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Cop31, fra carbone e gas le incongruenze dei Paesi ospitanti

Il vertice si terrà in Turchia e sarà diretto dall’Australia: due Stati fortemente dipendenti dalle fonti fossili e che non danno segnali di volerle abbandonare

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A ogni Cop la sua contraddizione. Gli effetti della crisi climatica a livello globale sono sempre più evidenti: sarebbe logico pensare che le grandi Conferenze sul clima, in tempi di disastri sociali ed ecologici, nel 2026 trovino finalmente risposte univoche e condivise su come frenare l’avanzata del surriscaldamento, a partire dall’abbandono dei combustibili fossili che lo generano. Eppure, anche in questa strana Cop31, il cui Paese ospitante è la Turchia (ad Antalya) mentre quello che presiede i negoziati è l’Australia, non mancano incongruenze e assurdità che macchiano e ostacolano la possibile riuscita dell’incontro.

Dopo anni di Cop in Paesi produttori di greggio e gas (Egitto, Emirati Arabi, Azerbaigian) lo scorso anno il summit si è tenuto in un Brasile dove Lula aveva da poco concesso nuove trivelle sul Rio delle Amazzoni: quest’anno il filone non cambia, Turchia e Australia sono infatti criticate per il loro strettissimo legame con il carbone e la dipendenza dalle fonti fossili, dato che oltre due terzi dell’elettricità dei due Paesi che si sono assunti l’onere di organizzare la Conferenza è ancora generata grazie a fonti inquinanti.

La Turchia, che è sotto osservazione anche per una questione di diritti civili e censure, di recente ha siglato nuovi accordi per l’esplorazione di gas e petrolio con Bp e Chevron e punta ad aumentare la sua produzione al 2028. L’Australia è invece la patria del carbone per eccellenza e continua ad approvare nuove gigantesche miniere (come nella Hunter Valley), pulendosi la coscienza con i “crediti di carbonio”. Per entrambi si tratta di incongruenze totali rispetto alla loro volontà di rispettare e centrare l’Accordo di Parigi. Se poi - come denuncia l’organizzazione ambientalista 350.org - si scopre che negli ultimi 10 anni la fornitura di carbon coke e carbone termico dall’Australia alla Turchia è stata "responsabile di oltre 75 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica" e che entrambi i Paesi intendono a rafforzare i loro scambi commerciale di gas Gnl, allora il quadro di come anche questa conferenza possa apparire compromessa davanti alla necessità di trovare davvero una “uscita dalle fonti fossili” annunciata solo a parole a Dubai nel 2023, appare evidente anche ai più bendisposti.

Del resto, e lo vedremo anche quest’anno come ad ogni edizione, sono centinaia i lobbisti delle fonti fossili presenti fra le sale dei negoziati. Le ipocrisie che riguardano il vertice di Antalya però non finiscono qui. Tra queste ci sono per esempio i piani climatici giudicati totalmente insufficienti, come quelli della Turchia, o ancora le riduzioni da emissioni da metano dai rifiuti che la moglie del presidente, Emine Erdogan, ha sventolato come imminenti ma di cui le analisi satellitari hanno svelato il vero e pericoloso volto: le discariche vicino Istanbul producano 7,4 tonnellate di metano all’ora, più o meno come 1,5 milioni di Suv. E poi c’è la plastica: la Turchia continua ad essere la discarica d’Europa. Il Paese, durante il Trattato globale sull’inquinamento globale da plastica, ha sottolineato la necessità di dimezzare la produzione di quella vergine, ma le risposte vanno ancora rilento. Anche qui, per incongruenze: la Commissione Ue ha affermato come ci siano "evidenti gravi problemi" legati ai rifiuti di plastica scaricati in Turchia, ma ad esportare quasi 550mila tonnellate di rifiuti plastici sono proprio Europa e Gran Bretagna.

Per affrontare il problema alla Cop31 Erdogan promette di mettere in Agenda il piano “Rifiuti zero”, così come al centro dei negoziati ci saranno elettrificazione, resilienza delle città, progettazione del futuro, ma non si parla mai di combustibili fossili. Tra piccole incoerenze - come i furgoni (in parte a diesel) usati per promuovere la Cop31 a New York - e grandi delusioni come la pre-Cop nelle Fiji e a Tuvalu che per presenza di leader mondiali è stata un flop - la notizia peggiore sta però nel fatto che ormai le ingerenze nel mondo di chi dovrebbe affrontare la crisi del clima non sono più nascoste, avvengono allo scoperto.Per dire: mentre ci si prepara ad assistere ad una conferenza già depotenziata (senza gli Stati Uniti) e stretta tra tensioni geopolitiche che ci rendono più dipendenti dai combustibili inquinanti, anche la scienza che dovrebbe fornirci i rapporti per capire a che livello di irreversibilità sia arrivata la crisi del clima, subisce la pressione dei produttori del fossile.

Sulla diffusione del nuovo report Ipcc (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici), continuano infatti ad esserci ritardi: non a caso, ha fatto notare una inchiesta giornalistica, alcuni autori del report hanno legami diretti con l’oil&gas saudita. Se persino lì ci sono conflitti di interesse tollerati, allora le contraddizioni delle Cop rischiano quasi di passare inosservate. Esattamente come il principale problema: quei combustibili fossili che nessuno intende davvero eliminare.