CASTEL DEL GIUDICE (IS) – A Castel del Giudice c’è un apiario che è di tutti. Le arnie si trovano a ridosso del meleto dove tutto è cominciato, con 20 arnie diventate poi 500, frutto di una sinergia tra l’azienda Melise che le ospita, il Comune, Legambiente Molise e le associazioni come Volape che hanno fornito il know how. E grazie all’operato di esperti.
Nel borgo che resiste a spopolamento e crisi climatica
“L’apiario di comunità è nato per formare agricoltori sul territorio che tenessero le api e le arnie all’interno dei frutteti trasformandolo in una integrazione al loro reddito o il principale”, ci ha spiegato sul posto Simone Gentile che da geologo era diventato apicoltore per passione e si è preso cura delle api come fossero la sua famiglia. Simone è appena scomparso in un tragico incidente stradale, assieme al fratello, lasciando alla sua comunità una importante eredità, l’apiario che continuerà ad insegnare e trasmettere tutto quel che aveva imparato sugli alveari. Ancora oggi chi vuole avviare una azienda per produrre miele può venire qui per intraprendere “una attività a contatto con la natura di espansione e mantenimento della biodiversità coltivata all’interno di un territorio quasi incontaminato”, come l’aveva definita Gentile che ne promuoveva obiettivi e peculiarità.
L’apiario di comunità e il clima che cambia
Non è un mestiere facile, ci aveva spiegato Gentile incontrato poche settimane fa tra le arnie, dove per anni aveva seguito i cicli stagionali delle api, con una riproduzione che risponde a ritmi complessi e subisce la minaccia delle temperature in aumento e l’incombere di malattie e parassiti. Ma le api qui non sono solo produttrici di miele: sono indicatori fondamentali della salute di un ecosistema. La loro attività di impollinazione è essenziale per il mantenimento della biodiversità vegetale, e la loro presenza - o assenza - è un termometro sensibilissimo dell'equilibrio ambientale di un territorio. E gli alveari in salute non sono l’unica sfida che questo paese a 800 metri di altitudine, incastonato nelle alture fra Molise e Abruzzo, in provincia di Isernia, ha accolto negli ultimi anni per contrastare la crisi climatica e lo spopolamento.
Il giardino dei meli antichi e la birra artigianale
“La nostra realtà rende concreti e tangibili i benefici ambientali per il territorio” - dice Emanuele Scocchera, responsabile di Melise, azienda agricola che dal 2003 si prefigge di recuperare i terreni in stato di abbandono o di semi-abbandono del comune per ridare loro valore, e che gestisce l’apiario di comunità. “Ma l’innovazione per il territorio è fatta anche e soprattutto di persone. Melise oggi dà lavoro stabile a una decina di persone e a lavoratori stagionali”. Non senza fatica, anche per le mele che soffrono il caldo. Perché il meleto, nato grazie a un imprenditore venuto dalla provincia di Padova con un cultivar trentino che si era bene adattato, ha cominciato presto ad accusare il meteo estremo, con troppa o poca pioggia, umidità eccessiva, gelate improvvise e fioriture interrotte. I raccolti si sono ridotti e allora si è corsi ai ripari.
Da qui l’idea del “giardino dei meli antichi”, che l’azienda ha piantumato con l’aiuto dell’associazione Arca Sannita recuperando così una varietà molisana di altri tempi, più resiliente. Meli che rispondono meglio “agli stress climatici che ci tartassano da ormai dieci anni,” - prosegue Scocchera - “Non si tratta solo della mancanza di freddo e neve (che protegge le piante prima che germoglino) ma del raggiungimento di 30-35 °C che ormai abbiamo anche per 30-40 giorni all’anno”. Perciò alla Melise si sono dovuti inventare altre soluzioni per evitare il peggio. Come il birrificio artigianale Malto Lento, avviato nel 2019 a due passi dai 35 ettari di meleto biologico già modello di azionariato diffuso che coinvolge cittadini, investitori privati e amministrazione. Orzo e luppolo crescono nel frutteto e diventano ingredienti della birra artigianale che “sa di Molise”, rivendicano con orgoglio all’impianto.
