“Una patente verde per chi utilizza dati con l’IA”
di Luca FraioliFrancesca Dominici, docente di biostatistica ad Harvard, invita a un uso responsabile dell’Intelligenza artificiale. “Accelera le scoperte scientifiche ma bisogna sempre sapere quanto consuma”
“Auspico un futuro dove sia necessaria una patente per poter utilizzare l’intelligenza artificiale. Chi la usa deve sapere come funziona, da dove arrivano i dati sui quali si basa, quanta energia consuma e quante emissioni provoca. Ma soprattutto deve sapere come usarla in modo responsabile”. Francesca Dominici lo sa: docente di biostatistica all'Università di Harvard e direttrice della Harvard Data Science Initiative, da anni utilizza l’AI per studiare le correlazioni tra inquinamento atmosferico e malattie. Uno studio da lei coordinato, nel pieno della pandemia, mise per esempio in correlazione lo smog della Pianura Padana con l’impennata di contagi in quell’area. E nel 2023 l’allora presidente Usa Joe Biden varò una legge sulla limitazione delle polveri sottili nell’aria, dopo che il team di Harvard ne aveva evidenziato la connessione con l’insorgenza di malattie cardiovascolari nella popolazione statunitense. Tutto questo, e molto altro, grazie a un uso responsabile (e scientifico) della AI. Nei giorni scorsi Francesca Dominici ne ha parlato a Milano, invitata da Sustainability Makers, associazione che ha appena compiuto 20 anni e che riunisce i professionisti della sostenibilità che lavorano all’intero di imprese o di altre organizzazioni. Professoressa Dominici, di cosa vi state occupando ora?
“Stiamo ampliando il nostro ambito di ricerca. Finora, tutti gli studi epidemiologici che facevamo consideravano un contaminante alla volta e una malattia alla volta, per poi scoprirne, grazie alla AI, le possibili correlazioni. Oggi continuiamo a farlo, ma comincia a essere il passato. Il futuro sono gli artificial intelligence foundation models”. Di che si tratta?
“Sono intelligenze artificiali che vengono addestrate con tutti i dati dei contaminanti dell’aria, ma anche tutti i dati che hanno a che fare con il cambiamento climatico: quindi non solo polveri sottili come le pm2.5, ma anche i contaminanti che derivano dagli incendi, o le ondate di calore, o le emissioni di CO2. Sull’altro fronte, si inseriscono simultaneamente tutti i dati relativi agli effetti sulla salute. Quindi questi modelli imparano su tutto l’ecosistema dei fattori di stress ambientali e su tutto il sistema sanitario nazionale. E le informazioni possono essere caricate sotto forma di testi, immagini, dati… cosa che fino a un po’ di tempo fa non era possibile”.
E una volta finito l’addestramento?
“Dopo il training, possiamo cominciare a interrogare questi modelli di AI, con domande del tipo: nella Pianura Padana quali sono le cose più efficaci che possiamo fare per diminuire al massimo le incidenze malattie cardiopolmonari? In questa regione quali sono le politiche da adottare? Perché l’AI è istruita anche con le normative vigenti e le caratteristiche socio-economiche delle popolazioni interessate”.
L’AI cosa ha risponderebbe in questo caso specifico?
“Non siamo ancora pronti per interrogarla. Stiamo ultimando il training, ma manca poco”.
Quali inquinanti prendete in considerazione? Cresce per esempio l’allarme per i Pfas…
“In questa fase prendiamo in considerazione solo quelli dell’aria e comunque legati al cambiamento climatico. Non stiamo considerando inquinanti industriali e Pfas. Ma quando avremo costruito l’infrastruttura e avremo i dati sui Pfas li potremo inserire. Ci voglio banche dati enormi e organizzate in modo da poter essere inserite nella AI”.
Ha detto in passato che crede nell’importanza dei dati e del ruolo che essi hanno per aiutare a prendere le decisioni giuste. Però assistiamo a politiche che spesso ignorano la verità dei dati, non crede?
