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Cop17, compromesso sul futuro della biodiversità ma resta il nodo dei finanziamenti

Un momento di Cop17 (afp)

In Armenia alla Conferenza sulla divrsità biologica approvato lo “Yerevan Pathway” per accelerare l'attuazione degli obiettivi al 2030

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La diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica (CBD COP17), ospitata a Yerevan, in Armenia, si è conclusa dopo una notte supplementare di negoziati e, come da lunga tradizione, un confronto particolarmente difficile tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Il risultato principale è l'approvazione del cosiddetto Yerevan Pathway, un percorso politico e operativo per accelerare l'attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (KMGBF), il quadro globale adottato nel dicembre 2022 per arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. Un complicato stallo negoziale, giunto alle battute finali, ha richiesto una mediazione sulle questioni finanziarie, sulla responsabilità dei diversi Paesi nel sostenere economicamente la conservazione della natura e sulle modalità di verifica dei progressi nazionali. Il compromesso ha consentito di procedere e approvare le decisioni finali, ma non ha risolto tutte le divergenze strutturali.

La COP17 lascia dunque, ancora una volta, un risultato ambivalente: da una parte, un nuovo impulso politico all'attuazione del Framework, un rafforzamento degli strumenti di monitoraggio e alcuni passi avanti nella governance finanziaria; dall'altra, l’ennesimo rinvio di decisioni importanti, soprattutto sul futuro meccanismo finanziario e sul funzionamento del Cali Fund, lo strumento destinato a condividere i benefici economici derivanti dall'utilizzo commerciale delle informazioni genetiche digitali. La questione fondamentale resta quella che, dalla loro nascita, accompagna i negoziati, siano essi sulla biodiversità o sulla crisi climatica: la scienza ha già stabilito da tempo che cosa è necessario fare per proteggere la biodiversità, ma la politica e gli attori coinvolti nei principali interessi economici e geopolitici globali, continua a ritardare l’approvazione e l’applicazione di strumenti finanziari, istituzionali e giuridici sufficienti per garantire il raggiungimento degli obiettivi.

La prima Global Review: il mondo è ancora lontano dagli obiettivi fissati per il 2030

Il principale elemento di novità della COP17 è stata la prima Global Review of Collective Progress, la valutazione globale dei progressi compiuti nell'attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework. Già nel settembre del 2026, il rapporto delle Nazioni Unite State of Biodiversity Action, pubblicato nel settembre 2026, aveva delineato una situazione preoccupante: quasi il 90% delle Parti della Convenzione aveva definito obiettivi nazionali per la biodiversità, circa il 60% aveva elaborato strategie e piani d'azione nazionali e oltre il 70% aveva presentato rapporti nazionali. Tuttavia, la valutazione complessiva indicava che i Paesi non erano sulla strada giusta per conseguire 22 dei 23 target del Framework e meno della metà degli obiettivi nazionali valutati risultavano sulla traiettoria necessaria per essere raggiunti a causa di politiche e misure nazionali insufficienti. In pratica, questo significa che un Paese può disporre di una strategia nazionale formalmente coerente con il Framework senza però aver introdotto misure sufficienti per contrastare la perdita di habitat, ridurre l'inquinamento, contenere il consumo di suolo o trasformare i propri sistemi agricoli e produttivi.

La Global Review rappresenta, quindi, un momento di responsabilizzazione collettiva che ha permesso ai governi, per la prima volta, di confrontare in maniera organica gli impegni nazionali con il quadro globale, individuando le principali lacune nell'attuazione e riconoscendo l'insufficienza dell'azione collettiva e la necessità di aumentare l'ambizione nell'attuazione degli obiettivi al 2030. A lasciare l’amaro in bocca è il fatto che, ancora una volta, la valutazione non introduce un sistema di sanzioni per i governi inadempienti, ma costituisce uno strumento politico per orientare le successive politiche nazionali e internazionali. Una scelta politica incorporata nell'architettura giuridica della Convenzione. Il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel dicembre 2022 alla COP15, non infatti è un trattato internazionale autonomo e non introduce un regime giuridico di responsabilità e sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi. Una lacuna non casuale ma incorporata nella sezione J, dedicata alla responsabilità e alla trasparenza, che stabilisce che il sistema di pianificazione, monitoraggio, rendicontazione e revisione deve favorire la cooperazione tra gli Stati, anziché introdurre un sistema internazionale di controllo e punizione.

