✕

Facebook, TikTok e il traffico di specie selvatiche: così i social minacciano la biodiversità

Un sequestro in Perù (Foto Getty Images) 

Velocità, anonimato, controlli deboli sul web alimentano un mercato nero globale da migliaia di esemplari che mette a rischio la biodiversità e la salute pubblica

2 minuti di lettura

Un altro lato oscuro dei social: Facebook, Instagram, TikTok e YouTube (per citare le piattaforme più note) stanno alimentando il commercio illegale di fauna e flora selvatica. A dirlo è un team di ricerca internazionale che ha pubblicato sulla rivista Nature Reviews Biodiversity un’analisi globale che attesta come i vantaggi del web stiano alimentando il fenomeno. Basti pensare che nel 2025, in sole sei settimane, sono stati pubblicizzati per la vendita oltre 1600 primati. Ma le specie coinvolte sono le più disparate, e, per gli esperti, colmare le lacune e rafforzare i controlli non basteranno ad arginare questo tanto illegale quanto pericoloso trend.

Dal deep web ai social: le nuove rotte del traffico illegale di specie selvatiche

Animali, piante, persino funghi. Sono migliaia le specie che vengono spacciate sia alla luce del sole sia nel deep web indicizzato (come le aree private) sulle piattaforme social. Qui il commercio illegale ha trovato terreno fertile perché c’è anonimato, i controlli sono deboli e le connessioni tra acquirenti e venditori sono molto facili. Studiare il commercio illegale online, ammettono gli scienziati, è difficile: valutare l'origine e la legalità degli annunci è complesso, dato che sono coinvolti più punti della catena del traffico di specie selvatiche, dai raccoglitori agli intermediari, fino alle spedizioni dirette ai consumatori. Velocità e portata non hanno paragoni, tanto che in molti casi il commercio illegale online ha già sostituito le tratte tradizionali.

I rischi: estinzione, specie invasive e zoonosi

Il fenomeno è preoccupante sotto diversi punti di vista. Tante delle specie oggetto di commercio illegale riscontrate nell’analisi sono ad alto rischio di estinzione, a cui si aggiungono anche molte altre che non si credevano coinvolte. La biodiversità - sostengono i ricercatori - è messa a rischio, mentre cresce il rischio di importare specie invasive e di diffondere zoonosi (cioè malattie trasmesse dagli animali). Parlando solo delle specie animali, in sei settimane su 280 piattaforme online, i ricercatori hanno identificato 33.006 esemplari (il 54% animali vivi e il 46% "derivati", cioè parti di animali vendute separatamente come ingredienti di medicine tradizionali o per altri fini) di specie classificate dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (Cites) come a rischio di estinzione o vulnerabili.

Perché la sola tecnologia non basta per fermare il commercio illegale online

Colmare le lacune di sicurezza delle piattaforme e rafforzare i controlli non sono metodi sufficienti a contrastare il fenomeno, soprattutto perché gran parte delle risposte si modella sui sistemi normativi del Nord del mondo. "Il commercio illegale di specie selvatiche online non è semplicemente un problema tecnologico che può essere risolto - appunto - con la tecnologia", ha affermato Annette Hübschle dell'Università di Città del Capo, in Sudafrica.

"Si diffonde tra le piattaforme più velocemente di quanto qualsiasi singola azienda o Paese possa controllarlo e rappresenta una minaccia crescente e in continua evoluzione per la biodiversità. Affrontarlo richiede strategie che rafforzino la protezione delle specie e la capacità di regolamentazione, ma altrettanto importante è che coinvolgano in modo significativo le comunità locali e considerino la questione una responsabilità dell'intera società". Secondo l’esperta, infatti, sono proprio le comunità, gli operatori locali e gli attivisti per la conservazione ambientale i primi a notare i cambiamenti e sono anche i più qualificati a proporre soluzioni.