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“Attaccare l’Ets non aiuta l’economia, va usato per l’indipendenza energetica”

Massimo Tavoni 

Massimo Tavoni, membro del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici non ha dubbi: “Sospendere l’Ets porterebbe a ridurre gli investimenti in rinnovabili”

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“Attaccare o indebolire l’Ets non aiuta il sistema economico europeo; meglio usarlo - bene - per investire e risolvere la nostra cronica dipendenza energetica”. Mentre a Bruxelles va in scena l’ultimo assalto di alcuni governi europei (in prima fila quello italiano) all’Emission trading system, c’è chi, tra gli studiosi, difende il il principale strumento della politica climatica dell'Unione Europea per ridurre le emissioni di gas serra, avviato più di venti anni fa. Uno di loro è Massimo Tavoni membro del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, docente di Economia del cambiamento climatico al Politecnico di Milano e direttore dello European Institute on Economics and the Environment.

Professor Tavoni, l’Ets, dicono le imprese, anche quelle italiane, fa crescere ancora di più la bolletta energetica. Non è così?

“L’impatto dell’Ets sul prezzo all’ingrosso dell’elettricità dipende dalla tecnologia marginale che completa il fabbisogno energetico. Come sappiamo, in Italia questa è per lo più il gas naturale e l’incidenza dell’Ets è stimabile in circa il 20%. Una quota che, complice l’attuale crisi energetica, è alla base di proposte di sospensione o neutralizzazione del meccanismo”.

E allora perché non sospendere l’Ets?

“Le nostre ricerche indicano che muoversi in questa direzione offrirebbe un sollievo limitato e temporaneo. Inoltre, indebolirebbe gli investimenti necessari per ridurre in modo strutturale i costi del sistema energetico”.

Di quanto scenderebbero i costi dell’energia?

“Del 15%, ma solo per poco tempo. Dopo la rimozione i costi raggiungerebbero o supererebbero quelli dello scenario di riferimento. E le emissioni complessive nei prossimi quindici anni aumenterebbero di oltre il 50% rispetto allo scenario senza neutralizzazione. Infine, in assenza di sostegni diretti alle rinnovabili, si legherebbe il sistema elettrico al passato, vanificando gli sforzi compiuti in questi anni”.

Non penalizzare le fonti fossili finirebbe per disincentivare chi vuole fare rinnovabili?

“Esatto. L’effetto più importante di una sospensione dell’Ets sarebbe una riduzione degli investimenti in rinnovabili e accumuli, perché la loro redditività sarebbe compressa: senza sostegni diretti, le nuove installazioni di fotovoltaico, eolico offshore e batterie si ridurrebbero di circa la metà. Arriveremmo a una palese contraddizione: indebolire il peso del carbonio sul prezzo dell’elettricità renderebbe necessario un maggiore intervento pubblico per sostenere rinnovabili e stoccaggio”.

In tutto questo che ruolo gioca la sicurezza energetica?

“È proprio la transizione verso un sistema basato su rinnovabili e accumuli a offrire costi contenuti e maggiore sicurezza energetica, riducendo l’esposizione agli shock del gas e del petrolio. Ma se si ridimensiona lo strumento cardine europeo si riduce la credibilità del supporto alla transizione”.

Come dovrebbero essere usati i soldi incassati dallo scambio delle quote di carbonio previsto dall’Ets?

“Andrebbero investiti per elettrificare il sistema energetico e industriale e per decarbonizzare i settori in cui è particolarmente difficile la riduzione delle emissioni. Ma dei circa 2,6 miliardi di euro incassati dall’Italia nel 2025, metà sono destinati al fondo di ammortamento dei titoli di Stato, circa 500 milioni a misure su carburanti e crediti d’imposta e il resto è riservato in via prioritaria alla compensazione dei costi indiretti e alla transizione industriale. Poco o nulla rischia di restare per rinnovabili, efficienza e mobilità sostenibile. Del resto, secondo il think tank Ecco, solo il 9% dei proventi degli anni precedenti è stato destinato a finalità climatiche”.