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Idroelettrico, per colpa della siccità l’acqua non basta

La rinnovabile più antica sta affrontando la sfida maggiore: la mancanza di pioggia. Ora però una speranza arriva dalla tecnologia: trasformare le centrale in mega batterie ad acqua

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C’è qualcosa che unisce un antico mulino ad una grande e tecnologica diga: la capacità dell’uomo di ricavare energia dall’acqua. È la “rinnovabile” più anziana e per lungo tempo la principale fonte di energia pulita per il nostro Paese: l’idroelettrico. Al punto che nel 2025 con 41,4 TWh ha coperto circa il 15-17% della produzione nazionale e il 34,8% di quella totale proveniente dalle rinnovabili. 4.866 sono le centrali che sfruttano l’energia dell’acqua concentrate nell’arco alpino (circa il 76-80%). Ma oggi questo serbatoio naturale di energia è in crisi. Dopo decenni e nonostante le innovazioni realizzate grazie alla tecnologia per ricavare energia dalla potenza dell’acqua, l’idroelettrico fatica a sostenere la sfida più grande: quella contro il cambiamento climatico e il caldo estremo che sta incidendo in modo grave sulla tenuta delle riserve idriche.

I livelli scendono

I numeri parlano chiaro. Secondo l’Ispra nell’ultimo trentennio (1991-2020) la disponibilità media annua di acqua in Italia dedicata all’energia rinnovabile si è ridotta del 19% rispetto al trentennio precedente. E continua a calare. Nel 2025 l’idroelettrico ha potuto contare solo su 128 miliardi di metri cubi, il 19,2% in meno rispetto al 2024 e il 7,4% sotto la media storica. Eppure, nello stesso anno, in Italia sono caduti 963,4 millimetri di pioggia, equivalenti a circa 291 miliardi di metri cubi d’acqua. Sembra un paradosso, ma non lo è.

Significa, spiegano gli esperti che la questione idrica italiana è entrata in una nuova fase: dobbiamo fare i conti con una siccità che investe anche il Nord del nostro Paese e dell’Europa. In un Continente che si sta scaldando ad una velocità doppia rispetto al resto del mondo, la mancanza di acqua non è più un fatto episodico, ma strutturale.

Non conta più quanto piove ma dove e come

Condizionata dal clima, sta diventando una risorsa sempre meno prevedibile tra le fonti per la produzione di energia rinnovabile. Perché ormai non conta più quanto piove, ma come, dove e quando. Così, anche se piove, il terreno è troppo arido, le falde non si ricaricano e bacini, dighe, invasi, laghi artificiali scendono di livello mandando in crisi agricoltura e produzione di energia idroelettrica. Non solo. I periodi “asciutti” sono sempre più lunghi e quando sono interrotti da precipitazioni molto intense una parte dell’acqua defluisce rapidamente, mentre quella che rimane in superficie, a contatto con la terra bollente semplicemente evapora. Sparisce nel nulla. Il valore dell’evapotraspirazione (così si chiama il fenomeno) per l’Ispra ha raggiunto quest’anno i 537 millimetri, l’8,9% in più rispetto ad una media nazionale.

Ispra: 2022 l’anno della grande siccità

Per comprendere la portata del problema basta dare uno sguardo al Rapporto Ispra sul Bilancio idrologico nazionale che indica il 2022, l’anno della grande siccità italiana ed europea il punto di svolta. In quell’anno la disponibilità di risorsa idrica per l’energia rinnovabile in Italia scese a 67 miliardi di metri cubi, il minimo dal 1951. Oggi la situazione è più complicata. Copernicus, il programma coordinato dalla Commissione europea con l’Agenzia Spaziale, ha calcolato che il periodo giugno-luglio 2026 è stato il più caldo mai registrato nell’Europa occidentale.

Inevitabile dunque che l’idroelettrico soffra e i numeri resi noti da Terna lo confermano: “A giugno si registra un aumento della produzione fotovoltaica (+15,7%) ed una riduzione delle fonti eolica (-3,2%) e idroelettrica rinnovabile (-23%)”. Nelle dighe, nei bacini, negli invasi e nei grandi laghi non c’è acqua sufficiente e tutto il sistema va in tilt. Sì perché l’idroelettrico non è solo una fonte rinnovabile. Gli impianti a bacino costituiscono una risorsa programmabile e flessibile per tutto il sistema elettrico del territorio: possono aumentare rapidamente la produzione quando cresce la domanda e contribuire a compensare la variabilità di altre fonti sempre legate al meteo come fotovoltaico ed eolico. In un sistema elettrico nel quale aumenta il peso delle rinnovabili non programmabili, questa capacità acquista un valore crescente. E se diminuisce l’acqua disponibile negli invasi, non si perdono soltanto chilowattora: può ridursi una parte della flessibilità a disposizione dell’intera rete elettrica. Allora cosa fare?

Trasformare le centrali in accumulatori di energia

Ad esempio far diventare le centrali idrolettriche delle gigantesche batterie, mega accumulatori di energia che sfruttano l’acqua esistente spostandola. Funziona così: quando è necessario produrre energia elettrica l’acqua viene trasferita dagli invasi superiori a quelli inferiori azionando turbine che producono elettricità. Al contrario quando la domanda di energia è bassa, speciali pompe riportano l’acqua dagli invasi inferiori a quelli superiori. Un esempio è la centrale di Entracque, intitolata all’ex presidente della Repubblica Luigi Einaudi, in provincia di Cuneo ed è il più grande impianto idroelettrico d’Italia e uno dei più potenti d’Europa. Comprende due dighe, da cui si gode di un panorama sulle Alpi Marittime: quella di Chiotas, a 2 mila metri, e la diga della Piastra a mille metri, con due serbatoi che ospitano 42 milioni di metri cubi d’acqua. Una centrale “a pompaggio”, in cui la turbina è anche una pompa che sposta da una diga all’altra la stessa acqua. Una gigantesca batteria, che accumula energia quando l’acqua risale e la rilascia quando scende. Riesce a rendere stabile la rete, consentendo di utilizzare anche le altre energie rinnovabili. Non solo. Non si spreca nemmeno una goccia di oro blu.