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Biodiversità

Sorpresa, c’è una nuova generazione di nacchera di mare nel golfo di Trieste

La nacchera di mare (Foto di Saul Ciriaco e Tommaso Lorenzi)
La nacchera di mare (Foto di Saul Ciriaco e Tommaso Lorenzi) 

I ricercatori dell’area marina protetta di Miramare hanno individuato 23 giovani pinna nobilis: un primo segnale di ripresa dopo la moria che ha quasi cancellato la specie dal Mediterraneo. E intanto la scienza - tra allevamento in cattività e citizen science - prova a salvare il futuro della specie

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Dal fondale emerge una sagoma sottile, piantata quasi in verticale nella sabbia. È alta pochi centimetri e bisogna avere un occhio allenato per distinguerla tra alghe, rocce e sedimenti. Ma per i ricercatori dell’area marina protetta di Miramare, nel golfo di Trieste, quella presenza minuscola vale una scoperta: è una giovane Pinna nobilis, una delle 23 individuate nelle ultime settimane tra Miramare e Aurisina. Un esemplare è stato osservato nella zona A dell’area marina protetta, gli altri lungo la costiera triestina compresa nella Riserva della Biosfera MaB Unesco. Sono ancora pochi, soprattutto rispetto alle migliaia di nacchere di mare che fino al 2019 popolavano il golfo di Trieste. Dopo anni trascorsi a censire morie e scomparse, però, quei giovani individui rappresentano il primo vero segnale di speranza: dimostrano, in fondo, che alcuni adulti sono sopravvissuti e sono ancora capaci di riprodursi. Non è ancora una rinascita: è piuttosto la prova che la storia di una specie a forte rischio, nonostante tutto, non sia ancora conclusa.

La grande moria del Mediterraneo

Comunemente chiamata nacchera di mare, Pinna nobilis è il più grande mollusco bivalve endemico del Mediterraneo. Può raggiungere circa 70 centimetri di altezza e vivere fino a 45 anni, infissa verticalmente nei fondali sabbiosi o tra le praterie di Posidonia. La sua importanza non dipende soltanto dalle dimensioni: un formidabile organismo filtratore, capace di contribuire alla riduzione della torbidità dell’acqua. Sulle sue valve trovano inoltre spazio alghe, spugne, ascidie e numerosi piccoli invertebrati: ogni esemplare diventa così una sorta di minuscola “architettura vivente”, intorno alla quale si sviluppa una comunità marina. Già minacciata dalla raccolta a scopi ornamentali, dagli ancoraggi, dalla pesca ricreativa e dal prelievo del “bisso” - il fascio di filamenti con cui si ancora al fondale - dal 2016 la specie è stata colpita da una mortalità di massa che ha attraversato quasi tutto il Mediterraneo, decimandone le popolazioni.“La principale responsabile – spiega Francesca Carella, che insegna patologia generale e anatomia patologica veterinaria all’università di Napoli Federico II - è una infezione virale che colpisce le cellule del sistema immunitario del bivalve a cui fa seguito una infezione di patogeni secondari opportunisti di natura parassitaria e batterica di diversa natura, in un quadro reso più complesso dall’aumento delle temperature e dall’indebolimento degli ecosistemi”. E dunque in pochi anni intere popolazioni sono state cancellate e la specie è stata classificata come in pericolo critico di estinzione.

Cercare i superstiti

Nell’area marina protetta di Miramare il monitoraggio era cominciato già nel 2016, quando si sperava che il Golfo di Trieste potesse restare immune dall’epidemia e trasformarsi in un bacino naturale per il ripopolamento della specie. La moria è arrivata anche qui, ma la ricerca non si è fermata. Negli anni sono stati censiti gli esemplari vivi, perfezionati i metodi di osservazione e sperimentati sistemi di recupero: dalla raccolta dei giovanili alla traslocazione degli individui presenti in siti problematici, fino all’allevamento in ambiente controllato. Le campagne proseguono oggi anche nella laguna di Grado e Marano, con il supporto dello SPA/RAC. Ogni nuovo esemplare individuato viene inoltre sottoposto alle analisi molecolari dell’Università di Trieste, necessarie per verificare l’eventuale presenza dei patogeni responsabili delle morie.E dunque i 23 giovani osservati lungo la costiera raccontano una certa capacità di resistenza, che sembra manifestarsi ad annate alterne: la loro presenza conferma soprattutto che nel golfo sopravvivono esemplari adulti vitali, ancora in grado di generare nuove larve. Resta da capire quanti dei piccoli riusciranno a crescere e a raggiungere l’età riproduttiva senza essere colpiti dalla malattia. Su questa fragile possibilità hanno lavorato e lavorano anche i progetti europei dedicati alla conservazione della specie: il progetto LIFE Pinna, che - con il coordinamento di Arpal e il coinvolgimento di enti italiani e sloveni - ha individuato gli individui resistenti, li ha protetti e ha sviluppato tecniche di riproduzione in cattività. “Abbiamo raggiunto uno stadio larvale mai ottenuto in precedenza in laboratorio e trovato in natura 60 individui trovati grazie alle segnalazioni dei comuni cittadini attraverso la piattaforma del sito lifepinna.eu. – spiega Alessandro Midlarz, di Triton Research, responsabile della comunicazione di Life Pinna - In più abbiamo creato un network internazionale con il conivolgimento dei ricercatori più esperti su Pinna nobilis nell'area del Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, passando per Tunisia, Libia, Italia, Slovenia, Croazia e Grecia”. Nel 2025 è partito anche il progetto europeo LIFE Pinnacare: l’obiettivo è ripopolare 32 siti della rete Natura 2000 attraverso la riproduzione controllata di un nuovo stock di individui da utilizzare per il ripopolamento con innovative pratiche di biosicurezza, tenendo conto della variabilità genetica della specie, utilizzando per la prima volta trattamenti fitoterapici per curare la malattia. Il progetto coinvolge subacquei e cittadini per mappare e segnalare gli esemplari sopravvissuti.

Una ricerca collettiva

La citizen science, già. Resta fondamentale. Per ricostruire la presenza di Pinna nobilis lungo l’intera costiera triestina, i ricercatori chiedono il contributo di subacquei e bagnanti. Se all’interno dell’Area marina protetta di Miramare il censimento è sistematico fuori dai suoi confini, invece, l’estensione dei fondali supera inevitabilmente le risorse disponibili per il monitoraggio scientifico. Molti avvistamenti sono stati possibili proprio grazie alle segnalazioni di chi frequenta abitualmente il mare e ha imparato a riconoscere la specie. In caso di incontro, l’indicazione è di non toccare né spostare l’animale, ma di fotografarlo e annotarne la posizione. Le immagini e le coordinate possono essere inviate attraverso i canali social dell’Area marina protetta di Miramare o all’indirizzo ricerca@ampmiramare.it. La salvezza della nacchera di mare dipenderà dai laboratori, dalle analisi genetiche, dagli allevamenti e dalle future reintroduzioni, ma anche dal contributo della citizen science. I 23 giovani esemplari di Miramare non bastano per dichiarare superata l’emergenza. Sono però sufficienti per cambiare, almeno per una volta, il segno del racconto. Dopo anni in cui si contavano soprattutto i gusci vuoti e le assenze, sui fondali del golfo di Trieste è tornata forse ad affacciarsi una nuova generazione di Pinna nobilis.