Le voci nell’oceano: quei “clic” che rendono i capodogli simili a noi
di Pasquale RaicaldoUno studio individua diverse analogie tra il linguaggio umano e le vocalizzazioni di questi cetacei. Si aprono sorprendenti spiragli per comprendere il sistema di comunicazione che appare più avanzato di quanto capito finora
Parlano come noi, o quasi. Un nuovo studio individua una serie di affinità tra il linguaggio umano e le vocalizzazioni dei capodogli. Era già noto che questi straordinari cetacei possiedano una sorta di “alfabeto”, dal quale attingono per comunicare: i cosiddetti clic, brevi impulsi sonori potenti (sono udibili fino a decine di chilometri di distanza!) che emettono sott’acqua, con le loro complesse sequenze, chiamate codas. Per decenni questi segnali sono parsi come enigmi difficili da decifrarei: pattern ritmici complessi, privi di una struttura chiaramente interpretabile eppure via via sempre più riconducibili a funzioni chiare e differenti. “Dai clic, che servono ad ecolocalizzare, ai creack, che hanno la funzione di mettere a fuoco le prede durante la caccia, fino agli slow click, utilizzati per mantenere la coesione sociale, in caso di attacco da parte di predatori come le orche, o per ricordare agli altri membri del gruppo che in quell’area c’è già qualcuno a caccia di calamari”, sottolinea Francesca Buoninconti, che in Senti chi parla (Codice Edizioni) analizza con cura il linguaggio animale.
Oggi, è una nuova ricerca ad aprire uno scenario in parte inatteso: i suoni prodotti dai capodogli non sono soltanto segnali acustici, ma possiedono proprietà che ricordano da vicino il funzionamento delle vocali nel linguaggio umano. “Ci sono stretti parallelismi con la fonetica e la fonologia delle lingue umane”, sentenzia la ricerca sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, frutto del Project Ceti - acronimo di Cetacean Translation Initiative - organizzazione che studia con un approccio multidisciplinare che coinvolge biologi marini, linguisti, informatici ed esperti di come comunicano i cetacei al largo della Dominica.
Ecco come funziona il linguaggio dei capodogli
Qui i ricercatori hanno individuato, grazie anche al contributo dell’intelligenza artificiale, schemi sorprendentemente simili a lingue come il cinese mandarino, il latino e lo sloveno. Eliminando le pause tra i clic, i ricercatori hanno scoperto una complessità linguistica superiore a quella osservata in altri animali, compresi pappagalli ed elefanti. dividendo i suoni in due principali categorie, chiamate per analogia a-codas e i-codas, con una distinzione si basa su proprietà acustiche precise. Le a-codas, ad esempio, tendono a essere più lunghe, mentre le i-codas mostrano una distribuzione bimodale, con varianti brevi e lunghe, un fenomeno che ricorda la distinzione tra vocali brevi e lunghe in molte lingue umane. Un aspetto cruciale della ricerca è che queste “vocali” non sono casuali. Proprio così: i capodogli sembrano controllare attivamente sia la qualità sia la durata dei loro clic. E ancora: la qualità vocalica interagisce con altri parametri già noti delle codas, come ritmo e struttura temporale.
Uno dei risultati più affascinanti riguarda un fenomeno analogo alla “coarticolazione” umana, vale a dire quel processo per cui i suoni si influenzano reciprocamente all’interno di una parola. Nei capodogli, accade che alcuni clic “di confine” sembrano adattarsi alla coda successiva o precedente, suggerendo una continuità articolatoria sorprendentemente sofisticata. Proprietà che trovano parallelismi nei sistemi fonologici umani, evidenziando come sistemi comunicativi possano emergere indipendentemente in specie anche molto distanti, seguendo principi organizzativi simili.
Impareremo a comprendere la loro lingua?
E non sembra utopistico, allora, l’obiettivo del progetto Ceti: arrivare a comprendere, nei prossimi cinque anni, almeno venti diverse espressioni vocali utilizzate dai capodogli, che oggi si presumono legate ad azioni come immersione e sonno. Fino, chissà, a imparare a parlare la loro lingua, come da suggestivo titolo dello straordinario saggio del biologo e regista Tom Mustill (Come parlare il balenese, Il Saggiatore), che indaga il futuro della comunicazione animale anticipando scenari intriganti, come “cercare di capire cosa passi per la mente di un capodoglio, che cosa lo spinga a prendere decisioni che a noi paiono incomprensibili e che cosa possa pensare di noi”.“Un obiettivo alla nostra portata – dice David Gruber, fondatore e presidente del Project Ceti – Del resto siamo già andati molto oltre rispetto a quanto pensassi possibile. Ma ci vorranno tempo e finanziamenti. Al momento siamo come un bambino di due anni, che inizia a pronunciare poche parole. Tra qualche anno, chissà, saremo più simili a un bambino di cinque anni”.
Trasmettono informazione da milioni di anni
L’idea di fondo, decisamente intrigante, è che da più di 20 milioni di anni i capodogli trasmettano informazioni, di generazione in generazione, attraverso le vocalizzazioni. Eppure, fino a qualche decennio fa il loro modo di comunicare era assolutamente insondabile: la tecnologia e il desiderio di conoscenza hanno portato a passi da giganti nella comprensione dei meccanismi complessi che regolano il linguaggio di specie animali apparentemente così dissimili, evolutivamente, dall’essere umano, eppure insospettabilmente vicine a noi. “I capodogli hanno nonne che si prendono cura dei piccoli degli altri e collaborano durante il parto, la loro è un’intelligenza molto distante dalla nostra, ma per molti aspetti sorprendentemente familiare”, annota Gašper Beguš, linguista dell’Università della California e autore principale dello studio.