Sul Po torna l’incubo della grande siccità del 2022
di Fiammetta Cupellaro“Il cuneo salino è ormai a 25 chilometri dalla foce. Ma quella che sta investendo il fiume è una crisi complessa non solo ambientale, coinvolge l’intera Pianura Padana”. Parla Alessandro Delpiano, segretario generale dell’Autorità di bacino
Un granchio blu entrato dall’Adriatico e spiaggiato sul letto in secca del Po.È forse l’immagine simbolo della crisi che sta attraversando il fiume nell’Alto Polesine, territorio veneto riconosciuto come parte della Riserva della Biosfera “Mab Unesco Po Grande”. Ma qui al Delta non arriva più acqua. “Perché è saltato il regime idrologico di piogge e disgelo dei ghiacciai che lo alimentava come un tempo, mentre un modello agricolo sempre più bisognoso di acqua ha fatto il resto”, è la sintesi di Legambiente vista la condizione in cui versa il fiume italiano centro vitale di uno dei più grandi poli agricoli europei. L’associazione, in quest’estate 2026 che sta battendo i record delle temperature, ha lanciato un appello al governo e presentato otto proposte per ripensare la gestione del bacino del Po e della risorsa idrica intervenendo non solo nel momento dell’emergenza. “Sì perché nella situazioni di emergenza siamo i migliori, nella prevenzione meno”. A parlare è l’ingegner Alessandro Delpiano, segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po, una specie di custode del fiume che attraversa da ovest a est l’Italia del nord. Ogni giorno ne misura i livelli, ne studia l’evoluzione e cerca di anticiparne il futuro. Un impegno costante il suo che si fa ancora più intenso nei momenti di siccità come questo.
"L’acqua è arrivata troppo presto”
“In questa situazione oggi ogni minima variazione è importante per capire lo stato di salute del fiume che sta risentendo dello scioglimento anticipato della neve a causa delle temperature elevate durante la primavera – spiega - i ghiacciai funzionano come un serbatoio naturale, ma che quest’anno si è esaurito troppo presto. Così quando è arrivata l’estate l’acqua era quasi esaurita facendo diminuire la portata del Po rapidamente. Oggi siamo sotto al livello minimo e più si avvicina alla foce e più si aggrava. Basta pensare che il 9 luglio a Pontelagoscuro, dove il fiume attraversa la regione Emilia Romagna e passa nel Veneto, c’erano 264 metri cubi di acqua al secondo, quando la soglia di attenzione è di 450 metri cubi al secondo. Quindi molto al di sotto e questo significa che siamo dipendenti dalle piogge estive. Il cuneo salino? Oggi è 25 chilometri dalla foce, quindi molto vicino”. L’incubo è di tornare alla grande siccità del 2022, la più grave osservata nel bacino del Po da oltre due secoli di misurazioni. L’anno che la portata del fiume ha raggiunto valori senza precedenti, al punto che ci sono state conseguenze perfino nella distribuzione dell’acqua potabile.
Un territorio unico
Ma non è possibile pensare al Po nel contesto in cui scorre: la Pianura Padana. Un concetto che l’ingegner Delpiano continua a ripetere per far capire che non stiamo parlando solo di un fiume: “La Pianura Padana è un territorio unico sotto tutti i punti di vista, ambientale, climatico, economico, sociale. Oltre ad essere un hot spot del cambiamento climatico (qui i suoi effetti sono più evidenti rispetto ad altre parti d’Italia), è un territorio tra i più fertili d’Europa. Dal Piemonte fino alla Lombardia, dagli allevamenti dell’Emilia Romagna fino alle risaie del Vercellese e del Delta, qui si producono eccellenze del cibo italiano e un terzo della popolazione del nostro paese vive nelle regioni attraversate dal Po, circa 20 milioni di persone che contribuiscono alla creazione di un Pil tra i più alti in Europa. Tutto questo in un unico bacino con le stesse caratteristiche. Purtroppo oggi tutti gli indicatori sia climatici che ambientali della Pianura Padana sono in rosso. Per questo sono convinto che occuparsi del fiume Po significa inquadrarlo in un angolo d’Italia così speciale e unico”.
