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“Salviamo gli oceani per lasciare ai bambini il mondo che meritano”

Sylvia Earle (foto Getty Images) 

Parla la leggendaria oceanografa Sylvia Earle, a Roma per lanciare il nuovo "Hope spot" istituto nel Canale di Sicilia grazie al sostegno della Mediterranean Marine Iniziative del Wwf. "Ho vissuto il mare per quasi 100 anni, fidatevi è davvero in pericolo"

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Se a 91 anni Sylvia Earle continua a lottare senza sosta - dopo quasi un secolo di battaglie per l’oceano - è perché ha avuto una fortuna “immensa” dice, “perché io ho visto”. A oggi, è una delle persone in vita che ha passato più tempo sopra e sotto a quei mari “che continuano a permetterci di respirare. L’oceano contiene il 97% di tutta l’acqua sulla Terra, ma noi insistiamo ad occuparci soltanto del restante 3%. Per questo sono qui, per ricordare che gli oceani sono in pericolo, anzi, che noi siamo in pericolo” racconta con voce colma contemporaneamente di rabbia e speranza. Per pochi giorni la leggendaria biologa marina e oceanografa americana è a Roma per raccontare una importante nuova tappa della sua Mission Blue - iniziativa nata per proteggere gli oceani - che riguarda tutti noi: grazie al sostegno della Mediterranean Marine Iniziative del Wwf, Mission Blue ha infatti designato il Canale di Sicilia e il plateau oceanico tunisino come “Hope Spot”, riconoscendo così l’importanza di questo ecosistema marino in cui andrà aumentata la protezione. Una protezione che, suggerisce il Centro studi strategici della Luiss dopo una valutazione specifica, sarebbe fondamentale per preservare il corridoio biologico, ricco di biodiversità, del Canale di Sicilia. Per riuscirci bisogna però cavalcare l’opportunità di inserire l’area in una Aspim (Aree Specialmente Protette di Importanza Mediterranea) con una proposta congiunta di Italia, Malta e Tunisia, suggerisce la Luiss. Per Earle, preoccupata per un Mediterraneo bollente e che si sta impoverendo, dovrebbe essere “fatto subito, prima che sia tardi” come racconta in questa intervista.

Una vita in mare, sotto e sopra. A 91 anni dove trova la forza per continuare a girare il mondo parlando di protezione degli oceani?

“A volte mi sembra di essere gravata da una grande conoscenza, avendo visto cose che la maggior parte delle persone non ha visto e non vedrà forse mai più. Come coloro che hanno il privilegio di andare nello spazio e vedere ciò che la maggior parte delle persone non può, mi sento in dovere di condividere ciò che ho imparato in migliaia di ore sott’acqua. Sapete, abbiamo appena iniziato ad andare sotto la superficie, stiamo appena iniziando a esplorare e conoscere quel vasto sistema d’acqua che occupa il 97% dei luoghi sulla Terra in cui esiste la vita, la biosfera. Solo il 3% non è oceano e su quel 3% finora abbiamo concentrato tutta la nostra attenzione, dimenticandoci degli oceani. Significa che non abbiamo fatto un buon lavoro. Ma siccome ho visto, ho vissuto, mi sento in dovere di condividere perché voglio che altri vedano e capiscano che l’oceano oggi è in pericolo, che noi siamo in pericolo”.

Ci siamo messi in pericolo da soli? Come è cambiato, dal suo primo tuffo, il mare?

“Sì, perché abbiamo alterato troppo. Abbiamo cambiato la temperatura dell’oceano, la sua composizione chimica. Abbiamo perso addirittura la metà della biomassa che c'era nell'oceano quando ho iniziato ad esplorare io negli anni '50. L'impatto umano sui sistemi naturali è stato così sostanziale da segnare l'inizio di una nuova era, l’Antropocene. Quando ho iniziato a esplorare l'oceano le foreste di alghe, le barriere coralline, gli squali, i tonni, i pesci spada, molte specie erano in condizioni di salute decisamente migliori rispetto a ora. I tonni e altri pesci di grandi dimensioni che portiamo al mercato sono diminuiti fino a livelli minimi, di alcune specie è rimasto lo 0,5%. In mezzo però ci sono anche buone notizie: cercando di proteggerle, le popolazioni di tonno rosso hanno in parte arrestato il declino. Lo stesso vale per alcune balene. La protezione funziona. Lasciare fare al mare, lasciarlo riprendere, funziona. Ripartiamo da qui: rispetto al passato, oggi sappiamo davvero cosa fare per riportare in salute specie ed ecosistemi - sempre se non siamo arrivati al punto di estinguerli - e dunque dobbiamo sfruttare queste nuove conoscenze”.

Ora con Mission Blue avete annunciato un nuovo “hope spot” nel Canale di Sicilia. Quanto bisogno di protezione ha il Mediterraneo?

