Una dieta globale più sana potrebbe ridurre le emissioni agricole dell'85%
di Anna Lisa BonfranceschiUna nuova analisi su Nature mostra come cambierebbero l'uso dei terreni e gli allevamenti cambiando il nostro modo di mangiare. E calcola le riduzioni di emissioni associate a questi cambiamenti
I guadagni, almeno sulla carta, sono per lo più a favore di un necessario cambiamento negli stili di vita a tavola. Anche se non si tratta di una sfida semplice, tutt’altro. Cambiare le nostre abitudini alimentari, e così il sistema della produzione di cibo, produrrebbe dei benefici enormi all’ambiente e alla nostra salute: tema su cui torna, con nuove stime relative a questi benefici, una nuova analisi apparsa nei giorni scorsi sulle pagine di Nature, focalizzata sulle trasformazioni agricole correlate.
“Trasformare i sistemi alimentari porterebbe enormi benefici potenziali per la nostra salute e per l'ambiente, ma, come dimostrano i nostri risultati, comporterebbe anche cambiamenti fondamentali per l'agricoltura globale e influenzerebbe la vita di milioni di agricoltori e produttori alimentari”, spiega dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine il ricercatore a capo dell’analisi, Matt Gibson: “Anziché usare questi risultati come scusa per l'inazione, è fondamentale che i governi affrontino la sfida e prendano decisioni difficili per il bene della nostra salute e del pianeta. Questo significa confrontarsi con i potenti gruppi che traggono profitto dallo status quo e da un sistema alimentare globale che attualmente delude sia chi produce il nostro cibo sia chi dovrebbe nutrirsi di esso”. Le avvertenze di Gibson scaturiscono dall'osservazione di quello che potrebbe accadere al sistema agricolo entro il 2050 sposando la dieta della Planetary Health Diet (Phd) proposta dalla Commissione Eat Lancet. Si tratta, ricordiamo brevissimamente, di un regime alimentare ampiamente vegetale, che privilegia cereali integrali e legumi come fonte proteica, prevede il consumo moderato di latticini e uova e un ridotto consumo di carni, specialmente rosse. In sostanza un modello alimentare largamente ispirato alla dieta mediterranea. Ma per cambiare la tavola serve cambiare le abitudini delle persone, e ancor prima la produzione di cibo. Di fatto servirebbe soprattutto ridurre la quota di risorse destinate all’allevamento di bestiame, aumentando quelle destinate ai prodotti vegetali. Ma in che misura? Di quali entità di cambiamenti stiamo parlando? E con quali risultati, quali rischi?
Gibson e colleghi nel loro studio hanno voluto rispondere proprio a queste domande, e per farlo, scrivono, hanno utilizzato dei modelli economici combinati insieme, applicati a due scenari principali, quello in cui nessun cambiamento venga adottato e si prosegua come fatto finora e quello in cui invece si sposti l’adozione di una dieta planetaria, insieme a una riduzione degli sprechi di cibo e miglioramenti nella produttività di colture e allevamenti. I risultati che emergono sono teorici, frutto di modelli, s’intende, e poco fanno i conti con le preferenze alimentari dei consumatori, le loro abitudini, gusti e possibilità economiche, precisano gli autori. Ma sono dati che sottolineano un ampio margine di possibilità e questo è l’aspetto più importante da considerare a detta degli esperti. Nel complesso mostrano che in uno scenario ideale potremmo risparmiare 400 milioni di ruminanti rispetto al 2020 (riportandoli ai livelli di metà degli anni Novanta), con una riduzione del 42% negli allevamenti. L’area destinata a frutta e verdura aumenterà, di più rispetto a uno scenario senza cambiamenti, ma in modo coerente rispetto a quanto osserviamo oggi, si legge nel paper. I cambiamenti nella destinazione d’uso della terra ridurranno sensibilmente le emissioni collegate all'agricoltura (le terre destinate all’agricoltura potrebbero diminuire del 6%), che potrebbero scendere dell’85% rispetto ai livelli del 2020.
L’invito esplicito degli autori, alla luce di questi dati, è di non dimenticare che, perché i benefici riguardino davvero tutti - anche i produttori agricoli - servono politiche mirate, pensate per tempo. “Una simile trasformazione - si legge infatti nelle conclusioni - porrebbe sfide sostanziali all’economia politica con costi spesso concentrati (ad esempio, nel settore dell’allevamento) e benefici più diffusi (ad esempio, con il miglioramento generale della salute pubblica). Le decisioni politiche coraggiose del presente possono determinare e proteggere chi vince e chi perde in questi futuri sistemi alimentari”.