Per quasi due secoli Moby Dick è sembrato concedersi una libertà da romanzo: un capodoglio in grado di usare la testa come un ariete, al punto da minacciare una nave. Oggi la scienza suggerisce che dietro la trama di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi non c’era uno slancio di fantasia, ma una sorprendente intuizione anatomica. Uno studio pubblicato su Marine Mammal Science ha infatti documentato per la prima volta, con l’uso di droni, veri scontri frontali tra capodogli, rafforzando l’ipotesi che la loro gigantesca testa non serva soltanto a orientarsi e comunicare, ma possa funzionare anche come potenziale arma. La ricerca è firmata da Alec Burslem e colleghi delle università di St Andrews e delle Azzorre e dell’Asociación Tursiops. Le riprese aeree mostrano episodi di headbutting, veri colpi testa contro testa, aggiungendo finalmente osservazioni dirette a un’ipotesi che accompagna la specie da oltre due secoli. La storia, a dire il vero, comincia molto prima di Melville. Nel 1820 il capodoglio che affondò la baleniera Essex nel Pacifico colpì l’imbarcazione più volte. Owen Chase, primo ufficiale sopravvissuto al naufragio, intuì già allora che proprio la particolare conformazione della testa potesse spiegare la potenza degli urti. E proprio il racconto dell’Essex sarebbe poi diventato una delle principali fonti d’ispirazione per Moby Dick.
Una testa costruita per resistere
Nel capodoglio nulla, a cominciare dalle proporzioni, sembra conoscere la misura. La testa occupa circa un terzo del corpo e contiene il più grande cervello del regno animale, oltre a una complessa architettura di tessuti lipidici. Nella parte anteriore convivono due strutture straordinarie: l’organo dello spermaceti, coinvolto nella produzione e nella propagazione dei suoni, e il cosiddetto junk, una massa di tessuti lipidici e connettivi capace di contribuire alla distribuzione delle sollecitazioni prodotte da un impatto. Non dunque un singolo “organo d’assalto”, ma un’architettura anatomica che potrebbe avere evoluto più funzioni insieme. L’ipotesi aveva già ricevuto un sostegno importante nel 2016, quando uno studio pubblicato su PeerJ aveva mostrato attraverso modelli biomeccanici come la particolare struttura della fronte potesse favorire il combattimento per speronamento. Il nuovo lavoro aggiunge tuttavia ciò che finora mancava: il comportamento osservato direttamente. I droni hanno consentito ai ricercatori di seguire gli animali senza interferire con loro e di documentare scontri tra individui. Un comportamento che può rientrare nelle interazioni sociali, soprattutto tra giovani, ma che nei maschi adulti potrebbe avere anche una funzione competitiva legata alla riproduzione. La stessa fronte, insomma, potrebbe essere insieme sonar e ariete.
Un gigante che combatte… parlando
Azzardato, però, ridurre il capodoglio alla forza potenziale della sua testa. Proprio quella testa è infatti anche una macchina acustica di straordinaria complessità. Nel maggio scorso uno studio pubblicato sugli Annals of the New York Academy of Sciences ha mostrato che i maschi producono particolari slow clicks, impulsi a bassa frequenza estremamente potenti e regolari. Possono superare i 200 decibel riferiti alla pressione acustica subacquea e, secondo i modelli di propagazione, raggiungere un’area di comunicazione stimata fino a circa 70 chilometri nelle acque profonde. E non è soltanto una questione di volume. Quei click vengono emessi con una regolarità sorprendente, fra 0,1 e 0,3 impulsi al secondo: una scansione lentissima che potrebbe aiutare il segnale a conservare informazioni anche dopo decine di chilometri di viaggio nell’oceano.
È una forma di comunicazione pensata per una geografia che noi fatichiamo persino a immaginare: animali dispersi in un ambiente tridimensionale, buio e smisurato, che continuano tuttavia a trovarsi attraverso il suono. Ancora: gli esemplari non parlano tutti allo stesso modo. Un altro studio pubblicato quest’anno sui Proceedings of the Royal Society B ha analizzato migliaia di codas registrate nel Mediterraneo in quasi vent’anni, individuando gruppi dialettali distinti tra bacino occidentale e orientale. I ricercatori hanno osservato anche una possibile direzione nello scambio culturale: alcuni gruppi orientali utilizzano occasionalmente sequenze tipiche dell’area occidentale, mentre il contrario non è stato rilevato. Il capodoglio che emerge dagli studi più recenti è quindi molto più difficile da racchiudere nell’immagine ottocentesca del mostro marino. È un animale capace di orientarsi nell’oscurità, comunicare a grande distanza, tramandare repertori vocali e, quando serve, trasformare la parte più sofisticata del proprio corpo in uno strumento d’urto. Melville aveva inventato Moby Dick per raccontare soprattutto l’ossessione dell’uomo. Due secoli dopo, la scienza sta mostrando qualcosa di forse ancora più sorprendente: il vero capodoglio aveva bisogno di molta meno fantasia per essere straordinario.