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Jasmine, Nico e Pippo hanno raggiunto l’Africa: così la ricerca salva il capovaccaio

Capovaccai (foto: G. Ceccolini) 

Nati in cattività, tre giovani avvoltoi hanno attraversato il Mediterraneo e raggiunto l’Africa. La loro storia racconta quanto sia difficile riportare una specie minacciata alla vita selvatica: dalla riproduzione in voliera ai pericoli della migrazione, fino alla possibilità di tornare a nidificare in Italia

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Jasmine ha raggiunto Lampedusa prima di proseguire verso la Tunisia, percorrendo circa 530 chilometri sul mare in due tappe. Nico e Pippo, partiti in giorni differenti, si sono invece incontrati nella Sicilia occidentale e hanno continuato il viaggio insieme, attraversando circa 350 chilometri di Mediterraneo fino alla destinazione finale della loro migrazione annuale: l’Africa subsahariana. Le loro traiettorie, ricostruite attraverso le coordinate registrate dai dispositivi GPS, raccontano la prima grande sfida affrontata da tre giovani capovaccai nati al CERM Centro Rapaci Minacciati, in Toscana, e liberati in Basilicata nel mese di agosto, che poche settimane dopo il rilascio si sono trovati ad affrontare una delle fasi più impegnative del loro primo anno di vita.

Pippo e Melchiorre (foto: A. Cenerini) 

I dati raccolti dall’Associazione CERM, che applica dispositivi satellitari alla maggior parte dei rapaci rilasciati in natura, permettono di seguire gli spostamenti degli individui e di ricostruire rotte che, altrimenti, rimarrebbero in gran parte sconosciute, offrendo ai loro ricercatori l’opportunità di osservare come i giovani affrontino la prima migrazione, quali territori attraversino e in quali aree si concentrino i pericoli.

Ma se la tecnologia consente oggi di seguire, con una precisione impensabile fino a pochi decenni fa, il viaggio di un animale attraverso continenti e mari, i punti che compaiono sulle mappe restituiscono soltanto una parte della storia: perché Jasmine ha raggiunto Lampedusa prima di dirigersi verso la Tunisia? E come interpretare l’incontro tra Nico e Pippo, che dopo essere partiti in momenti diversi si sono ritrovati nella stessa area della Sicilia occidentale, proseguendo poi insieme verso sud? Una domanda, quest’ultima, a cui gli anni di esperienza dei ricercatori del CERM è già riuscita a dare una risposta. I rapaci migratori, infatti, in attesa di condizioni di vento favorevoli ad attraversare il Mediterraneo, si concentrano in migliaia di esemplari nel trapanese. Così uno dei capovaccai ha casualmente aspettato l’altro sino al momento buono per partire verso sud. A guidarli non ci sono solo “l’istinto” e il vento ma anche altri capovaccai esperti oppure altri rapaci in migrazione come nibbi bruni e falchi pecchiaioli.

Il più piccolo degli avvoltoi europei

Il capovaccaio (Neophron percnopterus) è il più piccolo avvoltoio presente in Europa. Il suo piumaggio prevalentemente chiaro, il volto giallo e la coda a forma di cuneo lo rendono facilmente riconoscibile. È una specie migratrice: le popolazioni europee continentali si spostano in autunno verso l'Africa, dove trascorrono una parte importante del ciclo annuale. Come gli altri avvoltoi, svolge una funzione ecologica importante, contribuendo alla rimozione delle carcasse e al riciclo della materia organica. Eppure, in Italia, la sua presenza si è ridotta drasticamente nel corso del Novecento passando da circa 150 coppie nidificanti negli anni Cinquanta, a 71 nel 1970, fino alla contrazione più significativa che, nel 2008, ha registrato otto o nove coppie. In circa 38 anni, dunque, la popolazione si è ridotta di circa l’88% rendendo il quadro inequivocabile: il capovaccaio è uno degli avvoltoi più minacciati del nostro Paese ed è classificato In Pericolo Critico di estinzione ed inserito nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN).

Nico (foto: A. Cenerini) 

Il declino è riconducibile a molteplici cause, tra cui un fattore biologico che rende la ripresa particolarmente lenta. Come molti rapaci, il capovaccaio è una specie longeva che raggiunge la maturità riproduttiva soltanto dopo diversi anni. Se molti individui muoiono prima di raggiungere questa fase, la popolazione perde contemporaneamente i potenziali riproduttori del futuro e una parte delle risorse biologiche necessarie a garantirne la continuità. Questo significa che la conservazione non può limitarsi a far nascere nuovi individui o a liberare giovani allevati in cattività: deve anche garantire che questi animali sopravvivano, raggiungano l'età riproduttiva e riescano a inserirsi in una popolazione capace di mantenersi autonomamente. Per una specie migratrice, ciò richiederebbe interventi coordinati lungo l'intero ciclo annuale, dalla protezione dei siti di nidificazione alla riduzione delle cause di mortalità durante gli spostamenti, comprese le minacce presenti nelle aree di svernamento africane.

