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Animali selvatici nei mercati: la metà dei mammiferi rischia di innescare una pandemia

Il rischio di spillover aumenta con il tempo di permanenza nei mercati, che fungono da acceleratori evolutivi. Servono nuove norme di biosicurezza globale e una riduzione drastica dei volumi di scambio

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Che il commercio di animali selvatici fosse uno dei principali motori per la diffusione di malattie infettive all’essere umano è da tempo più che un sospetto. Ora, però, per la prima volta una ricerca è riuscita a quantificare il fenomeno. Jérôme Gippet dell'Università di Friburgo e Colin Carlson dell'Università di Yale, insieme alle loro equipe, sono arrivati alla conclusione che quasi la metà delle specie di mammiferi scambiate sui mercati mondiali ospita almeno un patogeno capace di infettare gli esseri umani (contro solo il 6% dei mammiferi selvatici non commercializzati). È la prova, secondo gli esperti, che lo sfruttamento della fauna selvatica aumenta la probabilità di nuove pandemie. E il rischio di un salto di specie (spillover) cresce più passa il tempo. L’analisi è stata pubblicata sulla rivista Science.

I numeri che legano mercati animali e malattie

Vivere a contatto con gli animali, soprattutto selvatici, è un fattore noto per l’emergere di epidemie: è successo per Hiv, per Ebola e, per ultimo, per Sars-Cov-2 (il virus del Covid-19). Ed è proprio dopo l’ultima grande pandemia che l’impresa di dare un valore numerico al fenomeno si è resa possibile, quando i dati hanno cominciato ad accumularsi con maggiore rigore. Così, analizzando quelli relativi a 40 anni di scambi commerciali e incrociandoli con database di oltre 190mila associazioni tra mammiferi e agenti patogeni, i ricercatori hanno scoperto che su oltre 2mila specie di mammiferi coinvolte nel commercio globale il 41% condivide almeno un patogeno con l'uomo, contro appena il 6% delle specie che non vengono commerciate. In altri termini, un mammifero che entra nel circuito del commercio di animali vivi condivide in media 1,5 volte più patogeni con l’essere umano rispetto a uno che vive indisturbato nel suo habitat naturale, o di uno di cui sono commercializzati solo prodotti derivati (come il pelo o la carne).

Una minaccia che cresce nel tempo

Un’altra informazione che il team internazionale ha ricavato è che il rischio che un patogeno faccia un salto di specie (spillover) fino all’essere umano non è statico, ma aumenta progressivamente nel tempo: ogni 10 anni che una specie trascorre all'interno dei circuiti commerciali globali, in media un ulteriore patogeno passa agli umani. Come spiegano gli esperti, infatti, il contatto prolungato e ripetuto tra animali e persone crea continue occasioni di interazione che in natura non sarebbero esistite. Proprio perché offre tantissime opportunità di adattamento, il mercato di animali selvatici costituisce un acceleratore evolutivo per i microbi e agisce come un catalizzatore di possibili nuove pandemie. Nei contesti illegali, poi, dove il sovraffollamento, le condizioni di stress e di scarsa igiene sono anche più frequenti, il rischio di circolazione dei patogeni cresce ulteriormente.

Servono nuove strategie di biosicurezza globale

Per gli esperti, i risultati di questa ricerca avranno (o dovrebbero avere) implicazioni dirette sulle politiche internazionali di prevenzione delle pandemie. A oggi, infatti, il principale accordo multilaterale che regola il commercio mondiale di specie selvatiche è il Cites, che però si occupa quasi esclusivamente di proteggere gli animali dall'estinzione causata dal loro sfruttamento. Invece - insistono gli autori - è urgente integrare nelle normative commerciali criteri stringenti di salute pubblica e biosicurezza: non basta monitorare specie già note per essere “pericolose”, ma va ridotto il volume complessivo di animali selvatici e loro derivati sul mercato globale.

"Per ridurre la comparsa di malattie, le opportunità di incontro devono essere limitate, e di conseguenza anche il volume complessivo degli scambi", ha affermato Gippet, che ha aggiunto che, sebbene la probabilità di essere infettati suonando un pianoforte con tasti d'avorio o indossando una pelliccia sia pressoché inesistente, le nostre scelte di consumo alimentano indirettamente la trasmissione di agenti patogeni all'uomo. "Il problema risiede all'inizio della catena: qualcuno ha dovuto cacciare l'animale, scuoiarlo e trasportarlo". Un altro strumento da potenziare è la sorveglianza genomica, ossia l’uso di tecnologie avanzate per mappare i geni dei patogeni direttamente sui mercati e negli allevamenti, per tracciarne il flusso tra le diverse specie, al fine di individuare il prossimo "virus X" prima che possa innescare una nuova crisi mondiale.