Sono 81 gli orsi marsicani, il futuro della specie si gioca fuori dal Parco Nazionale d’Abruzzo
di Valeria BarbiSecondo Il primo censimento completo il nucleo storico resta stabile, ma l'espansione verso nuovi territori è ancora fragile e il futuro della specie dipenderà dalla capacità di garantire sicurezza e convivenza nelle aree esterne a quelle protette
Per la prima volta gli scienziati sono riusciti a stimare la consistenza dell'intera popolazione di orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), e non soltanto del suo nucleo storico nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Il risultato è una fotografia senza precedenti: 81 individui, con un intervallo di incertezza compreso tra 73 e 88 orsi, distribuiti su oltre 6.000 chilometri quadrati dell'Appennino centrale.
Il dato, che fa seguito ad una ricerca condotta nell’estate del 2025 nell’ambito del progetto DigitAP, finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), è stato presentato al ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e arriva dal più esteso monitoraggio genetico mai realizzato per questa sottospecie endemica dell'Appennino centrale, considerata tra i grandi carnivori più minacciati d'Europa e del mondo.
Un censimento genetico senza precedenti
A partecipare all’operazione sono stati decine di esperti provenienti da ISPRA, dai parchi nazionali interessati dalla presenza della specie, numerose aree protette regionali, le reti di monitoraggio dell'orso marsicano, le Regioni Abruzzo, Lazio e Molise, i Carabinieri Forestali, associazioni come Salviamo L’Orso e Rewilding Apennines, e gli istituti incaricati delle analisi genetiche, che si sono affidati ad una delle tecniche oggi più efficaci e meno invasive per studiare i grandi carnivori. Il metodo del monitoraggio genetico, infatti, si basa sulla raccolta di campioni biologici lasciati naturalmente dagli animali, come peli e feci. I peli vengono prelevati grazie a trappole non invasive, tra cui recinti di filo spinato con un'esca odorosa al centro, alberi utilizzati dagli orsi per grattarsi (rub trees) e cespugli di ramno (Rhamnus alpinus), una delle loro piante alimentari preferite, circondati da filo spinato per trattenere ciuffi di pelo al loro passaggio. Da questi campioni viene estratto il DNA che permette di identificare ogni individuo, stimarne il numero e ricostruirne gli spostamenti senza ricorrere alla cattura o al radiocollaraggio. I campioni sono stati poi analizzati in laboratori specializzati attraverso marcatori molecolari.
Il cuore della popolazione resta il Parco d'Abruzzo
La nuova stima conferma che il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise continua a rappresentare il nucleo principale della popolazione. Qui gli orsi risultano sostanzialmente stabili rispetto alla stima del 2014, quando erano stati censiti circa cinquanta individui. Secondo i ricercatori, questa stabilità potrebbe indicare che il territorio del Parco ha raggiunto una densità vicina alla propria capacità portante, cioè al numero massimo di orsi che quell'ecosistema è in grado di sostenere in modo stabile. Il futuro della sottospecie, quindi, non dipenderà tanto dall'aumento del numero di orsi all'interno dell'area storica, quanto dalla loro capacità di colonizzare nuovi territori. Per Luciano Sammarone, direttore del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, i nuovi dati confermano la vitalità di una popolazione con caratteristiche uniche. "Da circa vent'anni monitoriamo le nascite e abbiamo osservato un aumento sia delle femmine che si riproducono sia del numero di cuccioli nati", spiega. "È un risultato importante per una popolazione rimasta isolata da millenni, con una limitata variabilità genetica e confinata in un territorio dove non può crescere indefinitamente. Questa vitalità, però, non può essere separata dal lavoro di tutela svolto negli ultimi decenni: monitoraggio costante, riduzione delle cause di mortalità e collaborazione con le comunità locali." Anche Roberta Latini, biologa del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, sottolinea che “il dato più significativo non è tanto l'aumento numerico, quanto la progressiva espansione della popolazione nelle aree esterne al Parco, soprattutto verso la Valle Roveto, la Riserva Monte Genzana Alto Gizio e il Parco Nazionale della Maiella". "Ancora più significativo - spiega Latini - è il fatto che questa espansione coinvolga anche le femmine - seppur in numero limitato - perché sono loro a determinare la reale crescita e la stabilità futura della popolazione".
