BELÉM (Brasile) – Per cinque lunghi mesi, chiuso in una piccola cella a Nuuk, il pirata dei mari ogni notte ha fatto lo stesso sogno: riabbracciare i suoi figli e proseguire la lotta per salvare il canto delle balene. “I figli mi mancavano troppo. E sentivo poi che dovevo uscire per continuare la mia battaglia”. Oggi quei desideri per il fondatore di Sea Shepherd Paul Watson sono finalmente realtà, ma il buio continua a inseguirlo: ora sono i cacciatori di balene a cacciare lui. La sensazione di poter essere nuovamente arrestato, non lo abbandona mai. I giapponesi - nonostante l’Interpol lo abbia depennato dalla lista dei ricercati - sono disposti a tutto pur di processare il co-fondatore di Greenpeace per aver assaltato baleniere nipponiche 15 anni fa. Così, quando hanno scoperto che dopo aver ritrovato le forze - curato dall’amore della sua famiglia in Francia - Watson è partito per il Brasile con destinazione Cop30, hanno chiesto a Lula di catturarlo ed estradarlo. “Ma non ci riusciranno" si sfoga l’eco-guerriero.
Capitano, ha paura che la arrestino?
“No. In Brasile mi sento abbastanza al sicuro per ora, ma quando sono arrivato qui i giapponesi hanno subito inviato un messaggio alla polizia chiedendo di arrestarmi. Quello che stanno facendo a Tokyo è davvero stupido, ci provano ogni volta, nonostante il mio rilascio e la decisione della corte danese”.
Cosa ricorda dei mesi in cella in Groenlandia?
“La voglia di riabbracciare i miei figli, erano così piccoli, avevano bisogno di me (Murtagh ha 4 anni, Tiger 9, ndr). Ho temuto per una possibile condanna a 15 anni di galera”.
Islanda, ferma la caccia alla balena per il 2025
Quando è uscito, lo scorso dicembre, nel frattempo l’Islanda ha sospeso la caccia alle balene. È la fine di un’epoca?
“La caccia alle balene in Islanda è finita. Anche perché se provano a farlo di nuovo, li fermeremo ancora. Ora fra i balenieri restano solo Norvegia e Giappone. Per come la vedo, la Norvegia è la realtà peggiore: a gennaio porteremo la nostra nave nell'Oceano Antartico per fermare i loro pescatori di krill".
Come valuta questa Cop30?
“Non vedo un futuro per le Cop. Per me è tutta una facciata. Ho 74 anni, partecipo a conferenze Onu da sempre, la prima a Stoccolma nel 1972 ed ero a Rio nel 1992. Da quei grandi vertici non è mai uscita una sola promessa poi mantenuta. Per cui per me è solo una perdita di tempo, una photo opportunity per i leader mondiali. Ma ci sono anche aspetti positivi: è un'opportunità per le persone di fare rete e farsi sentire. È da loro, dalla gente, dagli indigeni, che possono arrivare risposte".
Lei ha appena incontrato il grande capo Raoni, leader degli indigeni dell’Amazzonia. Cosa vi siete detti?
“Che ho fiducia in loro. Se il movimento ambientalista vuole avere successo devono esserci coalizioni di popoli tradizionali in tutto il mondo. Lo stesso vale per gli attivisti: serve una mobilitazione globale. Gli indigeni hanno una prospettiva che tutti noi altri abbiamo perso da tempo: è il biocentrismo, l’idea che siamo parte del tutto, che dobbiamo ripartire dalla natura. Ma nel mondo globalizzato non lo faremo fin quando poi non sarà troppo tardi”.
Dunque non c’è speranza?
“La civiltà moderna è completamente antropocentrica, viviamo una psicosi collettiva di massa che ci fa polarizzare tutto. Provoca la guerra e tutta questa stronzata sinistra-destra. La gente di sinistra mi chiama fascista, quella di destra comunista. Ma io sono solo un biocentrista: questo pianeta, qualunque cosa gli accada, ci riguarda tutti, indipendentemente dalle convinzioni spirituali o politiche. Abbiamo un solo interesse comune e dovrebbe essere vivere in armonia con le altre specie”.
Il deep mining, l'esplorazione mineraria negli oceani, non sarà certo "un'armonia" per le balene. È preoccupato?
“Sono molto preoccupato di non sentire più i loro canti. Per questo da 50 anni mi batto: nel 1977 ero sul molo quando vidi arrivare a Honolulu il primo carico di noduli di manganese che estraevano. Ai tempi dicevano che era solo una cosa “esplorativa”. Mezzo secolo dopo è realtà, ed è devastante. Sapete, non è solo il problema di disturbare l'ecosistema, ma è il fatto che quando estrarremo i noduli polimetallici che servono alla transizione energetica si creeranno detriti tutt'intorno destinati alla deriva per anni e il processo risucchierà l'ossigeno dall’oceano, soffocando i pesci. A questo non ci pensano, non gli importa".
Qual è il suo peggior incubo per gli oceani?
“Perdere le balene e tutte le specie, noi compresi. Dobbiamo capire che se l'oceano muore, moriamo noi. E il fatto che nessuno parli di fitoplancton mi spaventa".
Perché?
"Se il fitoplancton scompare, non viviamo. È semplice. Il fitoplancton fornisce il 70% dell'ossigeno che respiriamo e lo abbiamo ridotto del 40% dal 1950, ma molte persone non lo sanno. È diminuito perché cacciamo balene e altri animali che, con le loro feci, forniscono la stessa base nutritiva per il fitoplancton. Gli umani sono diventati gli agricoltori del mare al solo scopo di prendere ciò che c'è e puntare alla natura per monetizzare. Chiediamocelo: quanto denaro possiamo fare prima di scomparire dalla Terra?”.