Le piante della Palestina che non vedremo più
di Fabio MarzanoIn Cisgiordania negli ultimi anni, a causa del degrado costante degli habitat e le pressioni sull'uso del suolo e delle risorse d’acqua, si sono estinte 30 specie. Tra queste due rare graminacee selvatiche
Su una superficie poco più grande della Liguria ospita 1.710 tra specie e sottospecie vegetali. La Cisgiordania, la parte più estesa dei territori palestinesi, è uno degli hotspot per la biodiversità del Mediterraneo. Una ricchezza floristica dovuta sia alle pratiche agricole e di allevamento che alla particolare posizione geografica, un crocevia dove convivono ambienti e climi di origine diversa: dalle savane mediterranee ai boschi di conifere che richiamano le steppe dell’Asia centrale. Negli ultimi anni, a causa del degrado costante degli habitat e le pressioni sull'uso del suolo e delle risorse d’acqua, si sono estinte 30 specie. Circa un terzo di quelle esistenti hanno una distribuzione limitata e sono a rischio secondo la prima classificazione completa della flora nativa dei territori palestinesi.
La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Biodiversity Data Journal, è stata in parte finanziata all’interno del progetto Interreg NEXT-MED, tra le più longeve iniziative europee di cooperazione transnazionale nell’area del Mediterraneo. In Cisgiordania la maggior parte delle piante che non sono state più ritrovate sono associate a zone umide, praterie, boschi mediterranei e regioni aride. Come il sambuco nero, Orchis italica, un’orchidea che malgrado il nome specifico è diffusa in tutta l’area, o Leptadenia pyrotechnica, un’erbacea che tollera la siccità estrema e viene spesso utilizzata per gli interventi di riforestazione delle aree desertiche o per il consolidamento delle dune. Nella lista delle estinzioni locali più recenti ci sono anche due rare graminacee selvatiche come Aegilops vavilovii, di cui sono state ritrovate per caso diverse popolazioni nel deserto del Neghev, e Sporobolus minuartioides, una vulnerabile pianta subtropicale un tempo diffusa in tutta l’area.
"Il declino dei regimi di pascolo tradizionali e dei sistemi di coltivazione a bassa intensità rischiano di condizionare un ecosistema agricolo che storicamente ha contribuito a conservare habitat eterogenei con una notevole biodiversità vegetale. – spiega Mohammed Saleem Ali Shtayeh, presidente del Biodiversity & Environmental Research Center di Nablus, che ha coordinato la ricerca – Oltre a questi fattori ecologici le attività militari e i cambiamenti nell'uso del suolo associati all'espansione degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania palestinese hanno contribuito alla frammentazione e al disturbo di alcuni habitat”.
Nei territori palestinesi le piante più minacciate sono concentrate tra i rilievi di Nablus e di Hebron in Cisgiordania così come nella striscia di Gaza dove sono state registrate 1.217 specie vegetali delle quali 140 endemiche dell’area (ma gli studi sono stati condotti prima dell’invasione israeliana). Tra le specie più emblematiche due sono esclusive del West Bank: un iris (Iris lortetii var. samariae) che cresce solo nel villaggio di Faquaa ed è il fiore simbolo nazionale e un’erbacea (Ferula samariae) presente solo in un’area circoscritta nei pressi di Nablus.
Lo studio è la checklist più aggiornata della flora autoctona palestinese che integra le più recenti osservazioni sul campo con i dati degli erbari e dei database sulla biodiversità mediterranea. In tutto, tra West Bank e Gaza, sono state classificate 1.826 tra specie e sottospecie di cui oltre l’80% sono angiosperme, ovvero piante da fiore ma ci sono anche 10 famiglie di felci e 5 di gimnosperme, a cui appartengono alberi come il pino. La biodiversità locale, come dimostra la ricerca, è dominata da alcuni generi con più di dieci specie ciascuno come i trifogli, le silene, le salvie, gli Allium, le Medicago, gli Astragalus: una composizione che testimonia un’identità a metà strada tra il Mediterraneo e le steppe dell’Iran.