“Frana sul Monviso, basta osservare le nostre montagne per capire il grido d’aiuto”
di Giacomo TalignaniPoche ore prima del crollo, Vanda Bonardo e la Carovana dei Ghiacciai si trovavano proprio sul Monviso a osservare la fragilità delle cime. La responsabile Alpi di Legambiente: "Tra rischi del permafrost, crolli e piogge i monti sempre più deboli. Basta silenzio, le istituzioni devono agire"
Serve una rete internazionale per la montagna e una presa di coscienza, con risposte concrete, delle istituzioni. O altrimenti faremo sempre più fatica ad affrontare il cambiamento in atto: una montagna che si sta letteralmente sgretolando. In ordine di tempo, una delle ultime grandi frane avvenute in Italia è quella di martedì sera sul Monviso, nell’area del Rifugio Quintino Sella e su una parte del sentiero che conduce verso Pian del Re. Un distacco importante della parete, il forte boato, la nube di polvere bianca e poi la paura per la possibilità di vittime. Per fortuna nessun escursionista è rimasto coinvolto ma è l’ennesimo campanello d’allarme sullo stato dei monti e dei ghiacciai. “Solo due ore prima siamo passati vicino a quella zona. Non so più come dirlo: è tempo di prendere di petto la questione montagna, serve una rete, cooperazione, iniziative. O sarà tardi” racconta a Green&Blue Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente che - come ogni anno - valuta con la Carovana dei Ghiacciai lo stato di salute delle vette, ormai sempre più fragili.
Eravate sul Monviso poco prima del crollo?
“Sì, ma non sul sentiero in cui c’è stata la frana. Eravamo lontani dal Rifugio Quintino Sella. La situazione è molto complessa e preoccupa sul Monviso, così come sulle altre montagne”
Definisca “complessa”.
“Il ritiro dei ghiacciai è imponente e consistente con queste ondate di calore. Ciò che stiamo toccando con mano, anche con quest’ultima frana, è che c’è una trasformazione delle montagne incredibile. Solo chi le frequenta se ne sta accorgendo: il resto della popolazione e le istituzioni non vedono questo cambiamento. Ci sono così tante situazioni terribili. Penso al ghiacciaio di Planpincieux, che abbiamo osservato: è ben monitorato ma incombe sulla valle e i cittadini. Ci sono piani di evacuazione, ma si vive sempre con apprensione. Oppure il ghiacciaio dei Forni: è in condizioni di grande riduzione. È il secondo ghiacciaio italiano ed ormai è frammentato in tre pezzi ed è arretrato di 3 chilometri in 150 anni. E proprio Forni, inoltre, ci ha raccontato anche un aspetto in più di cosa sta accadendo in quota”.
Cosa?
“Le piste, parte dei sentieri, sono ormai erose dalle piogge. Ciò significa sempre meno sicurezza per chi va in montagna senza le giuste conoscenze. Con la crisi del clima gli eventi estremi sono concentrati: in poco tempo cade la pioggia di due o tre mesi, spesso dopo una lunga siccità. Così i territori diventano fragili, si indeboliscono. Inoltre, lo zero termico è sempre più in alto (5000 metri, ndr) e quella che a una certa quota in passato era neve, ora è pioggia, che continua a scendere a valle improvvisamente aumentando i danni a ghiacciai, sentieri, permafrost”.
Quale cura serve per le montagne?
“Come singoli cittadini dobbiamo essere più coscienti, più consapevoli. Tutti adesso vogliamo andare in montagna ma serve tanta conoscenza perché è un mondo sempre più a rischio. E poi a livello di istituzioni bisogna uscire dall’immobilismo, dal silenzio. Cosa sta facendo la società per lo stato di salute delle vette? Perché non ci sono risposte? È stato detto qualcosa sullo stato dei ghiacciai da parte di chi governa? Cosa si sta facendo per mitigazione e soprattutto per il governo del territorio? Abbiamo una pianificazione che è ancora ferma al Novecento”.
Quali potrebbero essere tre azioni da implementare subito?
“Maggiore attenzione al monitoraggio scientifico e alla interrelazione fra mondo delle istituzioni e della ricerca. Poi una pianificazione multilivello: deve tenere conto della velocità e dello sviluppo della crisi del clima, deve mettere in relazione le frane con il turismo e le questioni economiche, per esempio. E infine l’attuazione vera e propria del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Esiste, ma continua a stare lì a stagionare. Va ripreso, aggiornato e messo a terra”.
Per riuscirci servirebbe una nuova rete per la montagna?
“Io da presidente di Cipra Italia (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) spingo molto per una rete internazionale o perlomeno europea. Deve esserci qualcosa di internazionale: le montagne non hanno confini e per gestire i cambiamenti serve un impegno coordinato”.
Sta arrivando l’autunno e poi la stagione invernale e sciistica. A quali rischi dobbiamo prepararci?
“Come sempre, se ci sarà la neve, il rischio valanghe e instabilità è alto. E poi soprattutto attenzione al permafrost. Prendiamo proprio il Monviso, per esempio: è instabile e pieno di detriti, ma qui ciò che conta davvero per comprendere i rischi è il permafrost, la parte ghiacciata per almeno due anni che fa da collante fra le rocce. Se il collante - come sta accadendo - fonde, lo strato non è più coeso e tutto crolla. Dunque, dal Monviso a le varie vette delle Alpi, la massima attenzione va proprio alla condizione del permafrost, minacciato dal riscaldamento in profondità che poi purtroppo - magari in inverno quando ci sono turisti - può innescare sgretolamenti e crolli. Basterebbe osservare lo stato del permafrost delle nostre montagne per capire il grido d’aiuto delle cime”.