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Il cambiamento climatico potrebbe aumentare il rischio legato all’inquinamento da mercurio

(agf)

Nonostante la riduzione delle emissioni antropiche, il disgelo del permafrost, gli incendi e le alterazioni oceaniche stanno riattivando il "mercurio ereditato", minacciando la salute umana e vanificando gli accordi internazionali anti-inquinamento

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Gli sforzi fatti per ridurre l’inquinamento da mercurio potrebbero venire vanificati dal cambiamento climatico. A lanciare l’allarme con un articolo sulla rivista Science sono Aryeh Feinberg e Alfonso Saiz-Lopez, due ricercatori dell'Istituto di chimica fisica Blas Cabrera del Consiglio superiore delle ricerche scientifiche spagnolo (Csic): sebbene le emissioni legate alle attività umane stiano continuando a diminuire, fenomeni come l’aumento degli incendi, il disgelo del permafrost e l’alterazione degli ecosistemi marini starebbero rimettendo in circolo il mercurio ereditato dal passato, con rischi difficili da prevedere.

Mangiare veleno

Per capire l’entità del problema, bisogna fare un breve ripasso. In natura il mercurio inorganico che si deposita nel suolo e nell’acqua viene convertito da specifici batteri acquatici in metilmercurio, un composto organico altamente tossico che tende ad accumularsi negli esseri viventi: assorbito all’inizio da organismi alla base della rete trofica (come il plancton), risale la catena alimentare concentrandosi via via nei pesci predatori. Al vertice della catena, però, c’è l’essere umano, che finisce per ingerire le dosi più elevate di metilmercurio nutrendosi dei pesci predatori di grandi dimensioni e di frutti di mare. E un avvelenamento da metilmercurio ha conseguenze molto pesanti: può causare seri danni neurologici e cardiovascolari e avere effetti sulla salute e le capacità riproduttive.

Una minaccia dal passato

L’inquinamento da mercurio (le elevate concentrazioni presenti soprattutto in certi ambienti) è quasi tutto opera dell’essere umano. Ancora oggi il 30% circa deriva da emissioni antropiche dirette, provenienti da attività quali combustione di combustibili fossili, processi di raffinazione dei metalli, uso industriale come catalizzatore negli impianti chimici e estrazione mineraria. A partire dagli anni ‘50-’60 (dopo i casi gravi di avvelenamento industriale in Giappone) la consapevolezza sulla pericolosità del mercurio ambientale è cresciuta e in parallelo le emissioni hanno cominciato a calare. Il punto di svolta è stato nel 2013, con la Convenzione di Minamata sul mercurio istituita dalle Nazioni Unite, che impegna i Paesi firmatari ad adottare le migliori tecnologie per contenere le emissioni e a dismettere progressivamente l'uso del mercurio nei processi chimici e nei prodotti di consumo. L’attuale principale fonte di inquinamento (circa il 60%), dunque, è il cosiddetto mercurio ereditato, quello accumulato nel corso dei secoli nel suolo, nella vegetazione, negli oceani, ma sempre di origine antropica.

Come la crisi climatica potrebbe riattivare il mercurio

Questo serbatoio di veleno, sostengono Feinberg e Saiz-Lopez, viene continuamente riattivato e liberato nell'atmosfera da fenomeni che col cambiamento climatico stanno aumentando: il disgelo del permafrost, gli incendi boschivi e gli scambi gassosi tra la superficie oceanica e l'aria. E il mercurio riemesso entra di nuovo nella catena alimentare. Le alterazioni fisiche e chimiche degli oceani contribuiscono: le acque più calde, l’espansione delle aree marine prive di ossigeno, il dilavamento della materia organica dalle coste a causa delle piogge intense nutrono e stimolano i microbi che convertono il mercurio in metilmercurio, accumulandosi soprattutto negli organismi acquatici.

Perché le norme sul mercurio rischiano di fallire

I rischi più elevati per la salute riguardano l’Artico e la Foresta Amazzonica, dove le comunità indigene dipendono dal pesce come fonte primaria di sostentamento. Prevedere l’evoluzione di questo quadro - scrivono i ricercatori - è molto complesso e praticamente impossibile senza ricorrere ai modelli del sistema Terra (Earth System Models o Esm), cioè programmi informatici capaci di simulare le interazioni tra clima e cicli chimici, i soli strumenti che considerano il pianeta un unico sistema interconnesso. Se lo scenario peggiore dovesse realizzarsi, gli sforzi fatti finora per ridurre l’inquinamento ambientale da mercurio potrebbero essere vanificati e le limitazioni alle emissioni oggi in vigore del tutto insufficienti ad affrontare il problema e a proteggere la salute pubblica.