Numeri in aumento, ma un'espansione ancora fragile
Ed è proprio nelle aree periferiche che emerge uno dei risultati più significativi del monitoraggio. Qui, i ricercatori stimano la presenza di 16 orsi al di fuori del nucleo storico, con un intervallo di confidenza compreso tra 9 e 22 individui, un dato che indica come gran parte dell'Appennino centrale sia già potenzialmente idonea a ospitare una popolazione stabile. Secondo Vincenzo Gervasi, ricercatore dell'ISPRA che ha presentato il rapporto al MASE, la lenta espansione dell'orso verso le aree periferiche è dunque un fenomeno reale ma va letto con cautela. In questi territori, infatti, la densità della specie è circa dieci volte inferiore rispetto alle core area, dove è storicamente più presente, e l'espansione riguarda soprattutto i maschi, mentre le femmine restano ancora poco rappresentate. Perché la colonizzazione dei nuovi territori si traduca in una crescita stabile della popolazione sarà dunque necessario garantire condizioni favorevoli alla sopravvivenza e alla riproduzione anche al di fuori del nucleo storico. Per circa un terzo degli orsi marsicani che vivono in territori privi di particolari regimi di tutela, i rischi legati alle attività umane sono, infatti, maggiori: investimenti stradali e ferroviari, frammentazione del paesaggio, conflitti con le attività produttive e pressione turistica possono infatti ostacolare l'insediamento della specie nei nuovi areali. Il limite principale non sembra essere dunque la disponibilità di habitat, ma la capacità di garantire ambienti sicuri e, soprattutto, connessi e pronti alla trasformazione culturale necessaria ad accogliere la specie.
Le comunità locali come chiave della convivenza
Tra le organizzazioni attive nelle aree di espansione c'è Salviamo l'Orso, impegnata nella conservazione dell'orso bruno marsicano attraverso interventi di tutela, prevenzione dei conflitti e coinvolgimento delle comunità locali, soprattutto nei territori esterni alle aree protette dove la sottospecie sta progressivamente ricolonizzando nuovi habitat, come la Valle Roveto.Per Serena Frau, project manager dell'associazione, la sfida principale è ridurre la mortalità di origine antropica degli esemplari che si spostano verso nuovi territori. “È l'unico modo perché la popolazione possa aumentare: è fondamentale che gli orsi trovino ambienti sicuri e accoglienti nelle aree di ricolonizzazione”, spiega. Questo significa intervenire sul miglioramento degli habitat, sulla sicurezza stradale e, soprattutto, sul rapporto tra l'orso e le comunità locali. Secondo Frau, sono proprio le comunità a rappresentare insieme l'ostacolo più complesso e la maggiore opportunità per la conservazione. “Ogni territorio ha criticità, sensibilità e portatori di interesse diversi. Per questo serve un lavoro capillare, costruito sulle esigenze di ciascuna realtà, senza ricette valide ovunque. Ma è proprio qui che può nascere un'opportunità. Fuori dalle aree protette, dove l'orso si sta espandendo, spesso mancano enti dedicati alla gestione della fauna. Questo rende cittadini e cittadine i primi custodi del territorio. Se le comunità iniziassero a sentirsi responsabili della tutela dell'orso e comprendessero che le loro azioni quotidiane possono favorire una convivenza pacifica, sarebbe una vera rivoluzione”. Alla luce delle recenti posizioni politiche sulla gestione della fauna selvatica e dei frequenti episodi di bracconaggio registrati in diverse parti d'Italia, è probabilmente proprio una rivoluzione culturale quella di cui c'è più bisogno.