“Posso fare esempi concreti, legati al mio lavoro. Abbiamo dimostrato che negli Usa le pm 2.5 direttamente attribuibili alle centrali a carbone sono molto più nocive delle pm 2.5 che arrivano da altre sorgenti. Eppure negli Stati Uniti si stanno riaprendo le centrali a carbone per produrre l’energia necessaria ai data center che sostengono l’AI. O ancora: usando l’intelligenza artificiale stiamo studiando l’aumento enorme delle emissioni di CO2 dovuto alla costruzione di nuovi data center negli Usa. E insieme l’aumento degli effetti sulla salute, attribuibili direttamente a questa esplosione di data center che sostengono il boom della AI”.
Ma allora la AI è un bene o un male? Risolverà problemi cruciali, o renderà più gravi quelli esistenti e ne creerà di nuovi?
“Sono molto ottimista, anzi entusiasta, sull’uso della AI per accelerare le scoperte scientifiche. C’è una opportunità che va assolutamente esplorata. Integrazione e uso responsabile della AI nella scienza potrebbero portare a scoperte rivoluzionarie e accelerare la capacità di mettere a punto nuovi materiali, nuovi farmaci, nuove terapie”.
Però….
“Però, allo stesso tempo penso che la AI vada regolamentata. In questo momento, almeno negli Stati Uniti, è più facile accedere alla AI per fare cose inutili o pericolose, come immagini o video fake, che non integrarla in un processo scientifico come quello che perseguiamo noi. Ma sono convinta che questa cosa cambierà. In Europa c’è già molta più attenzione, e presto ovunque si arriverà a un uso responsabile della AI: questi modelli vanno fatti girare per scoprire nuovi farmaci, non per creare stupidaggini”.
In tutto questo l’Università di Harvard, dove lei lavora, e in generale la ricerca statunitense devono vedersela con i tagli dell’Amministrazione Trump. Cosa sta succedendo alla scienza americana?
“Già nel suo primo mandato Trump aveva bloccato l’accesso degli scienziati ai dati federali. Lo ha fatto di nuovo, però siamo furbi e stavolta non si siamo fatti cogliere impreparati. Una iniziativa meravigliosa è stata lanciata proprio da uno dei miei ricercatori: hanno salvato i dati in altri due server, uno a Harvard e uno in Europa. E’ in corso un vero e proprio attacco alla ricerca scientifica, anche con il taglio dei fondi pubblici. Ma teniamo duro, continuiamo a lavorare e non cediamo a questi ricatti”.
Però Trump sta anche facendo marcia indietro su tutti i provvedimenti relativi qualità dell’aria che voi avevate contribuito a costruire…
“Ai miei studenti di Harvard dico: Trump ha provato a cambiare la legge sugli inquinanti nel suo primo mandato e non c’è riuscito. Ci sta riprovando ora, ma non c’è ancora riuscito. Lo ha annunciato, come ha annunciato, senza riuscirci, che avrebbe chiuso Harvard. Ma è vero che siamo in una fase di deregulation, si sta tornando indietro. Noi scienziati però non ci facciamo demoralizzare: quattro anni possono sembrare una eternità, ma passano. E non è detto che abbiano un impatto di lungo termine sulle leggi ambientali”.
C’è chi, tra i ricercatori, sta pensando di lasciare gli Usa?
“E un problema reale. L’aspetto più drammatico riguarda le nuove generazioni di scienziati. Tra i miei studenti ho giovani eccellenze che sono sul mercato per diventare professori e stanno decidendo di non presentare domanda negli Stati Uniti, ma di farlo in Canada o in Europa. Anche perché a chiedere un visto negli Usa oggi c’è da avere paura. Harvard e altre università americane stanno diventando meno attrattive che in passato”.
Che clima si respira nel suo ateneo oggi?
“Quello appena trascorso è stato un anno durissimo. Ci sentiamo la resistenza della pursuit of the truth, la ricerca della verità scientifica. Ma se da una parte siamo molto fieri di far parte della resistenza e di non cedere ai ricatti di Trump, dall’altra stiamo anche soffrendo: abbiamo tagliato del 75% le posizioni per studenti di dottorato, abbiamo dovuto fare molti licenziamenti, facciamo meno ricerca… La posta in palio è enorme: se diamo la possibilità alle Amministrazioni, che siano di destra o di sinistra, di decidere come fare ricerca, cosa si può studiare e cosa no, allora è finita. Dobbiamo resistere. E farlo noi, che siamo l’università migliore e più ricca del mondo”.