Al CERM la conservazione comincia prima della nascita

Per contrastare questo declino, dal 2003 i ricercatori sono impegnati in Italia in un programma di riproduzione in cattività e rilascio in natura del capovaccaio e, oggi, il CERM è un punto di riferimento a livello internazionale per la conservazione della specie. Qui, il percorso che porta un giovane capovaccaio a volare libero comincia molto prima del rilascio, con la gestione delle coppie riproduttrici, il monitoraggio della deposizione e dell’incubazione delle uova e l’assistenza ai pulcini nelle prime fasi di vita, in un lavoro delicato che richiede competenze specialistiche e interventi mirati quando i genitori non riescono a portare avanti autonomamente la riproduzione.

Gruppo CERM (foto: CERM) 

Secondo Guido Ceccolini, presidente dell’Associazione CERM che si occupa della gestione dei capovaccai ospitati nel centro dal 1993 affiancato dalla naturalista Anna Cenerini, “far nascere un capovaccaio in cattività è un’impresa tutt’altro che scontata. La formazione di una coppia compatibile non è garantita e, anche quando avviene, i partner possono non accettarsi, aggredirsi o mettere a rischio le uova e i piccoli. Per questo - continua Ceccolini- al CERM, la stagione riproduttiva richiede mesi di sorveglianza e interventi accurati. Talvolta le uova devono essere incubate artificialmente e i pulcini affidati a genitori adottivi o allevati con tecniche studiate per evitare che sviluppino un’eccessiva confidenza con l’uomo. Nel 2018, dopo un lavoro costante, il centro è riuscito a far nascere otto capovaccai in una sola stagione, un risultato record per la struttura: cinque coppie avevano deposto complessivamente 11 uova, otto delle quali fertili. Ognuno di quei giovani rappresenta una possibilità concreta di restituire alla natura individui capaci di riprodursi e contribuire alla sopravvivenza di una delle specie di rapaci più minacciate d’Italia”.

Dal 1993 al 2026, il programma italiano - che negli ultimi due anni viene portato avanti anche grazie al supporto di Rewilding Europe - ha permesso di allevare fino all’involo 78 giovani capovaccai, mentre tra il 2003 e il 2026 sono stati liberati in natura 56 individui nati in cattività, con l’obiettivo di rafforzare una popolazione nazionale ridotta a poche coppie. Una fase cruciale è la preparazione alla vita selvatica, durante la quale gli operatori devono evitare che i giovani sviluppino un’eccessiva familiarità con gli esseri umani, favorendo invece l’acquisizione dei comportamenti necessari alla sopravvivenza in natura. Il rilascio, infatti, non rappresenta un traguardo, ma l’inizio di una prova che può durare anni e che il monitoraggio satellitare permette di seguire attraverso migrazioni, ritorni e, in alcuni casi, la riproduzione. Fasi ed esperienze documentate anche nel manuale tecnico The Egyptian vulture captive breeding and release in Italy, realizzato da Guido Ceccolini e Anna Cenerini nell’ambito del progetto LIFE Egyptian vulture.

Un progetto europeo per una specie senza confini

Attivo dal 2017 al 2022, il progetto LIFE Egyptian vulture - che fa parte di quella linea di finanziamento (LIFE) osteggiata dai principali partiti conservatori europei e che la stessa Commissione, nel quadro del bilancio 2028-2034 vorrebbe sopprimere trasferendone le attività in fondi più ampi, tra cui i piani nazionali e regionali e il Fondo europeo per la competitività - ha avuto come obiettivo quello di impedire l'estinzione del capovaccaio in Italia e favorire la ripresa della popolazione nelle Isole Canarie, attraverso interventi concreti di conservazione.

Giovane capovaccaio in migrazione (foto: P. Martinelli/CERM) 

In Italia, le attività hanno interessato Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Tra gli interventi previsti figuravano la protezione dei siti di nidificazione, la gestione di punti di alimentazione supplementare, la messa in sicurezza di sostegni delle linee elettriche, il contrasto all'uso illegale del veleno e le attività di riproduzione in cattività e rilascio. La dimensione europea del progetto rispondeva ad una necessità biologica: il capovaccaio non conosce confini amministrativi ma nasce in un territorio, migra attraverso altri Paesi e può trascorrere mesi in regioni africane molto distanti dall'area di nidificazione affrontando, lungo il percorso, una serie di minacce riconducibili quasi esclusivamente alle azioni dell’essere umano. Come nel caso di Sara.

