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“Quel rapporto va differito”: l’Ipcc in balìa dello scontro fra Paesi

Jim Skea 

L’Arabia, ma anche Russia e Cina, vogliono ritardare l’uscita del “Settimo Assessment Report” in modo da non avere i dati disponibili in tempo per valutare i progressi fatti nell’affrontare la crisi climatica

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Sarà una settimana cruciale per il destino dell’Ippc, il Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, il cui compito è fornire ai Paesi membri un quadro completo delle ultime conoscenze scientifiche in fatto di riscaldamento globale. Fino a venerdì prossimo i vertici dell’organismo presieduto dal climatologo britannico Jim Skea saranno riuniti ad Addis Abeba. E anche nella capitale etiope sta andando in scena lo scontro iniziato quasi un anno e mezzo fa: motivo del contendere, la pubblicazione del Settimo Assessment Report (rapporto di valutazione). Un blocco di Paesi, guidato da Arabia Saudita e India, ma di cui fanno parte anche Russia e Cina, sta lavorando per ritardare l’uscita del rapporto, inizialmente prevista per il 2028. Con quale obiettivo? Tra due anni, nella 33esima Conferenza sul clima (Cop33), si terrà il secondo dei global stocktake previsti dal’Accordo di Parigi: un processo quinquennale che serve a misurare i progressi fatti nell’affrontare la crisi climatica. Il primo global stocktake si concluse nel 2023 alla Cop28 di Dubai. Ebbene, avere a disposizione gli ultimi dati scientifici certificati dall’Ipcc all’inizio del 2028 permetterebbe una valutazione molto più accurata di cosa si è fatto e di cosa si dovrebbe fare nell’immediato futuro.

“Anche perché”, fa notare un membro della delegazione Ue in questi giorni ad Addis Abeba, “se i sauditi e gli altri riusciranno a ritardare l’uscita del Settimo Assessment Report, gli ultimi dati scientifici su cui basarsi saranno quelli del rapporto precedente, che ormai risale al 2023. Sarebbe una grande occasione persa: abbiamo la fortuna di poter aver la migliore scienza disponibile sintetizzata in tempo per il secondo global stocktake e c’è chi fa di tutto per rinunciarvi”. Con quale obiettivo? Formalmente i promotori del rinvio chiedono una maggiore inclusione degli scienziati dei Paesi in via di sviluppo nei lavori dell’Ipcc. Storicamente, lo studio del clima è nato e si è sviluppato in Europa e Stati Uniti, una leadership che secondo alcuni si traduce in una maggior presenza di scienziati occidentali, che in qualche modo condizionerebbe le conclusioni del Panel. Ed è per questo che il fronte di chi vuole più tempo per la stesura del rapporto comprende, oltre ai petrostati che fanno capo a Mosca e Riad, anche nazione del Sud del mondo. “E’ una narrazione palesemente falsa”, dice l’esperto europeo. “Ritardare il rapporto non favorirà l’inclusione ma produrrà l’effetto opposto, perché impedirà che le ultime conoscenze climatologiche vengano messe a disposizione dei Paesi che più ne hanno bisogno”.

E allora qual è la narrazione più vicina alla realtà delle cose? Arabia Saudita e Russia sono tra i più grandi produttori ed esportatori di combustibili fossili. India e Cina sono, di contro, tra i maggiori consumatori. E, nonostante i primati nell’incremento delle rinnovabili e del nucleare, i due colossi asiatici ritengono di non poter sostenere la loro crescita economica senza l’apporto di carbone, petrolio e gas per i decenni a venire. Sorprende però l’adesione di Pechino al fronte dei ritardatari: scomparsi gli Usa di Trump dai tavoli del multilateralismo climatico, la Cina è da molti individuata come l’unica potenza in grado di guidare la transizione energetica. E pare intenzionata a ospitare la Cop33 del 2028, proprio quella del secondo global stocktake. Sarebbe un palcoscenico unico per assumere, anche solo strategicamente se non per convinzione, il ruolo di salvatrice del Pianeta. E allora perché si è unita a chi vuole frenare il lavoro dell’Ippc? “In effetti”, raccontano da Addis Abeba, “qui la Cina solleva problemi concreti, ma non si sbilancia. In prima linea ci sono soprattutto sauditi, indiani e russi”. Entro venerdì sapremo chi avrà avuto la meglio. Se il fronte del rinvio o l’Unione europea e i Paesi più vulnerabili, che chiedono di rispettare le scadenze e di pubblicare il settimo rapporto nei primi mesi del 2028. Ci sarà un voto finale? “Come nelle Cop, anche nell’Ipcc si decide per consenso. Ma se il consenso non si raggiunge c’è effettivamente la possibilità di un voto. Sarebbe la prima volta e potrebbe segnare un precedente pericoloso”. In ballo non c’è solo la data di pubblicazione di un rapporto scientifico, ma la credibilità e l’autorevolezza dell’Ipcc, che finirebbero ammaccate in una eventuale conta.