Il Brasile sperimenta il tracciamento dei bovini per combattere la deforestazione
di Luca FraioliPer cercare di rendere più sostenibile il settore dell’allevamento: le autorità brasiliane hanno pensato a un marchio che assicura che la carne che si compra non ha nuociuto alla foresta amazzonica
BELÉM (Brasile) – “Entro il 2030 i bovini allevati in Brasile avranno un marchio che ci permetterà di individuarli e tracciarli singolarmente, per contrastare la deforestazione”. Paulo Teixeira è il ministro brasiliano per lo Sviluppo agrario e l’Agricoltura familiare e ci parla delle iniziative messe in campo dal governo federale e da quelli locali per rendere sostenibile uno dei più remunerativi business del Paese: la carne. Quando alla Cop30 ci si mette i fila per mangiare un piatto caldo, lontano dal rombo dell’aria condizionata e magari alla luce del sole, le opzioni più “pregiate” sono spiedini, salsicce, hamburger. E molti qui si chiedono se sia la dieta migliore per il Pianeta, oltre che per il proprio apparato digerente. Da dove arriva quella carne? Gli animali sono stati allevati in pascoli sottratti alla foresta pluviale, come spesso capita a queste latitudini? I negoziatori che frequentano le Conferenze Onu sul clima sono abituati alle contraddizioni. E questa brasiliana non fa eccezione: foreste abbattute per realizzare nuovi raccordi autostradali, trivellazioni petrolifere autorizzate ai margini dell’Amazzonia, motori diesel che girano h24 per garantire elettricità alla cittadella della Cop. Poi c’è anche la carne, somministrata in tutte le salse.
Alla vigilia dell’evento aveva protestato perfino il baronetto (vegetariano) Paul McCartney, in un post subito rilanciato da Peta: “Servire carne a un vertice sul clima è come distribuire sigarette a una conferenza sulla prevenzione del cancro”. Ma fosse solo quello. Perfino in Brasile ha destato stupore che i fratelli Joesley e Wesley Mendonça Batista figurassero, invitati dal governo Lula, nella lista dei vip a cui era garantito l’accesso a Cop30. Tra gli uomini più ricchi del Paese, sono i proprietari della JBS, il maggior produttore al mondo di carne bovina. Più in generale, il numero di lobbisti dell'allevamento intensivo di bovini, dei cereali e dei pesticidi è aumentato quest’anno del 14% rispetto alla Cop29 di Baku, superando il numero di delegati di Paesi importanti come il Canada (220). C’è chi si scandalizza, ricordando che la produzione di carne e quella della soia (utilizzata soprattutto per alimentare i bovini) sono le due principali cause di deforestazione in Amazzonia. E chi replica (usando gli stessi argomenti adottati nel caso dei petrolieri) che non si può trovare una soluzione al problema senza coinvolgerne tutti i protagonisti.
Le autorità brasiliane sono consapevoli che l’allevamento è uno dei loro talloni d’Achille. E a Belém molti degli eventi organizzati nel padiglione verde-oro dei padroni di casa sono dedicati all’agricoltura sostenibile. “Le piccole fattorie stanno lavorando molto sulla tracciabilità dei capi che allevano”, spiega Teixeira. “In questo modo potranno essere commercializzati solo bovini il cui allevamento non è ricollegabile ad alcun tipo di deforestazione. Abbiamo anche un programma per il ripristino dei pascoli degradati, che ci permetterà di alimentare il bestiame senza ricorrere alla deforestazione e riducendo anche le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di mangimi. Infine”, aggiunge il ministro, “c’è l’iniziativa del governatore del Parà: entro l’anno prossimo tutti i capi alleati in questo Stato saranno dotati di un marchio a radiofrequenza che ne permetterà l’identificazione. Un programma che sarà ampliato a livello nazionale entro il 2030”.
Lo stato del Parà, di cui Belém è capitale, lanciò la tracciabilità dei singoli capi di bestiame alla Cop28 di Dubai nel 2023, e ha iniziato la sperimentazione l’anno scorso. L’obiettivo è che dal gennaio del 2027 tutti i bovini dello Stato avranno una coppia di marchi auricolari per l’indentificazione: uno visivo e l’altro dotato di un segnale radio (Rfid). “Gli animali non vengono più registrati in lotti, ma monitorati individualmente, con un numero univoco”, spiega Barbra Lopes, veterinaria incaricata di promuovere la nuova pratica tra gli allevatori locali. In realtà, come ammette la dottoressa Lopes, il sistema nasce per “garantire maggiore precisione nella lotta alle malattie e permettere una gestione più efficiente delle mandrie”.
Ma con un mercato mondiale che compra sempre più carne brasiliana e che pretende trasparenza su provenienza e sostenibilità, la marchiatura a radiofrequenza può diventare uno strumento per proteggere le esportazioni. Il Brasile è il maggiore esportatore mondiale di carne bovina, detenendo il 23% del mercato globale. Un settore che, con quasi 214 milioni di capi di bestiame, rappresenta l'8,4% al prodotto interno lordo e dà lavoro a 8,9 milioni di persone (dati del 2024). La Cina è il principale importatore con oltre 800mila tonnellate di bistecche, seguita, almeno fino a prima dell’entrata in vigore dei dazi di Trump, dagli Stati Uniti con 200mila tonnellate. In forte crescita anche il mercato rappresentato dall’Europa orientale. E ovunque i consumatori (di conseguenza gli importatori) stanno diventando più esigenti in fatto di impatto ambientale.
Secondo una indagine della no profit Trase, fondata dallo Stockholm Environment Institute e da Global Canopy per portare trasparenza sulla deforestazione e sul commercio di materie prime agricole, in Brasile "nel 2023 ben 7,5 milioni di ettari di pascolo coprivano terreni recentemente disboscati, rispetto ai 5,3 milioni di ettari del 2020, con un aumento di oltre il 36% in quattro anni”.
Come incentivare gli allevamenti sostenibili, che non intaccano la foresta pluviale? In Brasile ci si è provato con crediti rurali concessi alle aziende medio-piccole. E però una inchiesta condotta lo scorso anno da Greenpeace ha svelato che molti dei destinatari non avevano affatto le carte in regola: “Sono state identificate 10.074 proprietà parzialmente o totalmente situate all'interno di Unità di Conservazione, di cui 41 in aree di piena protezione (dove non dovrebbe esserci alcuna attività economica), 24 proprietà parzialmente o totalmente sovrapposte a sette terre indigene e 21.692 proprietà che ricadono all'interno di foreste pubbliche (terreni sotto controllo federale)”.
Amara la conclusione del report: “Il denaro dei contribuenti brasiliani potrebbe essere stato destinato a disboscatori illegali o ad agricoltori con terreni che si sovrappongono a terre indigene o ad aree protette, per l'allevamento di bestiame o la coltivazione di soia, attività che generano deforestazione e aggravano l'emergenza climatica”. E’ dunque fondamentale capire, che ci si trovi tra i padiglioni di Cop30 o in un ristorante europeo, da dove arriva la carne che si mangia. Il programma avviato dallo stato del Parà, e che conta sul supporto dell’ong statunitense, The Nature Conservancy, serve anche a questo.