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Addio al 10% di coralli duri nel mondo. "Barriere al collasso, ma possiamo ancora salvarle"

(afp)

La più grande valutazione mondiale sullo stato di salute delle barriere coralline racconta come si sta riducendo la finestra di tempo per la ripresa dei coralli. Ma ci sono anche esempi incoraggianti sulla resilienza. L'appello: "Ridurre le pressioni antropiche sugli ecosistemi o impatti enormi per l'umanità".

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Un mondo senza coralli potrebbe innescare una spirale di declino dalla quale sarà difficilissimo uscire. Sono anni che, oltre alle cause dell’intensificazione della crisi climatica, gli scienziati ci avvertono di come stiamo perdendo le barriere coralline: le temperature elevate degli oceani, che nel 2026 hanno raggiunto il record di media globale di 21,1 gradi in superficie, stanno drammaticamente crescendo mettendo a repentaglio la possibile ripresa degli ecosistemi e le formazioni coralline.

La possibile finestra di recupero, soprattutto ora in cui il fenomeno naturale di El Niño più forte di sempre potrebbe sconvolgere ulteriormente la vita marina, un tempo era fissata in decenni, ora è di soli “cinque o sei anni”. In sostanza: non c’è davvero più tempo, o si inverte la rotta ora o perderemo questi animali e le loro biocostruzioni che, sebbene costituiscano solo l'1% della superficie oceanica, ospitano un quarto di tutta la vita marina. Queste informazioni e l’esigenza di agire escono dalla più completa valutazione globale mai realizzata sulle barriere coralline del mondo, il rapporto pubblicato dalla Rete globale di monitoraggio delle barriere coralline (GCRMN) che si basa su oltre 40 anni di dati, tra cui 21,1 milioni di osservazioni provenienti da 36.886 siti di barriera corallina in 120 paesi e territori.

Negli ultimi trent’anni ogni grande evento di calore marino ha innescato fenomeni di sbiancamento globale che hanno portato alla perdita di coralli duri e innescato una spirale di declino difficile da arrestare. Il problema è che oggi più i mari diventano caldi, più la finestra di recupero si riduce. Bisogna immaginarsi questo: in determinati periodi gli scienziati hanno osservato fenomeni di sbancamento particolarmente intensi. Nel 1998-99 il calo dei coralli è stato di circa 6,5%. Il successivo grande evento è stato oltre dieci anni dopo, nel 2010-2011 (calo del 9,9%). Nella finestra fra questi due periodi, parte dei coralli si sono ripresi. Con il surriscaldamento globale però i fenomeni di sbancamento si sono successivamente verificati in un lasso di tempo, una finestra, molto più breve. Solo sei anni dopo quello del 2010, nel 2016-2017 c’è stato un terzo evento globale di sbiancamento (calo 6,6%.) e poi un quarto nel 2023-2024 (calo del’8,9%). Da questa intensificazione gli scienziati e i biologi marini hanno osservato due fattori, uno negativo e uno positivo. La copertura globale di coralli duri purtroppo è ormai diminuita di circa il 9,5% rispetto ai livelli storici, sempre a causa dello stress termico indotto dai cambiamenti climatici.

Dall’altra parte però si è visto che una ripresa è possibile: dopo il terzo grande sbiancamento la copertura di coralli duri è cresciuta di circa il 6% fino al 2019. Significa che c’è una possibilità di ripresa “a dimostrazione che le barriere coralline mantengono la capacità di riprendersi se viene concesso loro un tempo sufficiente tra un evento perturbatore e l’altro” scrivono gli esperti. Nel buio, quella annunciata a Palau dal Global Coral Reef Monitoring Network, è dunque una notizia di luce: lavorare per la ripresa e la resilienza dei coralli è possibile, oltre che fondamentale dato che si stima come 500 milioni di persone al mondo oggi siano collegate - dalla pesca alla salute degli oceani - proprio ai servizi ecosistemi che offrono le barriere. L’umanità però, per preservare il futuro di questi ecosistemi cruciali per i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, e anche la protezione costiera e le economie, deve fare in fretta. Serve “una rapida riduzione delle emissioni, unitamente ad azioni efficaci per mitigare le pressioni locali” questo è ciò che “rappresenta la strada più promettente per la salvaguardia delle barriere coralline e fornisce una base di dati senza precedenti per aiutare i governi e i gestori delle barriere coralline a concentrare gli interventi laddove possono avere il maggiore impatto” scrivono gli esperti.

"Dopo decenni di studio delle barriere coralline, ciò che mi preoccupa di più non è l'attuale perdita di copertura di coralli duri, bensì il fatto che stiamo progressivamente erodendo le condizioni necessarie al loro recupero” sostiene Manuel González Rivero, autore principale del rapporto. "Il cambiamento climatico sta causando ondate di calore marine più frequenti e intense, ma pressioni locali come la scarsa qualità dell'acqua, la pesca eccessiva e lo sviluppo costiero rendono le barriere coralline ancora meno capaci di resistervi. Dobbiamo quindi fare due cose contemporaneamente: ridurre le emissioni a livello globale e attuare misure di conservazione basate su evidenze scientifiche a livello locale”.

L’esperto spiega inoltre come “un tempo le barriere coralline avevano decenni per riprendersi dopo gravi eventi di sbiancamento. Oggi, sono fortunate se riescono a guadagnare cinque o sei anni. E per molte barriere coralline colpite dalle ondate di calore marine senza precedenti del 2024, l'El Niño di quest'anno probabilmente significa che avranno avuto poco più di un anno per iniziare a riprendersi prima di essere colpite di nuovo. Questo sta creando una spirale di declino che diventa sempre più difficile da invertire a ogni evento di sbiancamento”.

Riuscire a proteggere i coralli, significa proteggere noi stessi. Pensiamo anche solo banalmente agli indotti del turismo: le barriere rappresentano il patrimonio culturale di quasi un miliardo di persone in tutto il mondo. “Oggi - aggiungono gli autori del rapporto - circa 104 milioni di persone vivono entro cinque chilometri da una barriera corallina. Si tratta di un aumento del 46% negli ultimi due decenni che evidenzia sia la crescente dipendenza dagli ecosistemi delle barriere coralline sia la crescente pressione su di essi”. Insomma, come ha detto lana Seid, rappresentante permanente di Palau presso le Nazioni Unite “sappiamo cosa funziona e dobbiamo crederci. Gli sforzi locali di conservazione, un'efficace gestione marina e l'integrazione delle conoscenze tradizionali con l'innovazione scientifica hanno già dimostrato risultati positivi in molte parti del mondo e offrono soluzioni efficaci. La sfida che ci troviamo ad affrontare non è più individuare cosa bisogna fare, ma trovare la volontà collettiva per farlo”.