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Geotermia, quel patrimonio sotterraneo che va sfruttato

La torre di raffreddamento del sito geotermico di Sasso Pisano 

Siamo fra i primi Paesi al mondo per capacità geotermo-elettrica installata ma siamo fermi: in potenza potremmo coprire 4 volte il fabbisogno nazionale

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L’immagine che Giulia Monteleone usa per spiegare perché l’Italia non sfrutta il calore del proprio sottosuolo non riguarda la geologia. La direttrice del dipartimento Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili dell’ENEA è laconica: "Si fa come chi cerca sotto il lampione: non si guardano le opportunità che sono intorno". Sotto il lampione oggi c’è il fotovoltaico, "per semplicità, formazione, conoscenza della tecnologia". La geotermia resta ai margini del cono di luce e in pochi la vedono. L’Italia è tra i primi Paesi al mondo per capacità geotermoelettrica installata, con circa 916 Mw, secondo il Geothermal Market Report di EGEC. "La produzione equivale a circa il 2% della domanda elettrica nazionale e il 5% della produzione elettrica totale da rinnovabile", puntualizza l’esperta. "Ed è un contributo stabile da moltissimi anni, da quando furono realizzati i primi impianti". Il paradosso è che siamo stati i primi nel 1904 ad accendere a Larderello una lampadina alimentata dal calore della Terra e il potenziale rimane enorme ma facciamo fatica a sfruttarlo a dovere anche se, come dice Monteleone, "in Europa siamo da podio, ce la giochiamo con Turchia e Islanda".

Il documento Scenario Energia di TEHA Group-Ambrosetti parla di risorse capaci di coprire oltre quattro volte l’intero fabbisogno nazionale complessivo di elettricità e calore. Insomma le potenzialità ci sono ma anche le difficoltà. "È un potenziale teorico - continua la ricercatrice dell’ENEA - che si riduce per le condizioni al contorno: geografiche, accettabilità sociale, vincoli tecnici e normativi". Gli indicatori Ispra confermano una geografia immobile: dieci concessioni tutte toscane, 34 impianti, 5.692 GWh nel 2023, il 31% del fabbisogno elettrico regionale e il 70% della produzione rinnovabile toscana. Fuori da questi confini quasi nulla, e sul termico solo 20mila pompe di calore geotermiche, molto sotto gli standard nordeuropei. Chi cerca la causa dello stallo nel ritardo tecnologico commette una leggerezza. "Molte delle tecnologie adottabili sono mature e applicabili, sia per l’elettrico sia per l’utilizzo nella climatizzazione residenziale". Anche sulle emissioni, il nodo che ha alimentato l’opposizione di molti territori all’installazione di impianti, la risposta è che esistono già tecnologie a ciclo chiuso. E questo tipo di impianti, secondo l’esperta, "utilizzano fluidi in circuito chiuso, non emettono in atmosfera né rischiano di inquinare le falde". Quelle contestate "fanno riferimento agli impianti geotermici tradizionali".

L’ostacolo principale è di natura strategica e regolatoria. "Non abbiamo ancora identificato la geotermia come un enorme potenziale per la decarbonizzazione - spiega Monteleone - e, oggi, per l’autonomia energetica. Non è chiaro nemmeno dal quadro regolatorio che sia una tecnologia su cui come Paese dobbiamo puntare". La conseguenza si misura in anni: "Ha una complessità iniziale e una messa a terra più lunga: è il rischio esplorativo. 5 anni, forse. Serve rafforzare la programmazione di lungo periodo, perché gli operatori abbiano un orizzonte chiaro sugli investimenti". Con un vantaggio da valorizzare: "Risolverebbe una delle criticità sempre legate alle rinnovabili, la discontinuità e la non programmabilità". Il primo test è appena passato: le aste FER2 del Gse, aperte l’8 giugno e chiuse il 7 agosto, portano il primo contingente dedicato alla geotermia a emissioni nulle, 30 Mw su 65 totali. È sulla geotermia a bassa entalpia (temperature moderate e bassa profondità) che la prospettiva risulta interessante. A differenza dell’alta entalpia (alta temperatura e alta profondità), concentrata "intorno alla dorsale appenninica" e nelle aree caratterizzate da vulcanismo, quella "è disponibile su tutto il territorio nazionale": compresa Roma, dove ENEA ha appena realizzato al Centro Ricerche Casaccia un impianto sperimentale di climatizzazione aperto a operatori e istituzioni.Il collo di bottiglia è anche informativo.

“Manca - spiega ancora Monteleone - l’informazione completa a ogni livello. La sfido a chiedere al vicino di casa se sa cos’è una pompa di calore geotermica. Ma anche agli installatori". E c’è un elemento che cambierebbe l’equazione economica: "Non è chiarita a nessuno l’opportunità di condividere l’investimento iniziale. Una stessa sonda geotermica può servire più utenze, condomini, distretti". Sugli obiettivi del Pniec al 2030 nessuna promessa: "Lo vedo complesso, anche se i target non sono elevatissimi", e il documento è invecchiato: "È stato redatto quando il problema dell’autonomia energetica era meno presente. Oggi è una fonte disponibile sul nostro territorio, senza la criticità delle materie prime. È nostra". Ma se dovesse scommettere su un’inversione di tendenza? "Direi bassa entalpia. Un teleriscaldamento con un pozzo geotermico è una soluzione sostenibile e di comunità; le comunità energetiche (CER), secondo l’attuale normativa sono solo “elettriche”, ma potrebbero in futuro dotarsi anche di sistemi termici condivisi". Che è un modo per dire che il gigante dormiente, se si sveglierà, lo farà sotto un condominio.