✕

Aree marine protette, non basta salvare il mare: conta dove lo facciamo

Un gruppo internazionale di ricercatori, propone una nuova “geografia della conservazione marina” privilegiando gli interventi rispetto alla semplice estensione delle riserve. “Le aree tutelate non sono necessariamente quelle in cui la biodiversità ha più bisogno di essere difesa”

3 minuti di lettura

Proteggere un tratto di oceano nel quale le specie marine non corrono particolari rischi può essere molto più semplice che intervenire nelle acque minacciate dalla pesca intensiva, dal traffico navale o dalla distruzione degli habitat. Ma è proprio qui che si nasconde uno dei grandi paradossi della conservazione: le aree marine protette non sono necessariamente quelle in cui la biodiversità ha più bisogno di essere difesa. E così, mentre il mondo rincorre l'obiettivo di tutelare il 30% degli oceani entro il 2030, una domanda diventa sempre più urgente: stiamo proteggendo il mare giusto? A sollevarla è uno studio pubblicato su Science Advances da un gruppo internazionale di ricercatori, che propone di ripensare la geografia della conservazione marina, privilegiando l'efficacia degli interventi rispetto alla semplice estensione delle riserve.

Il paradosso del mare protetto

La questione è tutt'altro che marginale. Il grande obiettivo internazionale, fissato nell’ambito dell'accordo globale sulla biodiversità, è tutelare almeno il 30% delle terre e degli oceani entro il 2030. Ma la corsa alle percentuali rischia di privilegiare la quantità sulla qualità. È più semplice, e spesso meno costoso, proteggere territori remoti, scarsamente sfruttati e lontani dagli interessi economici. Così, però, si finisce talvolta per lasciare esposte proprio le zone dove gli interventi sarebbero più urgenti.

Gli scienziati le chiamano residual reserves, riserve residuali: aree istituite dove la pressione antropica è già contenuta. Non sono necessariamente inutili, anzi possono custodire ecosistemi preziosi. Ma contribuiscono relativamente poco alla riduzione delle minacce esistenti. Il rischio è costruire una geografia della tutela che rassicura le statistiche senza migliorare altrettanto efficacemente le condizioni delle specie minacciate.

La nuova geografia della conservazione

Per verificare come superare questa contraddizione, Aharon Fleury, dell'Università del Queensland, in Australia, e i colleghi hanno analizzato la distribuzione globale di 773 specie marine a rischio di estinzione: 361 vulnerabili, 280 in pericolo e 132 in pericolo critico, secondo le categorie dell'Iucn. Hanno quindi incrociato le mappe della loro presenza con quelle di quattro pressioni umane: pesca diretta, catture accidentali, traffico navale e perdita o degrado degli habitat. L'innovazione sta nel considerare non soltanto dove vivono gli animali, ma quanto ciascuna specie sia sensibile alle differenti minacce. I ricercatori hanno confrontato tre scenari: uno basato sulla distribuzione delle specie, uno sulla riduzione degli impatti e un terzo che combina entrambi gli obiettivi. I risultati sono eloquenti. Il modello basato sugli impatti migliora del 14% la riduzione relativa delle pressioni sulle specie, utilizzando il 60% di superficie in meno e con costi inferiori del 40% rispetto all'approccio tradizionale. Il modello ibrido raggiunge un miglioramento del 21%, rispettando anche gli obiettivi di rappresentazione delle specie, con un incremento inferiore all'1% della superficie necessaria e del 7% dei costi.

"Non basta istituire nuove aree protette per affermare di tutelare la biodiversità”, osserva Francesco Tiralongo, biologo marino e ricercatore di Zoologia all'Università di Catania, dove è responsabile del Laboratorio di Biologia della Fauna Marina Mediterranea. “Il vero problema è capire dove vengono istituite, quali specie proteggono e, soprattutto, se contribuiscono concretamente a ridurre le pressioni esercitate dall'uomo sugli ecosistemi. Abbiamo spesso misurato il successo della conservazione in chilometri quadrati di territorio o di mare protetto. Ma la biodiversità non si conserva attraverso le percentuali: si conserva intervenendo sulle minacce reali che compromettono la sopravvivenza delle specie”.

Il valore culturale della tutela

Il problema, naturalmente, non si esaurisce nella scelta dei confini. "Nel nostro lavoro con le aree marine protette riscontriamo spesso uno dei principali problemi della conservazione: l'incapacità di garantire controlli mirati ed efficaci”, aggiunge Tiralongo. Ma c'è un'altra dimensione da considerare. “La conservazione delle specie è certamente uno degli obiettivi fondamentali delle aree marine protette, ma non è l'unico parametro con cui misurarne l'efficacia”, sottolinea Antonino Miccio, coordinatore delle Aree Marine Protette di Federparchi e direttore dell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno. “Esiste anche una dimensione sociale e culturale che non può essere trascurata. Le aree protette svolgono infatti un ruolo importante nella diffusione della cultura ambientale, nella sensibilizzazione delle comunità e nella costruzione di un rapporto più consapevole con il territorio. Concentrarsi esclusivamente sull’efficacia della tutela delle specie significa adottare un approccio scientifico che, per certi aspetti, richiama la visione dei conservazionisti del secolo scorso. Una prospettiva legittima, ma parziale perché non considera tutte le funzioni che un’area marina protetta è chiamata a svolgere. La salvaguardia della biodiversità resta essenziale, ma il loro valore si misura anche nella loro capacità di generare conoscenza, consapevolezza e cultura della conservazione”.

Fondamentale ciò che la riserva custodisce

La ricerca, basata su simulazioni globali, non rappresenta dunque una bocciatura delle riserve esistenti, né suggerisce di abbandonare la tutela delle aree meno compromesse. Piuttosto, invita a utilizzare criteri più accurati nella pianificazione, tenendo conto anche delle pressioni che possono essere concretamente ridotte. Resta una lezione che va ben oltre gli oceani. La conservazione non va misurata soltanto in chilometri quadrati sottratti allo sfruttamento, ma anche nelle minacce concretamente ridotte, nelle possibilità di sopravvivenza offerte alle specie e nel rapporto costruito con le comunità. Perché una riserva non è davvero efficace per il solo fatto di esistere su una mappa. Conta ciò che riesce a cambiare, nel mare che custodisce.