Ecco perché il prezzo delle energie rinnovabili è alto come quello del gas
di Filippo SantelliLe energie pulite sono molto economiche ma in bolletta pesano tanto lo stesso. Il dilemma del “disaccoppiamento”che tutti vogliono ma nessuno riesce a fare
C’è una parola difficile attorno a cui ruota il dibattito sull’energia in Italia, sui suoi prezzi (alti) e sul (complesso) rapporto tra rinnovabili e combustibili fossili. Quella parola è “disaccoppiamento”. A renderla così centrale è il fatto che oggi le fonti rinnovabili, fotovoltaico, eolico e idroelettrico, sono molto economiche, ma poi il prezzo a cui la loro energia è venduta si allinea – si accoppia – a quello delle centrali più care, quelle a gas. E così anche se l’incidenza delle rinnovabili in Italia sale, troppo lentamente ma sale, i benefici nelle bollette di famiglie e imprese non si vedono. Da qui l’ipotesi: perché non disaccoppiare i prezzi, ridurre o addirittura eliminare il legame tra rinnovabili e gas? A parole l’obiettivo è condiviso da tutti, dalla politica all’industria, passando per il celebre rapporto Draghi. Ma nei fatti è difficile da realizzare. E nei dettagli oggetto di una intesa battaglia di lobby, perché cambiare la fisionomia del mercato significa spostare miliardi. Il costo di qualcuno è sempre il profitto di qualcun altro.
Ora abbiate pazienza, tocca spiegare perché quei prezzi sono accoppiati. La ragione sta nel modo in cui, in tutta Europa, funziona il mercato elettrico all’ingrosso. Si tratta di un meccanismo di aste ripetute ogni ora, in cui per soddisfare la domanda di energia vengono accettate le offerte una dopo l’altra, a partire dalla più economica scalando via via alle più costose: alla fine il prezzo dell’ultimo impianto necessario determina il prezzo a cui tutti – anche quelli economici – vengono pagati. Esempio. Prima entra in asta l’offerta idroelettrica, 30 euro al Megawattora, poi se non basta quella solare, 60 euro, e se ancora non basta il termoelettrico, le centrali a gas, a 120 euro. Il prezzo dell’elettricità in quel momento si fissa quindi a 120. Questo sistema incentiva tutti gli operatori a fare l’offerta più bassa possibile. D’altra parte, garantisce alle fonti dai costi più bassi, le rinnovabili, un’importante rendita: il solare che già a 60 produceva un utile, vende al doppio. Si comincia ad intuire perché questo meccanismo penalizzi un Paese con il mix energetico dell’Italia.
Il primo problema è la bassa penetrazione delle rinnovabili rispetto ad altri Paesi. Questo fa sì che siano ancora poche le ore della giornata in cui idroelettrico, fotovoltaico ed eolico riescono da soli a soddisfare la domanda, e quindi fare il prezzo, per lo più nelle ore più soleggiate. Il secondo è che la fonte “base” che garantisce al mercato il resto del tempo è il gas, relativamente economico finché arrivava via tubo dalla Russia, ma ora – una guerra dopo l’altra – sempre più caro. Anche gli altri Paesi europei hanno una quota di produzione a metano, ma nessuno ampia come la nostra: secondo un’analisi dell’Agenzia europea per l’ambiente relativa ai primi quattro mesi del 2026, in Italia il gas “fa il prezzo” nel 66% delle ore del giorno, contro il 30% della Germania (che ha molte più rinnovabili e una bella fetta di carbone) e il 9% della Spagna (che corre sulle rinnovabili e, come la Francia, ha il nucleare). E qui si torna alla soluzione, il famoso disaccoppiamento tra rinnovabili e gas. Che proprio come il problema ha due declinazioni. Il primo “divorzio” è fisico, all’interno del mercato. Installare più rinnovabili, aumentarne la varietà (più eolico), accompagnarle con accumuli che trasferiscano l’energia verso le ore serali, estenderebbe la parte della giornata in cui sono loro a determinare il prezzo. Il secondo divorzio è invece di natura finanziaria e si ottiene offrendo una quota crescente di rinnovabili fuori dal mercato all’ingrosso con accordi di lungo termine. Gli strumenti esistono. Uno sono gli accordi privati di acquisto di energia (i Ppa) in cui un produttore rinnovabile si accorda con un consumatore, tipicamente un’azienda, per una fornitura ad un prezzo specifico per vari anni. In Italia però sono ancora poco diffusi, poco trasparenti e limitati alle imprese più grandi. Il secondo strumento, che invece è tipicamente pubblico ma ancora meno diffuso, sono i contratti per differenza. Funzionano così: si fissa un prezzo, per esempio 70 euro al Megawattora, le rinnovabili vendono al prezzo di mercato, e poi si fa il confronto. Se il prezzo che ottengono sul mercato è inferiore a quello pattuito i produttori ricevono la differenza dalla controparte pubblica – in Italia il Gestore Servizi Energetici - se invece è superiore sono loro a versarla al Gse, che può poi usarla per ridurre le bollette.
A famiglie e imprese questa crescente separazione converrebbe. Ai produttori di energia, beh, meno. In un’Italia più rinnovabile le centrali termoelettriche diventerebbero sempre più marginali. Guadagnerebbe quote di mercato, ovviamente, chi produce solare, eolico e idro, oltre ad assicurarsi attraverso i contratti di lungo periodo una maggiore stabilità degli incassi. Attenzione però: con un mercato disaccoppiato gli ampi margini di cui oggi beneficiano le rinnovabili allineandosi al metano sarebbero almeno in parte ridotti. Senza considerare che in Italia molti big dell’energia operano sia nel gas che nelle fonti verdi. Anche loro si dicono a favore di un progressivo disaccoppiamento. Ma nel frattempo non sono dispiaciuti che quel prezzo legato al gas resti lì, così in alto, a fare da riferimento a tutti gli altri.