Il Yerevan Pathway: il principale risultato politico della conferenza

Il risultato centrale della COP17 è lo Yerevan Pathway, il percorso concordato dalle Parti per accelerare l'attuazione del Framework nella seconda metà del decennio: un indirizzo operativo che nasce dalla prima valutazione globale e cerca di tradurre le conclusioni in priorità d'intervento. Il Pathway si concentra in cinque macro ambiti sui quali concentrare gli sforzi a partire dal completamento e rafforzamento delle strategie nazionali per la biodiversità, che dovranno essere rese pienamente coerenti con gli obiettivi globali e tradotte in misure concrete a livello nazionale e territoriale. Parallelamente, sarà necessario potenziare i mezzi di attuazione, garantendo risorse finanziarie adeguate, trasferimento tecnologico, cooperazione scientifica e rafforzamento delle capacità istituzionali, con particolare attenzione ai Paesi in via di sviluppo. Un altro elemento centrale è l'integrazione della biodiversità nelle politiche dell'intero sistema governativo.

La tutela della natura non può infatti rimanere una competenza circoscritta agli enti di gestione dell’ambiente, ma deve diventare una componente trasversale delle politiche economiche, sociali, agricole, industriali, infrastrutturali e finanziarie. Il percorso sottolinea inoltre l'importanza di una partecipazione più ampia della società, riconoscendo il ruolo delle popolazioni native, delle comunità locali, delle donne, dei giovani, delle imprese, della comunità scientifica e delle amministrazioni territoriali. Infine, viene ribadita la necessità di rafforzare le conoscenze e gli strumenti di valutazione, attraverso sistemi più efficaci di raccolta dei dati, indicatori condivisi, rendicontazione periodica e monitoraggio dei risultati, affinché i progressi compiuti possano essere misurati e confrontati in modo trasparente.

Il compromesso sulla finanza: passi avanti, ma nessun nuovo fondo autonomo già operativo

La questione finanziaria è stata uno dei principali ostacoli alla conclusione della COP17. Il confronto ha riproposto una divisione storica: i Paesi non industrializzati chiedono risorse internazionali adeguate, prevedibili e facilmente accessibili, mentre i Paesi industrializzati hanno insistito sulla necessità di migliorare l'efficienza degli strumenti esistenti e ampliare la platea dei contributori. Un leitmotiv che sembra non arrivare mai ad una fine. Il nodo riguarda il futuro meccanismo finanziario previsto dalla Convenzione, in particolare l'articolo 21 che stabilisce che i finanziamenti devono essere erogati sotto forma di contributi a fondo perduto (grants) o a condizioni agevolate (concessional terms) attraverso il Global Biodiversity Framework Fund (GBFF), istituito nel 2023 e amministrato dal Global Environmental Facility.

Così come accaduto nel 2025 a Roma, durante la COP16 bis, quando tra le aule negoziali si gioì perché “si era deciso che era fondamentale decidere qualcosa al più presto”, il compromesso raggiunto a Yerevan non consiste nell'istituzione immediata di un nuovo fondo autonomo ma le Parti hanno concordato una serie di criteri destinati a orientare la futura struttura permanente del meccanismo finanziario. La questione della responsabilità finanziaria resta dunque aperta anche per quanto riguarda i Paesi emergenti. L'Unione europea e altri Paesi industrializzati hanno sostenuto l'ampliamento della base dei contributori, mentre numerosi Paesi non industrializzati hanno chiesto di preservare il principio delle responsabilità e delle capacità differenziate.