Il bracconaggio: quando la migrazione finisce nel mirino

Nata al CERM nel 2015 e liberata in Puglia nello stesso anno, Sara era una femmina di capovaccaio che, nel 2022 e nel 2023, è tornata regolarmente in Italia riuscendo a riprodursi in Basilicata con un maschio selvatico e portando all’involo ben tre giovani. Una storia di straordinario successo conservazionistico, conclusasi tragicamente nel 2023 quando Sara è stata uccisa a fucilate da un bracconiere durante la migrazione autunnale, nel tratto di mare tra la Sicilia e la Tunisia chiamato Banco di Talbot, area frequentata da molti pescherecci per la ricchezza di fauna marina. La sua morte ha cancellato anni di lavoro, ingenti investimenti pubblici e l’impegno costante del personale scientifico coinvolto nel progetto, dimostrando quanto sia fragile il percorso di recupero di una specie minacciata.

Sara, tuttavia, non è l’unico capovaccaio nato in Italia e vittima del bracconaggio nella stessa area marina. Già nel 2015 era toccato ad Agata e, nel 2022, a Tommy, un giovane esemplare liberato in Basilicata nel mese di agosto. Il suo dispositivo GPS ha registrato un’improvvisa deviazione dalla rotta, per poi interrompere definitivamente le trasmissioni. Il trasmettitore è stato successivamente ritrovato in una spiaggia a Malta, con le fettucce che lo fissavano all’animale tagliate di netto: circostanze che certificano la presenza di bracconieri in mare pronti a sparare agli uccelli in migrazione per poi venderne le carcasse ai trafficanti di animali imbalsamati.

Al bracconaggio si aggiungono poi altre minacce, spesso riconducibili direttamente o indirettamente alle attività umane. I bocconi avvelenati, utilizzati illegalmente contro animali considerati nocivi per le attività umane - in particolare agricoltura e allevamento - possono infatti contaminare le carcasse di cui si nutrono gli avvoltoi, provocando la morte di più individui di questa ed altre specie. Le linee elettriche espongono migliaia di rapaci al rischio di elettrocuzione e collisione, mentre le pale degli impianti eolici possono causare impatti fatali quando sono collocate in aree frequentate dagli uccelli, in particolare i grandi veleggiatori come aquile, avvoltoi e poiane, o lungo le rotte migratorie.

C’è poi il disturbo antropico nei siti di nidificazione, talvolta legato al turismo naturalistico e fotografico: la presenza eccessiva di persone, soprattutto nei periodi più delicati della riproduzione, possono compromettere il successo riproduttivo e vanificare gli sforzi compiuti per garantire un futuro alla specie.

Infine, va considerata la trasformazione degli habitat. Il capovaccaio frequenta ambienti aperti, spesso legati all’agricoltura e alla pastorizia estensive. La riduzione del pascolo, la conversione degli ambienti in coltivazioni intensive e la diminuzione delle risorse alimentari possono rendere più difficile trovare cibo. Anche l’intossicazione da piombo è documentata e può verificarsi quando gli animali ingeriscono resti di munizioni presenti nelle carcasse. Il suo impatto complessivo sulle diverse popolazioni non è ancora quantificato in modo uniforme, ma costituisce un rischio riconosciuto.

Poi, il cambiamento climatico. L'aumento delle temperature, le siccità prolungate e la crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi possono alterare gli habitat in cui vive e ridurre la disponibilità di cibo. Inoltre, l'inasprimento delle condizioni di aridità può favorire gli incendi, compromettendo le aree di alimentazione e gli ambienti circostanti i siti di nidificazione. Anche la riproduzione e la migrazione potrebbero risentire dei cambiamenti climatici, sebbene gli effetti specifici sulla specie siano ancora da approfondire.

Jasmine (foto: A. Cenerini) 

La prova più difficile deve ancora arrivare

Nonostante l’indubbio successo di conservazione determinato dalla prima migrazione di Jasmine, Nico e Pippo e, prima di loro, di tanti altri giovani nati al CERM, l’attraversamento del Mediterraneo è solo la prima tappa di un lungo e tortuoso viaggio. Nei territori africani dovranno imparare a sopravvivere, trovare cibo e affrontare le numerose minacce che incontreranno lungo il cammino. Se riusciranno a superare i primi anni di vita, dopo 3-4 anni trascorsi in Africa torneranno in Italia per trascorrere la primavera e l’estate. Una volta raggiunti i cinque-sei anni di età potranno poi nidificare e contribuire alla sopravvivenza della popolazione italiana di questa specie, come ha fatto Sara.

Nel frattempo, i segnali trasmessi dai dispositivi GPS continueranno a raccontare gli spostamenti di questi tre giovani e di tutti quelli con cui condivideranno le sfide che li attendono, permettendo allo staff dell’Associazione CERM di approfondire le conoscenze sulle strategie migratorie, individuare le aree più importanti per la sopravvivenza e riconoscere i tratti del percorso in cui è più urgente intervenire. Informazioni preziose, che potranno orientare le future operazioni di rilascio e rendere più efficaci le azioni di conservazione quali il contrasto del bracconaggio, la protezione dei siti di nidificazione e la creazione di punti di alimentazione sicuri in aree strategiche.