"Non chiamiamoli disastri naturali. Possiamo affrontarli, ma serve un nuovo impegno politico"
di Giacomo TalignaniPaola Albrito, direttrice Nazioni Unite dell'UNDRR per la riduzione del rischio di disastri nel mondo è sicura: "I sistemi di allerta precoce stanno salvando vite, ora uniamoci per prevenire anche i danni a economie e infrastrutture". Il ruolo della COP e quello dell'Italia
Quest’anno, come non mai, la crisi climatica ha mostrato tutta la sua potenza: dalle Americhe fino all’Oceania, dall’Europa all’Asia, popoli e territori sono stati devastati da disastri - spesso collegati al surriscaldamento globale o al fenomeno naturale di El Nino - che hanno portato ovunque a distruzione e morte. Eppure, abbiamo una chance reale per affrontare le ondate di calore, le alluvioni, le siccità e tutti quegli eventi estremi che stravolgono vite ed ecosistemi: la prevenzione.
Se giochiamo d’anticipo, per esempio con sistemi di allerta precoce, salviamo infatti migliaia di vite. Lo stiamo già facendo. Quello che invece ancora manca, è pianificare davvero il futuro. “Dal punto di vista delle vittime, la situazione è migliorata: la mortalità globale è diminuita di due terzi negli ultimi vent’anni. Al contrario, nello stesso periodo, danni e perdite economiche sono raddoppiate. Quest’ultimo aspetto deve cambiare o sarà sempre peggio” racconta a Green&Blue Paola Albrito, direttrice dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri nel mondo (UNDRR). A lei abbiamo chiesto come, nell'anno nero del clima, il mondo può ridurre i rischi legati al surriscaldamento globale.
Cosa significa ridurre il rischio di disastri?
“Significa ridurre la possibilità che un impatto che può essere per esempio una alluvione, si trasformi in disastro. Il nostro ruolo è aiutare i Paesi membri, ma anche i singoli cittadini, a comprendere e ridurre il rischio prima che i disastri si verifichino e quando si verificano cercare di ricostruire al meglio per prevenire quello che è il riprodursi di questo disastro. In generale dovremmo evitare di parlare di disastri naturali, perché in realtà alluvioni, siccità e altri fenomeni continueranno a verificarsi ma il vero disastro avviene quando questi pericoli incontrano persone, beni economici, ecosistemi esposti e vulnerabili. Quindi, in altre parole, i disastri sono risultati di azioni e decisioni umane. Per esempio le decisioni su dove e come costruiamo la nostra città, le nostre case, su come gestiamo le risorse naturali e su come organizziamo la nostra società. Tanto più sono elevati i fattori di esposizione e vulnerabilità, tanto maggiore è la probabilità che un fenomeno naturale si trasformi in un disastro".
Lei lavora con le Nazioni Unite da oltre 25 anni. Nelle ultime decadi c’è stata una accelerazione degli eventi estremi. Cosa è cambiato nell’affrontarli?
“Ci sono due aspetti chiave. Se parliamo di mortalità da disastri la situazione è migliorata, la mortalità globale è diminuita di due terzi in 20 anni. Ma ciò che va peggiorando in modo esponenziale - che sono raddoppiati negli ultimi vent’anni - sono i danni da perdite economiche, quelli alle infrastrutture ad esempio. Se salviamo più vite spesso è grazie ai sistemi di allerta precoce, ma allo stesso tempo abbiamo continuato a costruire ed evolvere le nostre economie senza tenere in considerazione il rischio disastri. Questo ha portato a perdite dirette, in media, di 200 miliardi di dollari l’anno, come quelle per strade o edifici. Ma se consideriamo le perdite indirette, come per esempio l'interruzione dell'istruzione o le catene di approvvigionamento agli impianti sanitari o il degrado degli ecosistemi, il costo reale supera i 2300 miliardi di dollari all’anno. Non è sostenibile, è una cifra enorme”.
Quando si parla di salvare vite dai disastri, cosa si è fatto per aiutare i Paesi meno sviluppati?
“Molto. La diminuzione di perdite umane è dovuta a un incremento dei sistemi di allerta precoce. Come UNDRR noi ci siamo impegnati fortemente su questa tematica perché il segretario delle Nazioni Unite ha lanciato una campagna che si chiama Early Warning for All per far sì che entro il 2028 tutti gli individui abbiano l'opportunità di avere accesso a dei sistemi di allerta precoce. Ci sono tanti programmi in atto, anche con l’Italia (per esempio con Fondazione Cima in Sudan, ndr), soprattutto in Africa. Vogliamo aumentare i sistemi di allerta per raggiungere le popolazioni anche più remote: la chiave sta nel fatto che le persone imparino a riconoscere questi sistemi, a sapere cosa fare quando scatta l’allarme. Poi è molto importante aumentare l’ impegno politico da parte dei Paesi. In Africa Tanzania, Etiopia, Kenya, tutte zone a rischio tra alluvioni o siccità, lo stanno facendo. Hanno capito che i sistemi di allerta precoce se sono attivi in un Paese hanno la possibilità di salvare vite 6 volte superiore rispetto ai paesi che non li hanno".