I finanziamenti annunciati: 1,8 miliardi di dollari, ma resta il problema delle risorse effettive

La mobilitazione di circa 1.8 miliardi di dollari in impegni per la conservazione della natura

Tra le iniziative più rilevanti figura il contributo di 500 milioni di dollari annunciato dai Paesi Bassi al Tropical Forest Forever Facility, lo strumento internazionale destinato a sostenere finanziariamente i Paesi che mantengono bassi i livelli di deforestazione. Il Global Environment Facility ha inoltre comunicato nuovi impegni finanziari superiori a 500 milioni di dollari per iniziative a favore della natura, comprendenti contributi al GBFF e risorse nell'ambito della nona ricostituzione del GEF.

Annunci sicuramente accattivanti dal punto di vista mediatico ma che devono essere interpretati con attenzione poiché non rappresentano necessariamente nuovi finanziamenti già erogati e, considerando che il Kunming-Montreal Framework stabilisce l'obiettivo di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all'anno entro il 2030 da tutte le fonti e almeno 30 miliardi di dollari all'anno di finanziamenti internazionali destinati ai Paesi in via di sviluppo, è evidente come il divario rimane considerevole.

Il sistema di monitoraggio: rafforzata la rendicontazione, ma non nasce un sistema di sanzioni

Il secondo grande risultato riguarda la pianificazione, il monitoraggio, la rendicontazione e la revisione dell'attuazione del Kunming-Montreal Framework, il cosiddetto sistema PMRR (Planning, Monitoring, Reporting and Review) attraverso il quale i Paesi devono comunicare i progressi verso i 23 target. Il sistema si basa su indicatori condivisi, informazioni nazionali e rapporti periodici, con l'obiettivo di migliorare la comparabilità dei dati e consentire una valutazione più efficace dei risultati necessari a raggiungere il cosiddetto obiettivo 30x30, che prevede la conservazione effettiva di almeno il 30% delle aree terrestri e delle acque interne e almeno il 30% delle aree marine e costiere entro il 2030.

Tuttavia, ancora una volta, è mancata la volontà politica di introdurre un meccanismo internazionale di controllo coercitivo: la COP17 non ha infatti istituito un sistema di sanzioni automatiche per gli Stati inadempienti e la rendicontazione e la revisione rimangono dunque meri strumenti di trasparenza, valutazione collettiva e responsabilizzazione politica, nel quadro della Convenzione. Importanti ma, forse, attualmente insufficienti.

Cali Fund: il meccanismo resta lontano dalle sue ambizioni

A lasciare l’amaro in bocca è il Cali Fund, istituito alla COP16 per condividere i benefici derivanti dall'utilizzo commerciale delle informazioni digitali sulle sequenze genetiche, note come Digital Sequence Information (DSI). Il meccanismo avrebbe dovuto rappresentare un importante strumento di giustizia economica, consentendo di destinare parte dei benefici generati dall'utilizzo commerciale delle informazioni genetiche alla conservazione della biodiversità e alle popolazioni indigene e alle comunità locali. Una necessità ancora più evidente se si osservano i dati. Secondo uno studio commissionato nell'ambito della Convenzione, nel 2024 il fatturato complessivo dei cinque principali settori industriali che utilizzano le DSI - farmaceutica, cosmetica, plant and animal breeding (ossia quelle attività scientifiche e tecnologiche finalizzate ad ottenere varietà di piante e razze animali con caratteristiche genetiche considerate più vantaggiose in agricoltura e zootecnia) - è stato stimato in circa 1.560 miliardi di dollari, con proiezioni superiori a 2.300 miliardi entro il 2030.

A Yerevan le Parti hanno confermato solamente i tassi indicativi di contribuzione per le imprese e l’introduzione, in via provvisoria, di certificati per evitare duplicazioni nei pagamenti. Inoltre, secondo il resoconto pubblicato dal WWF a conclusione dei lavori, il fondo avrebbe raccolto ad oggi soltanto circa 10.000 dollari.

