Un mondo rinnovabile
L’intervista

Energia rinnovabile, Giorgio Parisi: “È indispensabile sfruttare la forza del Sole”

Giorgio Parisi
Giorgio Parisi 

Il premio Nobel per la fisica non ha dubbi: “Il fotovoltaico è economico, ci renderebbe più autonomi e creerebbe posti di lavoro”

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“Stiamo continuando a usare energia solare accumulata in milioni di anni. Mentre adesso col fotovoltaico abbiamo l’opportunità di sfruttare l’energia solare in tempo reale". Giorgio Parisi, cinque anni esatti dal premio Nobel per la fisica (l’annuncio fu dato il 5 ottobre del 2021), continua nel suo impegno per il "piccolo pianeta bisognoso di cura", come recita il titolo dell’ultimo saggio pubblicato da Castelvecchi (Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura). D’altra parte, il mondo che ci circonda è fatto di materia ed energia, fotoni, atomi, molecole e conoscere la fisica che ne regola le interazioni può aiutarci a decidere meglio. Anche quando si tratta di scegliere tra combustibili fossili e fotovoltaico, per esempio. "Il punto di partenza è lo stesso: l’energia del Sole. Il carbone, il gas e il petrolio si sono formati grazie alla fotosintesi clorofilliana, avvenuta centinaia di milioni di anni fa. Noi ora abbiamo l’opportunità di accedere direttamente all’energia solare".

Con quali vantaggi, professor Parisi?

"Il fotovoltaico emette una quantità di CO2 estremamente bassa. E poi il costo. Quando ne parlavano, 40 anni fa, i Verdi di Mattioli e Scalia, il prezzo dell’energia solare era forse cento volte quello dell’energia convenzionale. Da allora a oggi i costi sono diminuiti enormemente e il fotovoltaico è, con l’eolico, di gran lunga la fonte energetica più economica. Grazie alle decine di migliaia gli scienziati e gli ingegneri che negli ultimi 40 anni hanno studiato nuovi materiali, nuove tecnologie, e che hanno affinato il processo di costruzione di questi pannelli solari".

Che però si costruiscono soprattutto in Cina…

"Il costo dei pannelli in silicio è diventato quasi trascurabile quando si tratta di allestire un campo fotovoltaico; credo rappresenti circa il 20% del costo totale. In realtà, la parte preponderante del lavoro (e della spesa) riguarda la costruzione, di cui si occupano imprese e operai italiani. Quindi non è vero che con il fotovoltaico si finanzia la Cina. C’è anche da dire che costruire la parte in silicio dei pannelli in Italia o in Europa non è un’impresa impossibile. Certo, all’inizio i prezzi non sarebbero competitivi con quelli cinesi, ma con un aiuto iniziale dello Stato si potrebbe avviare una filiera che ci renderebbe più autonomi. Però ribadisco: i pannelli solari sono la cosa meno importante, perché il loro costo continua a scendere sempre di più. Invece il costo dell’elettricista che li installa non scenderà col tempo. E si tratta di denaro che andrebbe ad alimentare l’economia italiana, non quella cinese".

Lei raccomanda solo il fotovoltaico?

"No, naturalmente. Lo stesso discorso vale per le altre rinnovabili, l’eolico per esempio. Ma soprattutto il geotermico, che io ritengo un vero scandalo italiano".

Perché, professore?

"L’Italia, dopo l’Islanda e il Giappone, è il terzo Paese al mondo per facilità di accesso al calore sotterraneo, essendo il nostro un territorio estremamente vulcanico. Da noi basta scavare molto poco per accedere all’energia termica. E invece si fa pochissimo: ci sono richieste per la realizzazione di nuovi impianti che aspettano l’autorizzazione da anni".

Resteremo ancora a lungo dipendenti dal gas naturale e dagli altri combustibili fossili?

"Non credo. Proprio per la loro origine fossile si tratta di risorse finite. E la crisi climatica, in questo senso, è quasi una fortuna. Può sembrare un pensiero eretico, ma il riscaldamento globale ci sta costringendo ad abbandonare carbone, gas e petrolio, permettendoci di non andare a sbattere contro il loro esaurimento. Tra l’altro, se non ci fosse ormai una quota importante di rinnovabili nei Paesi occidentali, il prezzo del gas e del petrolio sarebbe ancora più alto di quanto non sia in questo periodo con la crisi di Hormuz, perché la domanda sarebbe molto più alta".

