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Hamba, la startup dei tricicli elettrici guidati dalle donne in Zimbabwe

Hamba, il triciclo elettrico a energia solare pensato per le strade sterrate dell'Africa subsahariana 

Fondata da una ex funzionaria Onu, l’impresa innovativa sta rivoluzionando la mobilità rurale con tricicli elettrici a energia solare. Una storia che tocca transizione energetica, sviluppo sostenibile ed emancipazione femminile

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C'è una parola in lingua Ndebele che racchiude una promessa: Hamba. Significa "vai avanti". Ed è il nome che Shantha Bloemen ha scelto per il veicolo che potrebbe cambiare la vita di milioni di persone nelle aree rurali dello Zimbabwe. Non un'auto, non una moto: un triciclo elettrico, robusto, ad energia solare e pensato per le strade sterrate dell'Africa subsahariana. Con una batteria da un dollaro, percorre fino a 60 chilometri. Può trasportare 400 chili di merci. E nella maggior parte dei casi, chi lo guida è una donna.

Shantha Bloemen ha trascorso anni a lavorare per le Nazioni Unite e per ONG in Africa e Asia. E in tutti quegli anni ha osservato qualcosa che i grandi rapporti internazionali faticano a catturare: nelle aree rurali africane, spostarsi è un lusso. Non esistono trasporti pubblici affidabili, le strade sono impraticabili, e il peso di questa immobilità ricade soprattutto sulle donne. Sono loro che camminano per ore per portare l'acqua, trascinano i raccolti ai mercati a piedi, percorrono distanze enormi per raggiungere una clinica o una scuola. Tempo sottratto alla produttività, alla salute, all'istruzione. Nel 2019 ha fondato Mobility for Africa con una risposta concreta: non aspettare che le infrastrutture arrivassero, ma portare la mobilità direttamente nelle comunità più fragili.

Un ecosistema per l’intera comunità

L'Hamba non è un semplice mezzo di trasporto. È il centro di un sistema integrato pensato per funzionare anche dove la rete elettrica non arriva. Mobility for Africa installa nei villaggi stazioni di ricarica alimentate da pannelli solari, che non servono solo per gli Hamba: diventano hub energetici per l'intera comunità, dove ricaricare telefoni e alimentare piccoli elettrodomestici.

Il sistema di ricarica funziona con un modello battery swap: gli utenti non aspettano che la batteria si ricarichi, ma arrivano alla stazione, lasciano quella scarica e ne ritirano una già carica. Il costo? Un dollaro. Con quell'unico dollaro, un agricoltore può fare un viaggio di andata e ritorno verso il mercato più vicino, trasportando fino a 400 chili di merci.

Il noleggio del veicolo per l'intera giornata si aggira tra i 5 e i 7 dollari, spesso già incluso di uno o più scambi di batteria. Chi preferisce usarlo come taxi di comunità può pagare una singola corsa tra i 50 centesimi e un dollaro. Cifre apparentemente modeste, ma rivoluzionarie in contesti dove il trasporto informale è spesso inaffidabile e molto più costoso.

Il modello di Mobility for Africa

La vera innovazione di Mobility for Africa non è solo sostenibile e tecnologica, ma anche sociale. I tricicli non vengono venduti ai singoli (sarebbe economicamente insostenibile per la maggior parte delle famiglie rurali) ma affidati a cooperative di donne o a imprenditrici locali che li gestiscono come servizio condiviso per il villaggio. Un modello di "shared asset" che rende la mobilità accessibile a tutti, trasformando al tempo stesso le gestori degli Hamba in imprenditrici autonome con un reddito proprio.

I dati sul campo sono eloquenti: gli agricoltori che usano gli Hamba hanno visto i loro profitti aumentare fino al 500%, grazie alla capacità di raggiungere mercati più lontani e di ridurre le perdite post-raccolto. Le donne che prima impiegavano ore per commissioni quotidiane ora le completano in una frazione del tempo, liberando ore preziose per attività produttive, per i figli, per sé stesse.

Fatto in Zimbabwe, pensato per l'Africa

I componenti principali degli Hamba: motore elettrico, batterie al litio, centralina vengono importati principalmente dalla Cina, leader mondiale nella produzione di veicoli elettrici di piccole dimensioni. Ma l'assemblaggio, l'adattamento e la manutenzione avvengono interamente in Zimbabwe, in un'officina ad Harare dove tecnici e ingegneri locali modificano i veicoli per renderli adatti alle condizioni estreme delle strade rurali: telai rinforzati, sospensioni modificate, accessori su misura per ogni comunità. L'obiettivo a lungo termine della fondatrice è aumentare progressivamente la quota di componenti prodotti localmente, costruendo un vero ecosistema manifatturiero che riduca la dipendenza dalle importazioni e massimizzi l'impatto economico sul paese.

Il progetto ha attirato l'attenzione di alcuni tra i più importanti attori internazionali dello sviluppo sostenibile: UK Aid, la Fondazione IKEA e il Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNCDF) hanno già finanziato l'iniziativa, che ha vinto numerosi premi per l'innovazione sociale e la sostenibilità. Ora l'obiettivo è scalare rapidamente: da poche decine di veicoli a migliaia, distribuiti in tutte le province dello Zimbabwe.

In un momento in cui il dibattito globale sulla transizione energetica rischia di concentrarsi quasi esclusivamente sui mercati occidentali, la startup Mobility for Africa ricorda che la mobilità sostenibile non è un lusso per pochi. È una necessità per miliardi di persone.