Popolazioni indigene e comunità locali: un passo avanti nella governance

A Yerevan le Parti hanno raggiunto un compromesso sulle modalità di governance dell'organismo sussidiario dedicato alle conoscenze, alle innovazioni e alle pratiche delle popolazioni indigene e delle comunità locali istituito durante la COP16. La decisione permette di consolidarne il funzionamento e di rafforzare la partecipazione delle comunità nei lavori della Convenzione: un passaggio importante perché la conservazione della biodiversità non può prescindere dal riconoscimento dei diritti delle popolazioni che custodiscono e gestiscono numerosi ecosistemi di elevato valore ecologico. Tuttavia, anche in questo caso, la comunità internazionale appare finalmente propensa a lasciare voce in capitolo ai principali testimoni della crisi ecologica ma lascia poco spazio alla possibilità che questi accedano ai finanziamenti necessari per continuare a vivere e difendere i territori in cui vivono.

Sussidi dannosi: il problema economico resta aperto

La COP17 ha rilanciato anche il Target 18, che prevede la riduzione di almeno 500 miliardi di dollari all'anno entro il 2030 degli incentivi dannosi per la biodiversità, in particolare dei sussidi che sostengono attività responsabili di contribuire attivamente al degrado degli ecosistemi, perdita di habitat e sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Nonostante la presidenza armena abbia promosso iniziative internazionali per accelerare il processo, coinvolgendo Colombia, Finlandia e altri partner, il compromesso di Yerevan ha mantenuto il tema tra le priorità dell'attuazione del Framework ma non ha risolto le divergenze sui tempi e sulle modalità con cui i singoli Paesi dovranno riformare i propri sistemi di incentivi.

Il problema, ad oggi, rimane strutturale: le risorse pubbliche destinate a sostenere attività dannose per la natura continuano a essere superiori ai finanziamenti disponibili per la sua conservazione. La riforma dei sussidi richiederà quindi interventi coordinati tra ministeri dell'ambiente, dell'agricoltura, dell'industria e delle finanze.

Le aree protette e il 30x30: la distanza dagli obiettivi resta significativa

Nonostante l’obiettivo sia stato proclamato come centrale e prioritario, mancano ancora misure efficaci a garantire la conservazione delle aree protette e, soprattutto, una loro gestione slegata da interessi politici ed economici. Al di là di ogni proclama politico, e di qualsivoglia definizione formale di area protetta, quello che continua a mancare sono misure concrete e flussi finanziari in grado di confezionare strategie di lungo termine e non basate su logiche emergenziali. A Yerevan è stata inoltre lanciata la Yerevan Global OECM Action Hub, un'iniziativa promossa dalla FAO e dalla presidenza armena per sostenere il riconoscimento e la valorizzazione di misure non convenzionali ma efficaci di conservazione basate sulle aree (OECM). Una buona notizia che consente di riconoscere forme di conservazione che non coincidono necessariamente con le aree protette tradizionali, comprese alcune modalità di gestione comunitaria.

La dimensione italiana ed europea: il ruolo della biodiversità nelle politiche nazionali

La COP17 ha rappresentato anche un'occasione per mettere in evidenza il contributo dei Paesi europei e le iniziative nazionali in materia di conservazione. Per l'Italia, grande assente alla COP16 bis di Roma, nonostante fosse la padrona di casa, uno degli annunci più significativi è stata l'adesione al Fungal Conservation Pledge, iniziativa internazionale finalizzata a promuovere il riconoscimento e la conservazione della diversità fungina. L'adesione è stata annunciata il 27 ottobre dal sottosegretario al ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Claudio Barbaro, e ha un significato scientifico importante: i funghi, tra gli organismi meno conosciuti e meno integrati nelle politiche di conservazione - ad oggi abbiamo descritto formalmente tra le 155.000 e le 160.000 specie di funghi, a fronte di una diversità globale stimata tra 2 e 3 milioni di specie, con una stima centrale di circa 2.5 milioni, in pratica oltre il 90% della diversità fungina mondiale potrebbe essere ancora sconosciuto alla scienza e non formalmente classificato - svolgono infatti funzioni fondamentali negli ecosistemi, partecipando alla decomposizione della materia organica, ai cicli dei nutrienti, alla formazione e alla fertilità dei suoli e alle relazioni simbiotiche con le piante.