Castel del Giudice ha saputo trasformare la propria marginalità geografica in un laboratorio di sviluppo sostenibile, diventando punto di riferimento nazionale per il recupero delle aree interne attraverso la valorizzazione delle risorse naturali e culturali.
Il bosco che rinasce (con il tartufo)
Tra gli interventi che stanno contribuendo alla rinascita ci sono anche attività selvicolturali, eseguite nelle superfici silvo-pastorali che circondano il borgo, con l’intento di recuperare aree abbandonate, valorizzare il bosco e migliorare la fornitura di servizi ecosistemici, raggiungendo così scopi diversi oltre alla semplice rigenerazione forestale. Di recente, nei pressi del fiume Sangro, in un prato non più utilizzato (Bosco della Selva), sono state impiantate specie arboree come abete bianco e frassino, utili per lo stoccaggio del carbonio e la produzione di legname pregiato da opera, insieme a nocciolo micorrizato, per la produzione di prodotti non legnosi come frutta secca e tartufo. Lo stesso nocciolo micorrizato è stato usato anche per avviare la rinaturalizzazione di un rimboschimento abbandonato (Bosco Casale), congiuntamente all’eliminazione di piante alloctone, sempre con la duplice funzione di produzione di frutta secca e tartufo, due specialità locali. La micorrizazione è una tecnica in grado di aumentare la resilienza degli impianti forestali e che consiste nell’arricchire le radici con ceppi di funghi che lavorano in simbiosi con la pianta.
Se oggi Castel del Giudice guarda avanti è anche grazie ai progetti focalizzati su agroecologia, rigenerazione, conservazione e biodiversità, finanziati tra gli altri dal Bando Borghi del PNRR o dal più recente LIFE ClimatePositive, - coordinato da Etifor | Valuing Nature (spinoff dell’Università degli Studi di Padova), Dipartimento TESAF dell’Università di Padova, con la partecipazione di FSC (Forest Stewardship Council Italia), Comune di Luvinate, CREA, Regione Lombardia, Walden, Eticae e ERSAF - e cofinanziato dall'Ue per mitigare il cambiamento climatico e valorizzare i prodotti e i servizi generati dalle foreste. Come spiega Caterina Palombo, responsabile gestione ambientale sostenibile di ETICAE: “Ora due aree marginali e economicamente improduttive potranno trasformarsi in nuclei importanti per la mitigazione del cambiamento climatico e lo sviluppo di filiere locali di valore”. Perché una foresta che rivive vuol dire una risorsa per tutti, una ricchezza in termini di biodiversità e una possibile fonte di guadagno per l’economia locale.
“Da più di vent’anni investiamo su un’idea di sviluppo che mette al centro la tutela del territorio e la valorizzazione delle sue risorse naturali” - spiega il sindaco Lino Gentile, - “Anche il bosco, in questa prospettiva, non è solo un elemento del paesaggio, ma un’infrastruttura ecologica capace di generare servizi ecosistemici e nuove opportunità economiche per le aree marginali. La sfida è trasformare la cura dell’ambiente in una leva concreta di futuro, lavoro e coesione per la comunità”.
L’albergo diffuso e la Comunità energetica rinnovabile
In questa ottica lavorano anche le gru che sovrastano le case in pietra del borgo, dove le stalle in disuso sono state trasformate in un albergo diffuso grazie allo sforzo di una settantina di investitori, Borgotufi: un nucleo di 50 unità abitative con ristorante e spa, pronto ad accogliere il turismo sostenibile. Così come la scuola materna chiusa è diventata residenza sanitaria assistenziale (RSA), affiancata da una casa di riposo, strutture che oggi impiegano 34 persone, tra cui una comunità venezuelana arrivata per offrire supporto durante l’emergenza della pandemia Covid-19 e poi rimasta contribuendo al ripopolamento del paese. Nel 2024, grazie ai 20 milioni del PNRR, il paese ha anche saputo guardare avanti, verso l’indipendenza energetica, costituendo una tra le prime Comunità energetiche rinnovabili (CER) con 200 kw di impianti fotovoltaici.