La biodiversità ha bisogno di persone
di Francesco Sottile*A Torino dal 24 al 27 settembre si terrà l’edizione 2026 di Terra Madre, la manifestazione organizzata da Slow Food intitolata “Biodiversity be diversity” e che vedrà la partecipazione di oltre 10 delegazioni da tutto il mondo
Ci sono parole che rischiano di consumarsi proprio quando diventano più necessarie. Biodiversità è una di queste. La utilizziamo parlando di specie da proteggere, di foreste, di semi, di crisi climatica. Più raramente ricordiamo che la biodiversità è anche il risultato di una relazione millenaria tra natura e comunità umane. Un seme selezionato per generazioni, una razza adattata a una montagna, un formaggio che esiste perché esistono un pascolo, un animale, un sapere e qualcuno disposto a continuare quel lavoro. È forse da qui che bisogna partire mentre Torino si prepara ad accogliere Terra Madre (dal 24 al 27 settembre). La biodiversità sarà il filo che attraverserà questa edizione: naturale e agricola, certamente, ma anche alimentare, culturale e sociale. Gli Atlanti dell’Arca del Gusto che si presentano a Torino proveranno a restituirne una fotografia, regione per regione; i nuovi Presìdi si uniranno a quelli storici per raccontare comunità che hanno deciso di non abbandonare prodotti, razze, varietà e conoscenze. Ma la memoria, per quanto accurata, non conserva biodiversità. Un seme continua a esistere soltanto se qualcuno lo semina. Un formaggio se qualcuno lo produce. Un sapere se qualcuno trova ancora utile trasmetterlo.
Per questo parlare di biodiversità significa inevitabilmente parlare di persone e di luoghi e porta spesso lo sguardo verso quelle aree interne e quelle terre alte che qualcuno continua a chiamare marginali, quasi che la marginalità fosse una loro caratteristica geografica e non il risultato di processi economici, demografici e politici. Sono territori nei quali si conservano pascoli, boschi, castagneti, frutti antichi, razze autoctone, culture casearie e sistemi agricoli che nei secoli hanno costruito paesaggi. A Terra Madre si parlerà significativamente di “riabitare e resistere”: due verbi che raccontano molto più di qualsiasi definizione tecnica. Riabitare, però, non può significare chiedere a qualcuno di sacrificarsi per conservare il paesaggio che piace a chi arriva nel fine settimana. E il borgo non può ridursi alla bella scenografia di un'Italia che celebriamo mentre perde abitanti. Un borgo può essere uno strumento di futuro soltanto se torna a essere un luogo nel quale sia possibile lavorare, avere una scuola, una connessione, servizi, costruire una famiglia, produrre reddito. Quindi vivere. La sfida delle aree interne è permettere alle comunità di continuare a essere comunità.
Qui biodiversità e politiche diventano inseparabili. Chiediamo agli agricoltori di custodire varietà locali, agli allevatori di mantenere razze meno produttive ma preziose, ai casari di non abbandonare tecniche e saperi, alle comunità montane di prendersi cura di territori fragili. Ma non possiamo pretendere che siano loro a sostenere da soli il costo di un patrimonio che definiamo collettivo. Se la biodiversità è un bene comune, comune deve essere anche la responsabilità della sua conservazione. Servono politiche agricole capaci di riconoscere i servizi ecosistemici, politiche territoriali che contrastino l'abbandono, ricerca, infrastrutture, servizi e filiere capaci di riconoscere un valore dignitoso al lavoro. La crisi climatica rende tutto questo ancora meno rinviabile. Siccità, temperature estreme, eventi meteorologici sempre meno prevedibili, cambiamenti nei cicli biologici stanno modificando agricoltura e paesaggi. In questo scenario conservare diversità genetica e sistemi agricoli differenti non è nostalgia, è mantenere aperte possibilità di adattamento anche solo attraverso il diritto alla conservazione dei semi per garantire la nostra capacità di produrre cibo. E poi c'è il tutt’uno con le comunità di ogni parte del mondo. A Torino arriveranno centinaia di delegati da oltre centoventi Paesi: agricoltori, pescatori, trasformatori, cuochi, educatori, ricercatori, giovani, rappresentanti dei popoli indigeni. Non è soltanto la dimensione internazionale di un grande evento, è la dimostrazione che problemi apparentemente locali hanno ormai una grammatica comune che va oltre qualsiasi confine politico. Cambiano i semi, i paesaggi, le lingue e le cucine; ritornano le stesse domande sulla terra, sull'acqua, sul clima, sul diritto al cibo, sulla dignità del lavoro e sulla possibilità delle comunità di scegliere il proprio futuro.
Forse è questo il significato culturale più profondo della biodiversità. Diversità non significa semplicemente avere molte cose diverse, significa permettere a molte cose diverse di continuare a esistere. Vale per una varietà di grano come per un paesaggio, per una cultura alimentare come per una comunità. Terra Madre durerà quattro giorni. La vera sfida comincerà quando si spegneranno le luci e si dovrà trasformare quella straordinaria diversità in politiche, economie e scelte collettive che consentano a chi la custodisce di continuare a farlo.
Il programma completo dell’evento è su https://2026.terramadresalonedelgusto.com
*(L’autore è vicepresidente di Slow Food)