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Caldo, la Spagna aumenta i suoi "rifugi climatici". E l'Italia come è messa?

Tra l'arrivo del Super El Niño e possibili forti ondate di calore la penisola iberica fa scuola nel prepararsi al grande caldo estivo. Solo Barcellona conta già 450 zone riparo tra biblioteche e centri comuni. Da noi Bologna e Firenze pianificano, ma manca una legge o una volontà nazionale di politiche di adattamento

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Siamo pronti, in caso di caldo estremo, a reggere gli impatti delle ondate di calore? Sappiamo dove rifugiarci? Sono domande che dobbiamo porci anche e soprattutto per l’estate 2026 dove, con l’arrivo del Super El Niño probabilmente a partire dalla fine di luglio, alcune zone d’Italia potrebbero sperimentare punte di caldo davvero estremo. Ormai lo sappiamo: il caldo uccide esattamente come una malattia, colpendo ed esasperando soprattutto le fasce più deboli della popolazione, anziani, bambini, lavoratori e tutti coloro che non possono permettersi di riparasi grazie a forme di refrigerazione. Lo scorso anno in Europa ci sono stati almeno 16500 decessi accertati legati direttamente al caldo e l’Italia, con 4500 morti, è al primo posto della triste classifica dei paesi europei. Ci sono luoghi dove però, per prevenire queste morti, si sta lavorando spediti alla rete dei “rifugi climatici”. La Spagna in questo senso insegna: più di ogni altra nazione del Vecchio Continente, già da tempo, sta informando la popolazione su tutti quei luoghi - come biblioteche, centri comunitari, scuole climatizzate o centri commerciali - dove chi è in difficoltà per le ondate di calore può trovare conforto.

Nel 2025, come altrove, la Spagna ha sperimentato la più calda estate mai registrata, con migliaia di decessi collegabili alle alte temperature. Molte vite però sono state salvate proprio grazie alla rete dei rifugi climatici. Attraverso una politica pionieristica, come racconta uno studio pubblicato su Nature da ricercatori iberici, la Spagna è infatti uno dei primi luoghi al mondo dove, in maniera gratuita, viene garantito un riparo - mappato e diffuso tramite informazioni pubbliche - come forma di risposta alle temperature roventi. In particolare, a fare da apripista, è Barcellona: nel tempo la città ha adattato una rete di spazi quotidiani preesistenti, che vanno dalle biblioteche sino a mercati, parchi o centri sportivi, a luoghi di comfort termico: sono stati potenziati i servizi di climatizzazione, installate fontanelle, create zone d’ombra. Una sorta di infrastruttura cittadina di assistenza che continua a crescere: dai 70 rifugi del 2020 siamo ormai a oltre 450 aree e spazi dedicati alla possibilità di scampare alle ondate di calore. Decisiva è la copertura di queste zone: la percentuale di rifugi raggiungibili a piedi in dieci minuti è ormai del 99%, quelli dove arrivare in soli 5 minuti è del 74%. Sono stati cambiati orari di apertura e chiusura, rafforzate le informazioni in varie lingue, implementate le segnaletiche e anche creati dei micro-rifugi, piccole aree dove ripararsi tempestivamente se si è all’aperto nelle ore più calde: qualcosa di accessibile a chiunque.

La rete spagnola ha inoltre un proprio sito di riferimento con dettagli e guide, una realtà per certi versi “modello” che potrebbe aprire la strada a sempre più città in Europa impegnate a prevenire gli effetti delle ondate di calore. Gli stessi esperti ricordano però che sono ancora insufficienti, anche in Spagna, i rifugi climatici pubblici (erano circa 16 città su 52 capoluoghi nel 2025) ma la strada per un cambiamento positivo è già stata tracciata. Sulla scia spagnola altre realtà europee come Parigi che ha trasformato i cortili delle scuole in oasi urbane dove ripararsi, oppure Bristol che ha già una buona rete di rifugi e perfino la Finlandia dove le pista di pattinaggio sono state trasformate in zone di accoglienza, stanno muovendosi nella stessa direzione per affrontare quello che sta diventando “un problema cronico”. A volte questo problema strutturale diventa notizia, come dopo la morte di una netturbina di 51 anni a Barcellona collassata in strada dopo aver sostenuto un turno estenuante a 35 gradi, in altri casi però resta una criticità silente affrontata soltanto a seconda dell’impegno politico di un determinato territorio.

L'Italia dei rifugi climatici: serve accelerare

In Italia, dunque, come siamo messi per affrontare le prossime ondate di calore? Una domanda necessaria in uno dei Paesi del Mediterraneo dove il tasso di mortalità legato al caldo è fra i più alti in assoluto in Europa. Da noi ci sono per ora solo alcune città che provano, negli ultimi anni, a dare una risposta concreta: un esempio è Bologna che nell’estate 2025 ha inaugurato 15 rifugi climatici tra biblioteche, musei e centri di quartiere e dove esiste un sito dedicato con tutte le informazioni.

Oppure c’è Firenze, che mappa circa 44 spazi idonei, molti dotati di fontanelle d’acqua, istituiti come riparo. Anche nella capitale del Paese e in quella economica, Roma e Milano, ci sono progetti legati ai rifugi climatici, ma si tratta di iniziative decisamente meno strutturate rispetto a quelle spagnole. A Roma è ancora attesa una mappa ufficiale e per ora ci sono oltre 40 biblioteche, 35 parchi pubblici e altre realtà indicate come possibili rifugi, oppure progetti come RESPIRO, condotto dall’Università La Sapienza in collaborazione con municipi e Legambiente, dove vengono indicati alcuni luoghi riparo.

A Milano non c’è una vera e propria mappa ma si contano diverse iniziative legate per esempio alle case dell’acqua oppure ai parchi-rifugio o ancora a siti come i geoportali con il “rischio caldo”.

Nel frattempo diverse realtà medio-piccole, da Modena a Rimini che stanno per esempio lavorando per i rifugi climatici, provano ad adattarsi in maniera indipendente. A Poggio Torriana in provincia di Rimini per esempio è appena nato il primo rifugio climatico di provincia dove è stata trasformata la sala teatro di un centro sociale in spazio gratuito dove fuggire dal caldo e partecipare ad attività sociali.

Mentre anche Napoli e Torino si stanno muovendo per ampliare le soluzioni, in generale però e soprattutto al sud dove spesso fa più caldo manca un impegno nazionale preciso e condiviso nella creazione di rifugi per le persone. Lo scorso anno l’Unitel, Unione nazionale tecnici enti locali, aveva proposto l’idea di leggi quadro o standard - con requisiti minimi fra cui ad esempio accessi gratuiti, disponibilità d’acqua e temperature minime interne - affinché il concetto di rifugio climatico fosse ampliato su tutta la Penisola in maniera strutturale. Attualmente però, quando mancano poco più di due mesi ai primi possibili impatti del Super El Niño - destinato ad intensificare il caldo in molte zone del mondo - all'orizzonte non si vedono ancora grandi piani di adattamento.