Anche l’idrogeno fa la sua parte nella transizione
di Paolo TravisiPuò essere un punto di svolta nella lotta per decarbonizzare industrie energivore e il trasporto merci su camion e navi
Per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 non esiste un’unica strada maestra. I percorsi sono molteplici e spesso si intrecciano tra di loro anche seguendo lo sviluppo delle diverse tecnologie. Nessuno è semplice, ma per l’Unione europea l’abbattimento totale delle emissioni climalteranti è un obiettivo ormai irrinunciabile nonostante le voci contrarie al green deal che stanno crescendo in tutti i Paesi dell’Unione europea. Tra i pilastri strategici per la decarbonizzazione, la produzione di idrogeno verde riveste un ruolo importante in almeno tre settori grandi emissori di gas serra: l’industria pesante energivora, ma non elettrificabile di cui l’Italia con le sue acciaierie, vetrerie, cementifici, stabilimenti di chimica e raffinerie è particolarmente ricca. Accanto all’industria c’è il trasporto merci su camion e navi in cui l’idrogeno verde potrebbe rappresentare una risorsa complementare all’elettrificazione e dare una mano nell’abbattimento delle emissioni, infine il comparto residenziale per il riscaldamento. Altro settore decisamente inquinante.Ma perché la scelta europea è caduta proprio sull’idrogeno verde, la cui produzione è ancora da costruire?
I motivi sono tanti, ma il più importante è che l’idrogeno verde non produce inquinamento, a patto che l’elettrolisi, che separa l’idrogeno contenuto nell’acqua tramite gli elettrolizzatori, sia alimentata da energia rinnovabile. Infatti, oggi oltre il 95% dell’idrogeno è estratto dal metano generando grandi quantità di CO2, motivo per cui è chiamato idrogeno grigio. L’idrogeno verde può sembrare un miraggio per le sue complessità produttive e distributive, ma l’Italia ci crede e con oltre 450 milioni di euro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha finanziato 52 progetti in ogni regione (di cui 34 già ultimati), le Hydrogen Valley, distretti industriali ed energetici integrati in cui l’idrogeno è prodotto, stoccato e utilizzato localmente. L’obiettivo è produrre fino a 700 mila tonnellate di idrogeno entro il 2030. La sfida è grande ma i risultati sono alla nostra portata, come ci spiega Giulia Monteleone, direttrice del Dipartimento tecnologie energetiche e fonti rinnovabili ENEA: "Le Hydrogen Valley sono state concepite come ecosistemi locali a corto raggio, in cui l’idrogeno viene prodotto e consumato in prossimità, riducendo al minimo il trasporto. Prevedono l’integrazione di un impianto di energia rinnovabile, un elettrolizzatore e l’utilizzo finale nell’industria locale o l’immissione in reti del gas".
Ma cerchiamo di capire quali sono i vantaggi immediati nell’uso di idrogeno verde. "Non emette CO2 nella produzione e consumo, soluzione essenziale per la decarbonizzazione; essendo un vettore energetico può essere stoccato e utilizzato come combustibile o come materia prima per l’industria", sottolinea la scienziata ENEA. È una risorsa praticamente infinita, visto che si ricava dall’acqua, è utilizzabile in molti settori e potrebbe contribuire allo sviluppo di molte regioni del Sud potenzialmente ricche di energia solare ed eolica. Insomma, sembrerebbe la panacea di tutti i mali ma ovviamente non mancano alcune criticità ancora da superare. "Il costo di produzione è troppo elevato rispetto alle fonti fossili, per cui la domanda di mercato è ancora debole. Per allineare i prezzi ai livelli competitivi del metano, l’intera filiera sta attendendo l’adozione del Decreto Tariffe" spiega Monteleone. Un altro problema è rappresentato dal trasporto logistico e dall’assenza di una rete di distribuzione complessa e costosa. Motivi per cui attraverso le Hydrogen Valley si punta allo sviluppo di hub regionali per lasciare la produzione di idrogeno verde nella regione stessa perché "il trasporto nei serbatoi delle autocisterne ridurrebbe la sostenibilità complessiva della filiera, mentre si potrebbe già prevedere l’immissione nella rete esistente del gas in una percentuale del 2%, come prevede la normativa" evidenzia ancora la scienziata. L’obiettivo strategico però è incrementare la quota in modo progressivo al 5-10% solo dopo rigorose attività tecnico-scientifiche di sicurezza, visto che l’idrogeno è un gas altamente infiammabile.
Nell’Italia delle “valli all’idrogeno” ogni territorio si sta muovendo secondo le proprie configurazioni specifiche; la Puglia occupa una posizione di prima linea perché già beneficia di una straordinaria concentrazione di parchi eolici/fotovoltaici, che forniscono elettricità a basso costo, riducendo il costo finale dell’idrogeno e qui si concentrano tre dei più importanti progetti europei ad alto budget, che prevedono anche la realizzazione di una rete di trasporto "che collegherà i centri di produzione con l’area portuale e con i grandi poli energivori regionali, come le acciaierie di Taranto". Anche il Friuli-Venezia Giulia ha investito cospicue risorse per creare il primo progetto transfrontaliero europeo, sviluppato in sinergia con la Slovenia e la Croazia. L’Emilia Romagna invece si è distinta sul fronte della mobilità, acquistando un parco di oltre 100 autobus a idrogeno per il trasporto locale" sottolinea sempre la scienziata dell’ENEA. Ancora più a Sud, la Sicilia ospita progetti di Hydrogen Valley di grande rilevanza strategica, sfruttando l’elevata disponibilità di radiazione solare. Ma in questo contesto, l’Italia non rinuncia alla ricerca. ENEA ha coordinato il più grande progetto italiano sull’idrogeno coinvolgendo circa 30 università per migliorare l’efficienza degli elettrolizzatori e ridurre la dipendenza da materie prime critiche.