L'adesione italiana rappresenta quindi un'occasione per rafforzare la ricerca, il monitoraggio e l'inserimento dei funghi nelle strategie nazionali per la biodiversità, una sfida che si inserisce in quella più ampia di attuazione della Strategia nazionale per la biodiversità al 2030, che deve tradurre gli obiettivi internazionali in misure concrete per la tutela degli habitat, il ripristino ecologico, la conservazione delle specie e la riduzione delle pressioni antropiche.

Prossimo appuntamento a Quito nel 2028

Tra le decisioni organizzative della conferenza figura l'assegnazione della sede della prossima COP all’Ecuador, un Paese considerato tra i più biodiversi del Pianeta e che ospita ecosistemi di straordinario valore ecologico, tra cui le foreste amazzoniche e le isole Galápagos. La COP18 sarà chiamata a verificare i progressi compiuti dopo il Yerevan Pathway e a valutare l'efficacia degli strumenti finanziari e di monitoraggio concordati nel 2026. Sarà inoltre un appuntamento importante per verificare il funzionamento del Cali Fund e i progressi verso la definizione del futuro meccanismo finanziario permanente.

Il bilancio della COP17: è il momento di riconoscere che la biodiversità vale più di un compromesso

Ad analizzare documenti e dichiarazioni post-conferenza emerge un quadro chiaro: le decisioni prese a Yerevan sono tante ma non è più ammissibile interpretare e giudicare una conferenza di tale portata solo in termini quantitativi. Secondo la Lista Rossa dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), nell'aggiornamento 2026 risultano 49.505 le specie classificate come minacciate di estinzione, mentre la valutazione globale dell’organismo intergovernativo per la biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES) stima che circa un milione di specie animali e vegetali siano a rischio. Il Living Planet Report 2026 del WWF, basato sul monitoraggio di 35.803 popolazioni appartenenti a 5.790 specie di vertebrati, documenta una diminuzione media della loro abbondanza del 73% tra il 1970 e il 2022, con punte dell'85% negli ecosistemi di acqua dolce. Parallelamente, la trasformazione degli habitat continua a interessare vaste porzioni del pianeta. Sempre secondo l'IPBES, in un report ormai datato al 2019, il 75% delle terre emerse è significativamente alterato dalle attività umane, il 66% degli ambienti marini è interessato da impatti antropici crescenti e oltre l'85% delle zone umide è andato perduto. Sul fronte forestale, i dati del World Resources Institute indicano che nel solo 2025 sono stati persi 4.3 milioni di ettari di foresta primaria tropicale. A questi fenomeni si aggiungono il degrado del suolo, la diffusione delle specie invasive, l'inquinamento e gli effetti della crisi climatica che ormai abbiamo costantemente davanti ai nostri occhi. Stiamo assistendo ad una trasformazione sistemica del Pianeta, con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare, sulla disponibilità di acqua, sulla salute, sulla resilienza delle società umane, sull’economia, sui diritti umani e sulla salute mentale e fisica degli esseri umani.

Ecco perché titoli che raccontano come la COP17 abbia prodotto un risultato politico importante rischiano di deviare l’attenzione dal problema e dall’urgenza. A Yerevan si è dimostrato che esiste una disponibilità crescente di iniziative e strumenti finanziari, ma la loro efficacia dipenderà dalla capacità di trasformare gli annunci in risorse accessibili, continuative e realmente utilizzabili per progetti di conservazione. Si è definita una strada. Ora è necessario fare un chiaro appello alla comunità internazionale affinché si decida a percorrerla. Una responsabilità che ricade anche su ognuno di noi che dobbiamo smetterla di interpretarci come spettatori di una crisi e assumerci l’onere di pretendere un cambiamento, di comprendere che il mondo che lasciamo in eredità, se ancora possiamo dire con franchezza che come collettività ci importa qualcosa delle generazioni a venire, non è soltanto il risultato delle decisioni di chi governa, ma anche della responsabilità che ciascuno sarà disposta ad assumersi nei confronti del bene comune.