Questi Paesi lo stanno capendo. Molti altri però ancora vanno a rilento nelle politiche di adattamento e prevenzione legate alla crisi del clima. Perché?
“La conoscenza di come ridurre i rischi spesso è ancora limitata. Ridurre il rischio di disastri significa veramente rivedere quello che è il nostro sviluppo e considerare che nel momento in cui lo sviluppo deve essere sostenibile deve automaticamente includere la dimensione del rischio. Per esempio dobbiamo chiederci: cosa facciamo nel momento in cui noi a Roma costruiamo un nuovo quartiere per far sì che i rischi legati a diversi tipi di intemperie vengano considerati? Spesso questo concetto non viene applicato anche perché la prevenzione viene considerata come un costo e non un investimento, e questo è un errore. Pensiamo a New York: quando dovevano rifare il sistema fognario potevano farlo al risparmio, in maniera classica, invece hanno investito in una infrastruttura green. Ora le aree verdi assorbono più acqua, sono diminuiti i pericoli di allagamento e ci sono stati benefici per tutti”.
Ci sono altri esempi positivi in tal senso?
“Beh, penso a Roma. L’adattamento e l’investimento fatto questa estate all’interno del Piano caldo, offrendo rifugi alla popolazione e addirittura cinema con aria condizionata, fa parte di una campagna molto interessante che ora è ripresa anche da altre città del mondo. In generale dobbiamo sempre ricordarci che costruire delle infrastrutture che sono resilienti ai rischi porta ad un vantaggio economico tra le 4 volte e le 15 volte superiore a quello che sarà poi il danno”.
Quale, fra gli eventi estremi, è quello a cui dobbiamo fare più attenzione?
“Tutto ciò che è legato all’acqua sicuramente. Se guardiamo le statistiche il 90% dei disastri sono legati o a scarsità d’acqua o a eccessi come nelle alluvioni. I numeri parlano chiaro: tra il 2000 e il 2023 abbiamo avuto 1.4 miliardi di persone che sono state colpite dalla siccità e 1.6 miliardi di persone che hanno subito danni per alluvioni. In realtà però non dobbiamo commettere l'errore di considerare questi diversi rischi disconnessi: dalle ondate di calore sino alla siccità ci sono tante facce della stessa medaglia, la crisi del clima”.
Per rallentare gli impatti della crisi del clima, oltre a mitigazione e abbandono delle fonti fossili, qual è oggi una azione concreta da mettere in pratica?
“Io trovo che al momento ci sia una ricerca di soluzioni soprattutto a livello locale, di città, che spesso fanno anche rete. Questa è una soluzione: sfruttare la possibilità di unirsi per vedere quelle che sono le pratiche che hanno funzionato e come possono essere adottate altrove. La prevenzione è un terreno di dialogo fondamentale ed importante. Noi abbiamo avuto in passato Paesi con forte tensioni a livello di geopolitica e di sicurezza che in realtà si sono incontrate e hanno avuto degli scambi su come affrontare il futuro. E ha funzionato”.
COP31 che ricette può offrire nella prevenzione dei rischi?
“Sarà una COP basata molto su quello che è l'applicare le azioni e vedere a che punto siamo nell'agenda climatica. Come UNDRR saremo impegnati sull'adattamento ai cambiamenti climatici. Noi porteremo delle stime e dei dati su come la messa in opera dell’adattamento sta avvenendo. Porteremo al tavolo delle informazioni e dei dati relativi a bilanci, a perdite e danni e a indicatori di monitoraggio per quanto riguarda l'azione climatica. Inoltre lanceremo un rapporto che darà una visione globale di dove siamo con i sistemi di allerta precoce e di una serie di lezioni che sono state apprese e che possono guidare altri paesi a proteggersi”.
Una delle allerte globali più importanti quest’anno è riferita a El Niño. Come ci stiamo preparando?
“C’è un discorso molto importante su El Niño perché chiaramente ci saranno zone che saranno interessate da precipitazioni intense, come il Kenya, e zone dove invece ci sarà una situazione di siccità estrema, pensiamo all’Australia per esempio. Le Nazioni Unite, per ridurre i rischi, avranno un ruolo di coordinamento e di supporto ai Paesi più vulnerabili. Per fortuna abbiamo tante informazioni sui possibili impatti: ciò significa che possiamo, ovunque, agire per ridurre i danni. Ma bisogna fare in fretta".
Infine, quali Paesi secondo lei hanno fatto davvero un buon lavoro per ridurre i rischi di disastri?
"Ma, se dovessi dirne uno, forse il Giappone: si prepara da diversi anni per affrontare vari rischi. Se però parliamo di conoscenza del rischio e di condivisioni di buone pratiche, c’è anche l’Italia. Il nostro è un Paese generoso nel condividere le proprie esperienze davanti ai rischi e può aiutare molto gli altri. Infine citerei il Cile che ha mostrato, più di altri, come aumentare il proprio budget sulla prevenzione. La buona notizia in generale è che i Paesi si stanno scambiando sempre più informazioni: ora è tempo che questa tematica trovi una importanza sempre più politica, non solo per salvare vite, ma anche per la resilienza delle infrastrutture che ci permettono di vivere".