“Tanta. Vedete, da quando ero bambina ad oggi l'idea di proteggere la terra e il mare è notevolmente aumentata. Anche grazie all’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, nata negli anni ’40, riusciamo meglio a comprendere ciò che stiamo perdendo e ciò che dobbiamo fare per ripristinare la salute dei sistemi che rendono possibile la nostra esistenza. Il tutto - e vale anche per il Mediterraneo che è sempre più caldo e compromesso - a patto che cambiamo un concetto. Un pesce non ha alcun valore finché non viene ucciso, quando poi può essere venduto. Ma un pesce vivo che nuota nell’oceano che valore ha? Per i mercati zero, per gli ecosistemi enorme. Abbiamo adottato lo stesso atteggiamento nei confronti di tante altre forme di vita nel mare: hanno valore solo quando le uccidiamo. Ma non è vero ed è da qui che dobbiamo ripartire: dare valore agli ecosistemi, agli alberi, ai panda, agli elefanti, ai tonni, per il contributo che apportano a mantenere la Terra abitabile. Per farlo serve collaborazione: oggi, con l'aggiunta di quello del Canale di Sicilia, ci sono circa 170 "hope spots" in 119 Paesi. Si concentrano tutti su comunità che uniscono le forze e si impegnano a fare qualcosa per la protezione. Se uniamo la collaborazione e l'utilizzo di tutto il potere individuale e collettivo possibile, allora si può per cambiare il declino della natura".

Nel frattempo però, a causa della crisi del clima che l’uomo ha innescato, la Terra è sempre meno abitabile. Come ne usciamo?

“Beh, le risposte ci sono. Sappiamo cosa fare, per esempio abbandonando l’uso del fossile. Dobbiamo proteggere la natura come se la nostra vita dipendesse da essa, perché è così. Nel 1980 ero membro del WWF e facevo parte del consiglio dell’IUCN: con strategie internazionali avevamo l’ambizione di aumentare la protezione della natura. Ma c’era una enorme differenza rispetto ad oggi: allora non avevamo la possibilità di analizzare dati raccolti oggi in tutto il mondo che ci raccontano ad esempio cosa accade al clima. Adesso invece ci sono e sappiamo, mai prima d'ora, che probabilmente abbiamo l'ultima e migliore opportunità di sfruttare appieno le conoscenze a nostra disposizione e di doverlo farlo rapidamente. Questa è una cosa che dico sempre ai bambini”.

Ai bambini?

“Sì, dico loro che sono i più fortunati mai nati. Essere degli esseri umani del XXI secolo significa che abbiamo una conoscenza che non esisteva in passato. E abbiamo ancora una possibilità prima di perdere la biodiversità che è proprio al limite, prima che quei sistemi planetari che regolano la temperatura, l'ossigeno, l'anidride carbonica non siano più in uno spazio operativo sicuro. Prima non potevamo vederli e misurarli, oggi possiamo”.

E se sappiamo cosa fare, perché non siamo in allerta, perché non reagiamo?

“Perché siamo ancora intrappolati nelle abitudini, persino nelle leggi, che sono nate in un'epoca che non esiste più. Il Pianeta che conoscevo da bambina non c'è più. Quando si guarda la differenza tra la Terra com'era negli anni '50 e la Terra com'è nel 2026, beh… è un pianeta diverso. Il problema è che non riusciamo a cambiare le nostre abitudini. Vogliamo ancora pescare tonni per sfamare il mondo, anche se non ci sono abbastanza tonni per tutti: se prendessimo ogni tonno rosso esistente e ne dessimo uno a ognuno di noi non ce ne sarebbero abbastanza. Il problema è che non ce ne rendiamo conto”.

C’è un animale, una specie, che si porta nel cuore?

“Tutti quelli vivi. La mia specie preferita? Potrei dire gli umani, anche noi siamo creature marine. Quando vedo i miei nipoti che entrano nell'oceano sono così felice di vederli come creature marine perché significa che tutti noi abbiamo bisogno dell'oceano, tutti quanti. Ogni respiro che facciamo, ogni goccia d'acqua che beviamo, da dove viene? Inizia nell’oceano. Abbiamo bisogno dell'oceano per esistere. E come essere umano oggi mi preoccupo per la mia specie”.

A proposito di specie, continua ancora a immergersi per studiarle?

“Certo! Ho fatto immersioni anche di recente, sono stata alle Maldive e a Mauritius, e la mia prossima destinazione è immergermi al largo della costa della Florida, nel Golfo del Messico. Alcune cose diventano difficili da fare quando si invecchia: non credo che andrò a sciare presto, ma di sicuro le immersioni si possono fare per tutta la vita”.

Infine, ci confessa il suo grande sogno?

“I miei sogni restano quelli di quando ero ragazza, desideri fatti di speranza e ottimismo. Questi due concetti oggi si uniscono in una parola: i bambini. Oggi, quando vedono uno squalo, sono più motivati a prendersi cura di lui che ad ucciderlo. Hanno più compassione, più consapevolezza degli adulti di ciò che ci vorrà per portarci da dove siamo verso un posto migliore. Se mettessimo al comando i bambini, andremmo in guerra? Non credo. Non sono assassini naturali. Sono sempre curiosi. Quindi il mio sogno attuale è che vengano ascoltate le voci delle generazioni che verranno e dare loro un mondo che sia buono almeno quanto quello che noi, oggi coloro che stabiliscono le regole, avevamo da bambini. Vedrete: date loro una migliore possibilità di mantenere l’umanità al sicuro all’interno dei sistemi viventi naturali che rendono la Terra abitabile e tutto sarà più bello”.