"Il problema dei rilasci”
Di cosa c’è bisogno soprattutto? “Di omogeneità nelle decisioni. In questo momento la competenza delle concessioni idriche è in capo alle regioni e questa suddivisone produce effetti che non sono sempre in armonia. Prendiamo ad esempio il Veneto che ha appena dichiarato lo stato di emergenza idrica. La regione si trova alla fine del percorso del Po e inevitabilmente risente di ciò che accade a monte, in Piemonte e Lombardia e per altre questioni anche dal Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige per quello che riguarda la portata del fiume Adige. Il Veneto ora sta chiedendo alle altre regioni di rilasciare più acqua proveniente dai laghi per l’irrigazione soprattutto. Quella delle coltivazioni del riso è un grande problema”.
“Una decisione storica che ad aprile ha salvato il riso”
Quest’anno la coltivazione del riso, che richiede molta acqua, è stata particolarmente a rischio. L’Autorità distrettuale del fiume Po da mesi sta coordinando una serie di misure per gestire in questa situazione di siccità, la coltivazione del riso, insieme ai consorzi di bonifica e i coltivatori. Misure mai prese prime. “Siamo partiti dalla considerazione che la produzione del riso è una voce prioritaria per l’economia di questi territori. Il problema è che l’acqua, a causa dei ghiacciai che si sono sciolti troppo presto, è arrivata prima, così quando è stato il momento della semina, non ce n’era più – racconta Delpiano - Per salvare l’agricoltura dalla siccità e fronteggiare il cambiamento climatico, il 28 aprile vista la situazione della neve la Conferenza Istituzionale Permanente dopo anni di sperimentazioni ha preso una decisione importante: ha autorizzato l’innalzamento del livello del lago Maggiore, il grande serbatoio del Po, di 10 centimetri, portandolo a 140 centimetri e immettendo circa 30 milioni di metri cubi d’acqua. Un lago che viene definito ‘regolato’ proprio perché il suo livello idrico e il deflusso delle acque sono gestiti artificialmente tramite una diga. Una strategia che ha garantito un’enorme riserva per l’agricoltura e l’ambiente”.
“Si tratta – spiega ancora Delpiano – di una quantità pari all’invaso di una diga. Mentre però per costruirne una ci vogliono decenni, con un rilascio regolato si è affrontato il problema in poco tempo e mostra come si possa in modo resiliente adattarsi alla crisi del clima”. Un modello replicabile? “Certo e su tutto il territorio nazionale. Dove ci sono bacini disponibili si può intervenire con tempestività. Con poco tempo potremmo avere tanto. E dove non ci sono i bacini dobbiamo investire per costruirli. A proposito di infrastrutture dobbiamo ricordare la grande dispersione dell’acqua, circa il 40%, a causa delle condizioni in cui versa la rete idrica”.
“Serve pensare soluzioni a lungo termine”
Al tramonto lungo il delta del Po il paesaggio è meraviglioso. Un tesoro di biodiversità, punto di approdo e di passaggio di uccelli migratori. Lungo le rive ci sono barche di pescatori, intorno il dedalo di canali tra acqua e terra è percorso da itinerari per escursioni in bici e a piedi. Poco distante, le centraline che controllano la risalita del cuneo salino e il livello del fiume sono immersi in campi coltivati. Poco distanti le grandi risaie e le lagune. I problemi complessi sembrano distanti.
“Il Po ha mille volti: è la sua forza e la sua debolezza. Viene considerato sempre dal punto di vista di chi lo utilizza – spiega Delpiano - C’è chi lo vede come strumento per avere l’acqua e coltivare la terra, chi per la pesca, c’è chi lo considera un patrimonio naturale per il suo habitat, chi una barriera per fronteggiare l’Adriatico e chi ne ha paura per le alluvioni, chi lo studia. Il rischio è proprio vederlo solo come una risorsa in modo settoriale. Ma il fiume non è un oggetto, è un organismo complesso. Elemento identitario di un territorio, parte della sua storia e del paesaggio, della cultura di chi ci abita. Una risorsa per l’ecologia, la biodiversità e la sicurezza e deve funzionare nella sua complessità. Quindi non c’è una soluzione unica per salvarlo dal cambiamento climatico di cui già vediamo i suoi effetti devastanti, ma progetti a lungo, lunghissimo termine. Noi tutti i giorni interveniamo sulle necessità quotidiane e aggiorniamo i quattro piani che dobbiamo fornire anche a livello europeo: sul dissesto geologico, la gestione del rischio alluvioni, la gestione delle acqua e il bilancio idrico. Ma poi pensiamo ai progetti futuri, cerchiamo di capire come sarà il fiume tra 10-15 anni. Anche 30. Il clima cambia in fretta e noi dobbiamo farci trovare pronti”.