli indigeni mi hanno profondamente segnata. Ecco, la biologia marina mi sembrava un modo per restare vicina a quel senso di meraviglia. Ciò che non mi aspettavo era scoprire, così presto nella mia carriera, quanto fossero fragili questi sistemi e quanto li stessimo sfruttando. Questa consapevolezza ha cambiato tutto”.

Ha spesso detto che l’umanità non è consapevole del fatto che la salute degli oceani influisce direttamente sul clima, sull’aria che respiriamo e sul cibo che mangiamo. Perché?

“L’oceano è ancora trattato come un luogo lontano e astratto, invece che come il motore che regola il clima, produce gran parte dell’ossigeno che respiriamo e nutre miliardi di persone. Ma ignoriamo ciò che non vediamo con i nostri occhi. Esiste anche un fraintendimento culturale sul nostro rapporto con il mare. Molti credono che mangiare pesce sia un diritto indiscutibile, dimenticando che gli animali marini sono fauna selvatica, non merci. Finché permetteremo la pesca industriale, l’inquinamento e lo sversamento su larga scala di plastica e sostanze chimiche, mineremo il sistema stesso che ci mantiene in vita. Ciò che mi preoccupa di più è l’impatto del riscaldamento e dell’acidificazione sul plancton: organismi microscopici che formano la base della rete alimentare marina e generano più della metà dell’ossigeno della nostra atmosfera. Compromettendo il plancton, stiamo alterando la chimica che rende possibile la vita sulla Terra”.

Passaggio a Nord-Ovest, 2017 (foto: Cristina Mittermeier)
Passaggio a Nord-Ovest, 2017 (foto: Cristina Mittermeier) 

Cosa significa per lei fotografare?

“Spesso non miro all’immagine in sé, ma sono alla ricerca della fiducia che c’è dietro. Il tempo trascorso ad ascoltare, il silenzio prima o dopo lo scatto, la responsabilità che deriva dall’essere ammessi nella vita di qualcuno o in un ecosistema fragile. Molte immagini hanno un peso e restano con me”.

Qual è il luogo più straordinario in cui è stata?

“Le regioni polari. Entrambe sono straordinarie e stanno cambiando più rapidamente di qualsiasi altro luogo sulla Terra. In Groenlandia, le comunità Inuit stanno assistendo a modifiche drammatiche del ghiaccio marino, che influenzano direttamente la loro capacità di spostarsi, cacciare e custodire la propria identità. Ghiacci che un tempo si formavano in modo affidabile sono ora imprevedibili e pericolosi. In Antartide, la pesca industriale del krill, che è alla base della catena trofica antartica, sta accelerando: vi dipendono pinguini, foche, balene e uccelli marini. Rimuovere il krill su scala industriale mina la resilienza dell’intero ecosistema. Dovremmo considerare che i poli non sono luoghi lontani: sono, piuttosto, sistemi di allerta precoce”.

I popoli tribali possano ancora sopravvivere e prosperare in un mondo sempre più globalizzato?

“Non solo possono, ma devono. Non sono reliquie del passato. Sono società contemporanee con una profonda conoscenza ecologica e sistemi di gestione collaudati. Ovunque i diritti indigeni vengano rispettati, gli ecosistemi sono più sani. In tutto il mondo, le culture indigene sono fondate sulla reciprocità con la natura, sulla responsabilità comunitaria e su una visione di lungo periodo. Sono quadri pratici di sopravvivenza, non ideali romantici. La vera domanda è se le società moderne siano disposte a imparare da questi valori e ad allontanarsi da sistemi economici che premiano l’estrazione, l’avidità e il profitto a breve termine”.

Anche l’overtourism minaccia la biodiversità. Come possiamo conciliare il nostro diritto a viaggiare con la conservazione della natura?

“Il turismo è un’arma a doppio taglio. Se ben gestito, può sostenere le economie locali e ridurre la dipendenza da industrie estrattive. Ma senza regole chiare, una legislazione solida e un’applicazione reale delle norme, anche il turismo diventa distruttivo. Ecco perché aree protette come le riserve della biosfera e le aree marine protette sono così importanti. Consentono attività umane sostenibili vietando quelle distruttive. L’accesso illimitato non è compatibile con la conservazione. Meno visitatori, confini chiari e un’applicazione rigorosa delle regole non sono restrizioni della libertà: sono l’unico modo per garantire che i luoghi straordinari possano durare nel tempo”.