Ripartiamo dalla cultura
Ad essere convinto della necessità di una transizione culturale diffusa è anche Luciano Sammarone, secondo il quale la sfida riguarda il modo in cui la società interpreta oggi il rapporto con la fauna selvatica. "Troppo spesso siamo portati a trovare soluzioni semplici a problemi complessi. E troppo spesso le scelte sono lontane da un necessario approccio scientifico, condizionate da una conoscenza insufficiente dei fenomeni", osserva. "I numeri dell'orso marsicano dovrebbero insegnare a tutti che solo lavorando insieme, come è accaduto negli ultimi anni, si possono adottare soluzioni adeguate, avendo la capacità di aggiustarle in corsa". Ma come si coniuga la tutela della biodiversità ad una visione politica diffusa che considera la fauna selvatica un problema da gestire con strumenti sempre più orientati al prelievo e non alla conservazione? “Il Governo, oggi, sembra essere più indietro dei cittadini sul tema della coesistenza con i grandi carnivori e sulla loro conservazione - spiega Stefano Orlandini, Presidente di Salviamo L’Orso. “La sfida maggiore, come evidenziato dal rapporto presentato al MASE, e come ripetono da anni coloro che lavorano sul campo, è la salvaguardia dei territori esterni alle aree protette e dei corridoi ecologici che le mettono in collegamento. Territori che sono sempre più presi d’assalto da nuove infrastrutture e da uno sviluppo insensato e antieconomico, a partire dai bacini sciistici in Appennino, dallo sfruttamento forestale selvaggio che non tiene conto delle necessità delle specie selvatiche che ci vivono, o dai mega progetti in aree delicatissime come quello della centrale ENEL di Pizzone che sono, oggi più che mai, assolutamente incompatibili con la conservazione dell’orso in Appennino centrale nel medio-lungo termine”.
Dopo il PNRR: dal censimento al monitoraggio a lungo termine
La conclusione del progetto DigitAP apre ora una nuova fase per la conservazione dell'orso marsicano. Il finanziamento legato al PNRR ha permesso di realizzare il più ampio monitoraggio genetico mai condotto sulla sottospecie e ha lasciato un patrimonio scientifico di grande valore: “oggi i ricercatori conoscono il genotipo della maggior parte degli orsi presenti sull'Appennino centrale”, ha sottolineato Gervasi nel corso dell’incontro, “e questa conoscenza offre nuove possibilità per il futuro. Nei prossimi anni sarà possibile seguire il destino degli individui che si avventurano fuori dalle aree storiche, valutare i tassi di emigrazione, capire quali condizioni permettano la sopravvivenza negli areali periferici e monitorare aspetti fondamentali come la variabilità genetica e il contributo riproduttivo dei nuovi nuclei. La sfida sarà trasformare questo patrimonio di dati in un sistema di monitoraggio permanente”. Il futuro della conservazione passa infatti da un processo analitico di lungo periodo che parte dalle reti di monitoraggio sul territorio e dal confronto tra tutti i protagonisti coinvolti nello studio della popolazione. Un percorso che dovrà portare alla definizione delle prossime strategie nell'ambito del Comitato di gestione Piano d'Azione per la Tutela dell'Orso Marsicano (PATOM), il cui compimento sarà uno dei passaggi decisivi per garantire il futuro della sottospecie. La nuova stima rappresenta quindi molto più di un semplice censimento. È la prima fotografia completa dell'intera popolazione di orso bruno marsicano, ma soprattutto uno strumento per affrontare la fase più delicata: accompagnare l'espansione della specie fuori dalle aree storiche, assicurando che i nuovi territori siano realmente compatibili con la sua sopravvivenza e dimostrando, così, che la coesistenza non è solo una parola ma il frutto tangibile di una rivoluzione culturale che nasce dal basso ed è destinata a durare.