Biodiversità e lingue scompaiono insieme (ed è anche colpa del colonialismo)
di Pasquale RaicaldoIl sorprendente studio di un team guidato dall’università di Vienna: alla base del declino di specie animali e varietà linguiste locali, tra l’altro, i conflitti con le comunità locali e introduzione di specie invasive
Un milione di specie rischia oggi l’estinzione. E, con loro, il 50% delle lingue del mondo: sono tremila quelle già classificate come “in pericolo”. Ma c’è una connessione tra l’inesorabile perdita di biodiversità in atto sul pianeta e il contemporaneo declino della diversità linguistica? Se lo è chiesto, con una ricerca particolarmente originale, un team internazionale guidato dall’università di Vienna, indagando l’eventuale legame tra due fenomeni che procedono spediti, con ricadute analoghe sulla nostra contemporaneità. Del resto, quando una specie si estingue, perdiamo un equilibrio costruito nel tempo; quando una lingua smette di essere parlata, scompare un modo specifico di nominare, classificare, dare senso all’esperienza.
E dalla ricerca multidisciplinare, appena pubblicata sulla rivista People and Nature, è emerso un fattore determinante comune: il colonialismo europeo. Per individuarlo, è in fondo bastato mappare le aree del Pianeta in cui emerge una comune vulnerabilità per le specie animali (considerando in particolare anfibi, uccelli, mammiferi e rettili) e per le lingue locali, per poi – in una seconda fase - analizzare i fattori, attuali e storici, che contribuirebbero a modellare le dinamiche di rischio. Ed è emerso, per esempio, che le minacce comuni e condivise si concentrano nelle regioni regioni insulari dell’Oceania e dell’Asia orientale, come Nuova Zelanda, Giappone e Taiwan. Zone critiche per la sopravvivenza delle specie animali sono anche altre nazioni insulari sub-tropicali, tra cui Madagascar, Haiti e Mauritius; al contrario, il pericolo per le lingue è più concentrato nelle Americhe, nell’Africa meridionale e in Australia.
Nonostante la distribuzione differenziata delle aree a rischio, i risultati evidenziano una convergenza che ai ricercatori è parsa sorprendente. “Proprio così. – annuisce Bernd Lenzner, ricercatore in biodiversità e responsabile dello studio presso l’Università di Vienna - Oltre alle cause contemporanee, ormai note, della perdita di diversità bio-culturale, i nostri modelli mostrano come il colonialismo europeo abbia lasciato un’impronta duratura sulla minaccia che incombe su lingue e specie”. In effetti lo studio dimostra che le regioni che in passato sono state soggette al dominio di una o più potenze europee presentano oggi i livelli più elevati di rischio, sia per la diversità biologica sia per quella linguistica. “Questo effetto si accentua quanto più a lungo un determinato territorio è rimasto sotto occupazione coloniale”, aggiunge Lenzner. Ma perché accade? Il colonialismo europeo ha determinato profonde trasformazioni economiche e sociali, ad esempio attraverso la diffusione di specie invasive, l’introduzione di nuove malattie e violenti conflitti con le comunità locali. Fenomeni senz’altro più marcati per le isole, “particolarmente esposte alla perdita sia di specie sia di lingue”, come osserva il linguista Hannes Fellner, autore principale dello studio.
“A causa delle loro dimensioni ridotte, le popolazioni di specie risultano più vulnerabili alle perturbazioni provocate da specie invasive o dalla perdita degli habitat - aggiunge - analogamente, le comunità linguistiche insulari sono spesso più esigue, con un numero limitato di parlanti attivi per ciascuna lingua. Ancora: le giovani generazioni tendono sempre più a emigrare, aumentando così la pressione sulla diversità linguistica”. Le conclusioni dello studio sottolineano l’importanza di comprendere l’incidenza delle attività umane sulla storia del Pianeta: “L’eredità del colonialismo continua a plasmare i paesaggi naturali e culturali, influenzando i modelli di diversità che osserviamo oggi”, riassume Lenzner. Anche per questo, i risultati - annotano i ricercatori – “assumono particolare rilevanza nel contesto dell’attuale globalizzazione, in cui interventi su larga scala nei sistemi culturali e ambientali — analoghi o persino più intensi — possono produrre conseguenze di lungo periodo non ancora pienamente prevedibili”.