L’obiezione è che eolico e fotovoltaico sono intermittenti e non garantiscono continuità. Per questo il governo italiano punta decisamente sul nucleare.

"Il nucleare è molto costoso. E se lo si fa per tamponare l’intermittenza delle rinnovabili il suo costo va addirittura alle stelle. Il problema della non continuità di eolico e solare si sta risolvendo, con tecnologie assai più economiche".

Per esempio?

"Il costo delle batterie è precipitato e continua a scendere. L’Italia poi ha molti bacini idroelettrici che possono essere usati come accumulatori, riportando in quota l’acqua quando c’è sole o vento e facendola cadere quando le altre rinnovabili non ce la fanno a soddisfare la domanda. Con il gran numero di centrali idroelettriche di cui disponiamo non avremo problemi a gestire l’intermittenza sul breve periodo. Resta il problema dell’intermittenza stagionale, perché è chiaro che d’estate si produce più elettricità da fotovoltaico di quanto se ne possa produrre in inverno".

E come se ne esce?

"Mettendo più pannelli fotovoltaici, in modo che la produzione salga anche quando le ore di insolazione sono di meno e si riesca così a soddisfare comunque la domanda. Ma non dobbiamo dimenticare che il problema, sia energetico che climatico, non si risolve solo generando più elettricità pulita".

Quali altre strade sono percorribili?

"Consumare meno energia, per esempio migliorando l’efficienza degli edifici con i cappotti termici. Bisogna aiutare le famiglie a farlo, evitando naturalmente, con controlli e procedure rigorosi, le storture e le speculazioni che ci sono state con il Superbonus. Sono interventi che si ripagano nell’arco di una decina d’anni, in termini di risparmio energetico. E soprattutto ci rendono resistenti a qualunque shock esterno, perché il Paese avrebbe bisogno di produrre meno energia proprio perché ne consuma di meno".

Ma in tutto questo, qual è il ruolo dell’industria? Gran parte di quella italiana si è schierata contro il Green Deal europeo…

"Molto spesso le industrie europee non sono lungimiranti. Lo abbiamo visto nel caso dell’elettrificazione dei trasporti. Anche se va detto che la transizione verso l’auto elettrica non dipende solo dalle scelte dei privati: servono infrastrutture. Se nelle città non ci sono colonnine di ricarica e quando ci sono il costo dell’elettricità è altissimo, come si fa a comprare un’auto elettrica se non si ha un garage?".

Torniamo al nucleare. Lei come ha votato nei due referendum del 1987 e del 2011?

"No al nucleare e ho fatto anche propaganda per il no".

E cosa risponde a chi sostiene che se l’Italia avesse il nucleare, bocciato in quelle due occasioni, oggi non dovremmo importare combustibili fossili, saremmo autonomi dal punto di vista elettrico ed emetteremmo meno CO2?

"Non è affatto detto che se i referendum avessero avuto un altro esito si sarebbero costruite nuove centrali in Italia. I costi e i tempi di realizzazione sono lunghissimi e tendono a lievitare rispetto ai progetti iniziali, come insegna la storia recente francese. Sono infrastrutture complesse e i siti che le ospitano devono avere requisiti molto particolari: abbondanza di acqua per il raffreddamento, ma non in luoghi che possono essere soggetti a mareggiate o alluvioni, distanza dai grandi centri abitati, bassa sismicità… In un territorio come quello italiano sono davvero pochi i posti adatti. E infatti anche per il deposito nazionale delle scorie, un impianto passivo, assai meno complesso di una centrale, sono state individuate appena 51 aree idonee in tutta Italia. Nessuno dei territori adatti lo ha accettato spontaneamente, figuriamoci una centrale".

Molte amministrazioni e popolazioni sono contrarie anche ai pannelli fotovoltaici e alle pale eoliche…

"Se il problema è il consumo di territorio, si dovrebbe incentivare l’installazione di pannelli sui tetti delle abitazioni e dei capannoni industriali. Si dovrebbe incoraggiare l’agrivoltaico, che permette di conciliare la produzione di elettricità con le attività agricole, in alcuni casi migliorando la resa di queste ultime grazie all’ombreggiamento di suoli altrimenti cotti dal sole. E l’opposizione delle popolazioni si supera, ma bisogna saper dimostrare in modo convincente e con ottimi argomenti che certe opere sono utili, anzi necessarie".