“Combattiamo la crisi ambientale recuperando i suoni del mondo”
di
Pasquale Raicaldo
“Occorre progettare metropoli in grado di farsi ascoltare”, così Dario Giardi, autore del libro “E se fosse la musica a salvarci” sulla progressiva perdita dei paesaggi sonori, soprattutto in città
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Recuperare il nostro legame con la natura partendo dai suoni, che stanno inesorabilmente scomparendo. Perché la musica del mondo non è un semplice sottofondo del nostro vivere quanto, piuttosto, uno strumento in grado di plasmare la nostra percezione del mondo. Di qui l’esigenza di ritrovare l’intima connessione tra paesaggio sonoro e coscienza ecologica. Dario Giardi, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente, affida a un libro delicato e profondo le sue (ottimistiche) riflessioni sul futuro del pianeta: si chiama E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica, (edizioni Mimesis), e parte da una considerazione generale più che condivisibile: la musica, in tutte le sue forme, non è solo un’arte, ma un ponte verso un futuro più consapevole e sostenibile.
Dario Giardi, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente
Giardi, ma cos’è che stiamo perdendo, più di tutto? “Il suono naturale che temo stiamo perdendo in modo più inesorabile è il silenzio naturale. Ma non si tratta di un vuoto, di un’assenza: il silenzio naturale è un equilibrio, una trama sottilissima di suoni minimi – il vento tra le foglie, il movimento dell’acqua, il fruscio degli insetti – che esiste solo in assenza di interferenze invasive”.
Non a caso cita John Cage e il suo libro Silence. “Cage ci ha insegnato che il silenzio non esiste come assenza assoluta, ma come apertura all’ascolto: anche nell’apparente quiete, il mondo è sempre sonoro. Oggi, però, il paradosso è che non stiamo perdendo il silenzio ‘vuoto’ ma proprio quella condizione che rende possibile percepire questa ricchezza sottile. Il rumore antropico costante – infrastrutture, traffico, attività industriali – copre, appiattisce, uniforma. E non è solo una questione percettiva o estetica: è una trasformazione profonda degli ecosistemi. Molte specie animali dipendono dal suono per orientarsi, comunicare, riprodursi. Quando questo equilibrio si altera, si interrompono catene invisibili ma vitali. Il rischio è che, perdendo il silenzio naturale, perdiamo anche la capacità stessa di accorgerci della sua assenza. Ed è forse questa la perdita più grave: quella che non sappiamo più nominare”.
La copertina di "E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica" (edizioni Mimesis, 2026) Nel libro introduce il concetto di “memoryscape”, una dimensione quasi “affettiva” del paesaggio sonoro: cosa accade alla nostra identità collettiva quando perdiamo suoni? “Ho ideato il concetto di memoryscape per evidenziare una dimensione fondamentale: quella della memoria sensoriale. Noi tendiamo a pensare al paesaggio in termini visivi, ma la nostra identità è costruita anche – e forse soprattutto – attraverso il suono. I rumori dell’infanzia, le sonorità di un luogo, i ritmi quotidiani di una comunità sono elementi che sedimentano in profondità e contribuiscono a definire chi siamo. Quando un paesaggio sonoro scompare, non perdiamo soltanto un insieme di suoni, ma un sistema di riferimenti affettivi e culturali. È una perdita silenziosa, spesso invisibile, ma incisiva. Se scompare il canto di una specie, il rumore di un’attività tradizionale, o anche solo il “respiro” acustico di un territorio, perdiamo un frammento della nostra memoria personale e collettiva. In questo senso, la perdita dei memoryscape può essere paragonata alla scomparsa di un dialetto o di una tradizione orale: un impoverimento identitario che difficilmente può essere recuperato”. Lei parla di una società che ha “smarrito la capacità di ascoltare”. Ecco, ma possiamo rieducarci all’ascolto? "La perdita della capacità di ascoltare non è irreversibile, ma richiede consapevolezza e pratica. L’ascolto è una competenza che la nostra società ha progressivamente ignorato, sostituendola con un consumo passivo di suoni. Siamo sempre circondati da audio – musica, podcast, notifiche – ma raramente ascoltiamo davvero. In questo processo ha avuto un ruolo importante la cosiddetta Muzak, la musica di intrattenimento che ritroviamo al supermercato, dal dentista o in ascensore: la trasformazione della musica in un costante sottofondo forzato in grado di anestetizzare l’ascolto del soundscape. Oggi questa logica si è amplificata con l’uso pervasivo delle cuffie, soprattutto tra le nuove generazioni. Dispositivi sempre più performanti, progettati per isolarci dal mondo esterno, per creare una bolla sonora personale. È un paradosso: più la tecnologia migliora la qualità dell’ascolto, più rischia di separarci dal paesaggio sonoro reale, da quella complessità viva che esiste fuori da noi. Rieducare l’ascolto significa innanzitutto ridurre il rumore superfluo. Creare spazi di silenzio è un primo passo. Poi esistono pratiche più strutturate: le soundwalks, ad esempio, che invitano a esplorare un ambiente attraverso l’ascolto; oppure esercizi di ascolto profondo, che affinano la capacità di attenzione. Anche la tecnologia può essere alleata, se usata consapevolmente: registrare i suoni di un luogo, riascoltarli, analizzarli, utilizzarla non per sostituire il mondo ma per comprenderlo meglio. Questa stessa ricerca attraversa anche la mia attività musicale sotto l’alias Giadar. La musica ambient, per sua natura, non si impone sull’ascoltatore ma lo accompagna, lo invita a una soglia percettiva più sottile. È un genere che non riempie lo spazio, ma lo apre, lasciando emergere i dettagli, le sfumature, persino il silenzio. Lavorare con field recording e paesaggi sonori significa proprio questo: non costruire un mondo artificiale, ma rivelare quello che già esiste, rendendolo nuovamente percepibile. In questo senso, la pratica compositiva diventa una forma di educazione all’ascolto. Ma, soprattutto, rieducare l’ascolto significa cambiare atteggiamento: passare da una fruizione distratta a una presenza attiva. Significa, in un certo senso, togliersi le cuffie – non solo fisicamente, ma mentalmente – e tornare a esporsi alla complessità sonora del reale. È un processo lento, ma profondamente trasformativo”. Cosa possiamo fare per ricostruire, ciascuno nel suo piccolo, il rapporto con l’ambiente attraverso il suono? “Il primo passo è semplice, ma tutt’altro che banale: fermarsi ad ascoltare. Non ascoltare musica in senso tradizionale, ma il mondo che ci circonda. Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli sonori che abbiamo imparato a filtrare, a ignorare, fino quasi a renderli invisibili. Recuperare l’ascolto significa innanzitutto sospendere questa automatizzazione. Propongo una pratica quotidiana molto concreta: scegliere un momento della giornata – anche solo cinque minuti – e dedicarlo a un ascolto intenzionale. Sedersi, o camminare lentamente, e provare a distinguere i diversi livelli del paesaggio sonoro: i suoni vicini e quelli lontani, quelli continui e quelli intermittenti, quelli naturali e quelli antropici. Con il tempo, questo esercizio sviluppa una sensibilità nuova: si inizia a riconoscere la qualità di un ambiente, il suo stato di salute, persino il suo grado di equilibrio. È un allenamento percettivo che, giorno dopo giorno, ricostruisce un legame profondo con l’ambiente”. Oggi il paesaggio sonoro urbano è spesso dominato dal rumore: immagina città future progettate anche acusticamente? E quale ruolo potrebbero avere artisti e musicisti in questa trasformazione? “Il paesaggio sonoro urbano è oggi uno degli aspetti più trascurati della progettazione delle città. Eppure, il suono influisce profondamente sulla qualità della vita, sulla salute, sul benessere psicologico. Immaginare città progettate anche acusticamente significa fare un salto di paradigma: considerare il suono non come un problema da contenere, ma come una risorsa da progettare. Questo implica molte cose: ridurre le fonti di rumore, certo, ma anche creare spazi sonori di qualità. Aree di quiete, corridoi acustici, materiali che assorbono o modulano il suono, ma anche l’integrazione di elementi naturali che producono paesaggi sonori equilibrati. In questo processo, artisti e musicisti possono avere un ruolo cruciale. Possono contribuire a ‘progettare l’ascolto’, a immaginare scenari sonori alternativi, a collaborare con urbanisti e architetti per creare ambienti più armonici. Non più solo interpreti o creatori, ma veri e propri mediatori sensoriali tra spazio e percezione. La città del futuro, se sarà davvero sostenibile, dovrà essere anche capace di essere ascoltata, e non solo abitata”. Da ricercatore ambientale, si occupa spesso degli effetti di crisi climatica, anche in agricoltura. “L’agricoltura il settore più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici: è lì che la crisi si manifesta in modo tangibile, quotidiano. La siccità che svuota i campi, le alluvioni che cancellano raccolti, la risalita del cuneo salino che rende i suoli improduttivi non sono più scenari teorici, ma esperienze dirette. Questo contatto continuo con la realtà ti insegna che non basta il tavolo accademico, il laboratorio di ricerca o il Consiglio dei ministri: tutti questi mondi devono parlarsi, contaminarsi, costruire un linguaggio comune”. Lei suggerisce che la crisi ecologica sia anche una crisi di percezione e di ascolto: quanto pensa che la trasformazione interiore dell’individuo sia più urgente delle soluzioni tecniche e politiche? “La crisi ecologica è anche – e forse prima di tutto – una crisi di percezione. Abbiamo costruito un modello di sviluppo basato su una separazione: l’essere umano da una parte, la natura dall’altra. Un frattura mentale, ancor prima che materiale. Per questo motivo, le soluzioni tecniche e politiche, pur fondamentali, rischiano di essere insufficienti se non accompagnate da un cambiamento interiore. Pur fondamentali, le soluzioni tecniche e politiche rischiano di essere insufficienti se non accompagnate da un cambiamento interiore. Non si tratta di contrapporre le due dimensioni, ma di riconoscere una gerarchia: senza una trasformazione del modo in cui percepiamo il mondo, anche le migliori politiche rischiano di essere inefficaci o temporanee. Se continuiamo a vedere la natura come una risorsa da sfruttare, ogni innovazione tecnologica verrà inevitabilmente piegata a quella stessa logica. Non è un caso che siamo arrivati alla trentesima Cop senza risultati all’altezza della sfida. Continuiamo a incontrarci, a negoziare, ma spesso restiamo ancorati a un modello di governance ambientale basato sul vecchio paradigma del ‘comando e controllo’: l’imposizione di divieti, vincoli, obblighi che, in molti casi, finiscono per generare esternalità negative inattese, talvolta persino superiori a quelle che si vorrebbero correggere. È un approccio che interviene sugli effetti senza trasformare le cause profonde. La trasformazione interiore, invece, implica un cambio di paradigma: da dominio a relazione, da estrazione ad ascolto. Significa rimettere in discussione il nostro modo di stare nel mondo, prima ancora delle regole con cui lo governiamo. È qui che pratiche come l’ascolto del paesaggio sonoro diventano strumenti concreti: perché ci aiutano a riconnetterci con un sistema vivente di cui facciamo parte, e non semplicemente con qualcosa che dobbiamo gestire”.