Le marmotte approdano su OnlyFans. Non per esibizionismo, naturalmente, ma per contribuire al finanziamento di uno dei più longevi studi mai dedicati a una popolazione di mammiferi selvatici. La pagina, con un efficace calembour, si chiama OnlyMarms ed è stata aperta dai ricercatori della University of California, Los Angeles. Mostra esemplari di marmotta dal ventre giallo (Marmota flaviventris), grande roditore delle Montagne Rocciose del Nord America, riprese nelle loro attività quotidiane: mangiare, scavare, rincorrersi, sorvegliare le tane, talvolta litigare con i vicini. Nulla di particolarmente audace, naturalmente, se non la scelta della piattaforma, diventata celebre per altri generi di contenuti.
Dietro la trovata per certi versi provocatoria, del resto, c’è una questione molto seria: da oltre sessant’anni, nelle vicinanze di Gothic, in Colorado, generazioni di studiosi seguono la vita di questi animali. Oggi, però, la continuità di quel lavoro è diventata più incerta, al punto da spingere la ricerca scientifica a cercare sostegno nell’economia dell’attenzione. "Sì, stiamo tentando questa strada per frustrazione, in un contesto estremamente difficile per i finanziamenti", sottolinea Daniel T. Blumstein, professore di Ecologia e biologia evoluzionistica, responsabile del “Marmots Project” del Rocky Mountain Biological Laboratory.
Sessant’anni a guardare il tempo
Il progetto è iniziato nel 1962, quando i social network non esistevano: oggi quel lavoro costituisce uno degli archivi più preziosi al mondo sul comportamento di mammiferi selvatici identificati individualmente. Ogni animale viene catturato, misurato e contrassegnato, per poi essere seguito nel tempo attraverso parentele, gravidanze, conflitti, spostamenti e letarghi. C’è chi lascia presto la colonia e chi resta accanto alla madre, chi occupa il centro della vita sociale e chi sopravvive ai margini, chi supera molti inverni e chi scompare dopo il primo. È proprio questa lunga fedeltà ai singoli individui a rendere il progetto irripetibile. Nel tempo, infatti, gli studiosi hanno potuto comprendere come la temperatura, la durata del manto nevoso, la disponibilità di cibo e le relazioni sociali incidano sulla sopravvivenza. Hanno studiato l’anticipo dell’uscita dal letargo, le variazioni nella crescita, il peso delle avversità vissute nei primi mesi di vita e persino il rallentamento dei processi di invecchiamento durante il lungo sonno invernale. Ogni primavera i ricercatori tornano sugli stessi pendii, riprendono le osservazioni, riconoscono gli individui sopravvissuti e registrano le assenze: una popolazione seguita per decenni può raccontare la trasformazione di un ambiente, anche in relazione alla crisi climatica. Ma è proprio la continuità del monitoraggio, oggi, a essere in pericolo.
Se la scienza insegue l’algoritmo
OnlyMarms nasce qui, nel punto in cui la scienza incontra l’economia dell’attenzione e scopre di doverne imparare in fretta le regole. Non basta più raccogliere dati, elaborarli e pubblicarli. Bisogna raccontarli, renderli riconoscibili, possibilmente divertenti. Bisogna convincere qualcuno a fermare il pollice sullo schermo e, magari, a sostenere la ricerca.
L’idea è maturata durante una delle occupazioni più frequenti nella vita di chi studia il comportamento animale: aspettare. Aspettare che una marmotta esca dalla tana, incontri un’altra componente della colonia, lanci un richiamo o si avvicini abbastanza da poter essere osservata. Da una battuta nata sul campo tra ricercatori, ecco dunque l’intuizione: una campagna di raccolta fondi. E la necessità di cercare strade così inconsuete conferma come gli scienziati siano sempre più spesso chiamati non soltanto a produrre conoscenza, ma anche a confezionarne il racconto, trasformando una ricerca in una storia capace di competere con il flusso ininterrotto di video, immagini e notizie che affollano gli schermi. Le cifre raccolte sin qui dalla pagina non sono, al momento, tali da garantire il futuro del progetto. Possono contribuire alle spese più minute, acquistare materiali o sostenere una parte del lavoro sul campo. Ma chissà che una nuova ondata di popolarità della pagina non segni un deciso cambio di passo.
Gli animali “totem” dell’era digitale
Certo è che per farsi strada le marmotte delle Montagne Rocciose dovranno sbaragliare la concorrenza di tanti animali popolari sui social. Il web, del resto, elegge continuamente i propri animali “totem”. Non necessariamente i più rari, i più minacciati o i più importanti per l’equilibrio di un ecosistema. Piuttosto quelli che – da TikTok a Facebook - “funzionano”. È successo ai capibara, trasformati nei placidi filosofi dell’era dell’ansia. Immobili nell’acqua, circondati da uccelli o tartarughe, sembrano contemplare il disordine del mondo con una serenità che noi abbiamo smarrito. Il web li ha fatti diventare meme, giocattoli, protagonisti di video e improbabili maestri di vita.
È accaduto anche agli ermellini Tina e Milo, mascotte dei Giochi di Milano Cortina 2026. Attraverso due personaggi disegnati, milioni di persone hanno imparato almeno a riconoscere una specie a rischio, complice il climate change. E dunque la popolarità può diventare conoscenza. E la conoscenza, qualche volta, tutela. Del resto, da decenni la conservazione si affida alle cosiddette specie bandiera: il panda, la tigre, l’elefante, la tartaruga marina. Animali capaci di attirare attenzione e risorse, trascinando con sé un habitat, una foresta o un’intera comunità ecologica. I social hanno reso questo meccanismo più rapido, diffuso e imprevedibile. Ora non sono soltanto le grandi organizzazioni ambientaliste a decidere quale creatura debba rappresentare una causa. Può farlo un algoritmo, un video di pochi secondi, una folla di utenti che sceglie di affezionarsi. Con i rischi annessi, naturalmente: la celebrità digitale ingrandisce, ma deforma. Di più: caricaturizza. Il capibara diventa una caricatura di mansuetudine, l’ermellino un peluche, la marmotta può incarnare un personaggio comico. E dunque va scongiurato il rischio che l’animale reale, con le sue necessità, il suo ambiente e le sue vulnerabilità, scompaia dietro la propria versione addomesticata per lo schermo. Un rischio che non c’è, naturalmente, per la marmotta: se il canale strizza l’occhio alla superficialità, è lo spessore di chi carica i contenuti – i ricercatori – a offrire ampie garanzie.