L’occhio del Montasio e la montagna che verrà
di Vanda Bonardo*La Carovana dei ghiacciai 2026 di Legambiente sulle Alpi Giulie: il ghiacciaio più resiliente delle Alpi, quello del Montasio, è in sofferenza. La crisi climatica lascia il segno
Sembra un occhio della montagna che ti guarda. È la grande cavità scavata dalla pioggia nella parte sommitale del Ghiacciaio occidentale del Montasio, in Friuli-Venezia Giulia. Un tunnel nel ghiaccio che quattro anni fa, quando eravamo saliti fin quassù con la Carovana dei Ghiacciai, non c’era. Non è la prima volta che compare: in passato si è formata e poi riempita nuovamente di neve e ghiaccio. Potrebbe succedere ancora, ed è quello che speriamo.
Nel 2022 il ghiacciaio era coperto di neve e faceva un freddo cane. Oggi, alla stessa quota, il termometro oscilla tra i 16 e i 18 gradi. Eppure, siamo davanti a uno dei ghiacciai più sorprendenti delle Alpi. Il Montasio, ultimo vero ghiacciaio rimasto nelle Alpi Giulie italiane, è piccolo ma tenace. Protetto dalle imponenti pareti del massiccio, dall’ombra e alimentato dagli accumuli di neve e dalle valanghe, riesce a sopravvivere a quote insolitamente basse. Negli ultimi vent’anni ha perso complessivamente pochi metri di spessore, mentre altri ghiacciai alpini possono perderne anche due in una sola estate.
Ma resilienza non significa immunità. Quest’estate quella grande cavità è in parte crollata proprio mentre la Carovana dei Ghiacciai la stava osservando. Un episodio circoscritto, che non permette certo di decretare il destino del ghiacciaio, ma racconta bene il paradosso del Montasio: il ghiaccio soffre, ma resiste, mentre tutto intorno la montagna cambia. E per capire la portata di questa trasformazione bisogna guardare oltre il ghiacciaio come abbiamo raccontato nel nostro video do tappa.
Già all’inizio di agosto, in diverse zone delle Alpi Giulie e in altri territori alpini, i prati apparivano secchi e in alcune malghe è stato necessario portare dal basso acqua e foraggio. Perché la crisi climatica in montagna non riguarda soltanto ghiacciai che fondono, meno neve o pareti più instabili. Cambia il funzionamento stesso della montagna: la disponibilità d’acqua, i pascoli, la vegetazione e, insieme a loro, le condizioni di vita delle comunità alpine.
Intanto, negli spazi lasciati liberi dal ghiaccio, la vita avanza. Licheni e piante pioniere conquistano rocce e detriti; lentamente si formano nuovi suoli, cambiano i percorsi dell’acqua, compaiono nuovi habitat. Mentre il ghiaccio arretra, comincia a prendere forma un nuovo paesaggio.
Sono i paesaggi postglaciali, uno degli esiti meno visibili e più interessanti della trasformazione delle Alpi contemporanee. Lungo i versanti accade anche un altro fenomeno: è come se l’intera montagna si spostasse verso l’alto. Aceri, abeti rossi e betulle risalgono lentamente di quota, mentre temperature più elevate e una permanenza più breve della neve spingono piante e animali a cercare condizioni favorevoli sempre più in alto. Gli habitat alpini sembrano entrati in un ascensore che continua a salire. Solo che la montagna non è infinita: le specie più adattabili avanzano, quelle specializzate nel freddo perdono terreno. E per quelle che vivono già sulle cime, prima o poi, non rimane più un piano superiore.
Nelle Alpi Giulie il Montasio, insieme ai resti glaciali del Canin e del Triglav, è così parte di un grande laboratorio a cielo aperto, nel quale osservare ciò che resta del ghiaccio e gli ecosistemi che cominciano a formarsi negli spazi lasciati liberi. Sarebbe però un errore leggere questa capacità della natura di reagire come una compensazione. Ciò che nasce non sostituisce ciò che scompare. Le specie dipendenti dal ghiaccio, dalle acque fredde e dalla neve persistente possono perdere definitivamente il proprio habitat. E insieme alla biodiversità cambiano l’acqua, i suoli e le funzioni che questi ecosistemi svolgono anche per le comunità umane.
Ma proprio mentre la natura ridisegna questi territori, si apre una questione nuova: decidere come accompagnare e governare la trasformazione senza compromettere ecosistemi ancora fragili e in formazione. Ed è qui che la questione ecologica diventa politica. Che cosa sono le terre che emergono dal ritiro dei ghiacciai? Nuovi spazi da utilizzare oppure ecosistemi da conoscere e proteggere? Chi deciderà se destinarli alla conservazione, al turismo, alle infrastrutture o alla produzione di energia?
Sono domande destinate a diventare sempre meno teoriche. Il ritiro dei ghiacciai sta facendo emergere sulle Alpi territori nuovi, fragili e ancora poco conosciuti, che possono avere un ruolo importante per la biodiversità, per l’acqua e per l’adattamento al cambiamento climatico.
Per questo la sfida non è soltanto difendere ciò che resta dei ghiacciai. È imparare a governare ciò che viene dopo: osservare l’evoluzione dei nuovi ecosistemi, proteggere gli ambienti più preziosi, individuare i nuovi rischi e integrare le aree deglaciate nelle politiche di conservazione e adattamento.
Forse è questa la lezione più interessante del Montasio. Siamo abituati a raccontare i ghiacciai attraverso ciò che perdono: metri di spessore, superficie, volume. Qui possiamo guardare anche ciò che viene dopo. Il Montasio resiste, mentre intorno prende forma un’altra montagna. Dove il ghiacciaio si ritira non nasce un vuoto: nasce un territorio. E dovremo decidere che cosa farne mentre ancora si trasforma.
*Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente, presidente CIPRA Italia