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“Natura e agricoltura (non intensiva), una riconciliazione è possibile”

Francesco Lami, ricercatore all’Università di Bologna, decostruisce nel suo “Agroecologia” il mito della natura matrigna e della tecnologia salvifica. E indica una “terza via” per salvare gli ecosistemi e sfamare una popolazione in aumento

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Pesticidi, monocolture, allevamenti intensivi. L’agricoltura è alla base della nostra civiltà e indispensabile per sfamare la nostra specie, ma è anche una delle attività a maggiore impatto sull’ambiente. Eppure, un modo per “riconciliare” questa tensione ci sarebbe: ne è convinto Francesco Lami, ricercatore all’Università di Bologna, che nel suo saggio Agroecologia. Riconciliare natura e agricoltura (Il Mulino, 2026), propone un cambio di prospettiva e una terza via. Ossia guardare ai campi coltivati come ecosistemi complessi, dove la biodiversità non è un ostacolo, ma una risorsa. L’agroecologia, ci ha spiegato, “è lo studio dell’interazione fra organismi viventi e ambiente nei paesaggi agrari: sostanzialmente, come animali, piante, funghi e microrganismi si aiutano tra loro, si cibano gli uni degli altri, competono gli uni con gli altri, e di come le pratiche agricole influenzano queste specie e le loro interazioni”.

Francesco Lami, ricercatore all’Università di Bologna, sarà ospite del Festival di Green&Blue 2026, a Milano 4-6 giugno 

Uno dei primi concetti affrontati da Lami – che sarà ospite del Festival di Green&Blue – è quello del cosiddetto “gene del tifoso”, ossia la tendenza umana a polarizzarsi in fazioni opposte: nel dibattito sull’agricoltura, questo fenomeno si traduce in uno scontro tra accaniti sostenitori del biologico e fieri difensori dell’agricoltura intensiva: “Da un lato abbiamo quelli che dicono che l’agricoltura intensiva e le biotecnologie sono inerentemente pericolose”, dice l’esperto. “Dall’altro quelli che sostengono leopardianamente che la natura sia matrigna: l’agroagricoltura cerca una via per sfuggire a queste banalizzazioni. Al momento, la ricerca scientifica è l’unico faro per gestire il pianeta in modo sostenibile, e l’obiettivo non deve essere quello di bandire aprioristicamente la tecnologia, ma di usarla per deintensificare l’agricoltura senza sacrificare la produttività”.

Tre sorelle che si aiutano

Il primo passo, secondo Lami, prevede anzitutto l’implementazione di un’alternativa alle monocolture: l’eccessiva omogeneità dei paesaggi coltivati, infatti, azzera di fatto la biodiversità e favorisce solo i parassiti: “Le monocolture sono uno dei problemi più gravi dell’agricoltura moderna, perché si tratta di enormi territori coltivati tutti con la stessa pianta, tutti nello stesso modo, e questo, invariabilmente, causa un’enorme perdita di biodiversità. Si tratta di habitat molto semplificati e poco eterogenei, in cui possono vivere pochissime specie: le uniche che vi si trovano veramente bene, guarda caso, sono quelle più dannose, per le quali le monocolture sono una specie di buffet senza fine”. Un’alternativa a questo all you can eat per parassiti si può trovare guardando al passato, e in particolare all’antica tradizione agricola dei nativi americani, il cosiddetto metodo delle “tre sorelle”: mais, fagiolo e zucca, sapientemente coltivati assieme. “Attraverso l’intercropping”, spiega Lami, “ossia la consociazione delle colture, le piante si aiutano a vicenda creando un ecosistema funzionale: il mais funge da ‘impalcatura’ strutturale, il fagiolo fissa l’azoto arricchendo la terra, e la zucca, col suo largo fogliame, trattiene l’umidità e al contempo inibisce le infestanti”.

Sebbene oggigiorno una diversificazione del genere pone diverse sfide tecniche, soprattutto relative alla meccanizzazione (tipicamente le macchine agricole sono specializzate su una specifica pianta), ed è quindi più applicabile in contesti di agricoltura di sussistenza e non intensiva, i benefici dell’adozione di una pratica di questo tipo sarebbero innegabili: ricostruzione, almeno in parte, della complessità degli habitat naturali, riduzione della competizione tra le specie e, nei casi migliori, simbiosi mutualistica tra di esse.

Lotta biologica: difese naturali e azzardi esotici

Un altro aspetto fondamentale riguarda le pratiche per contenere i parassiti e le specie dannose. In proposito, Agroecologia dedica molta attenzione all’arte della cosiddetta “lotta biologica”, ossia all’introduzione di predatori per fermare i parassiti, una strategia “naturale” e quindi apparentemente scevra dai pericoli derivanti dall’uso di insetticidi e simili. Ma le cose, ancora una volta, sono più complesse di così: “Non tutto ciò che è ‘naturale’, qualsiasi cosa significhi, è necessariamente ‘migliore’. La strategia della lotta biologica ha luci, se parliamo di organismi nativi, e ombre, se invece parliamo di organismi esotici. Supportare gli habitat per favorire l’allegamento di insetti autoctoni è una pietra miliare della sostenibilità, ma l’importazione di predatori dall’estero può esporre a veri e propri disastri su larga scala”. È il caso, per esempio, della coccinella arlecchino asiatica, importata attivamente nel nostro continente con il compito di combattere gli afidi nelle coltivazioni e poi finita a competere brutalmente con le varianti di coccinelle europee, causandone il rapido declino e impoverendo l’ambiente.

Il peso ecologico del pascolo e lo spettro dello spreco alimentare

L’agroecologia deve necessariamente confrontarsi anche con uno dei colossi dell’economia globale, ossia l’allevamento di bestiame. Lami affronta anche questo argomento, raccontando del grave peso ecologico dei bovini, dalla deforestazione dell’Amazzonia per far posto ai pascoli alle emissioni di gas serra generate dai processi digestivi dei ruminanti. Effettivamente, i dati più recenti della Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), evidenziano come l’intera filiera zootecnica sia direttamente responsabile di circa il 14,5% del totale delle emissioni globali di gas climalteranti; ma anche in questo caso è indispensabile fuggire dagli assolutismi ideologici, guardare con obiettività a quello che si può e quello che non si può fare ed evitare generalizzazioni. “Senza mettere in dubbio il pericolo degli allevamenti intensivi, in termini sia di clima che di consumo di risorse, bisogna anche tener conto di altri fattori. Un pascolo moderato e ben calibrato, per esempio,”, dice l’esperto, “può essere vitale per tutelare l’elevata biodiversità delle praterie temperate, che senza il periodico brucare degli animali si trasformerebbero gradualmente in semplici boscaglie”.

La copertina del saggio "Agroecologia. Riconciliare natura e agricoltura" (Il Mulino, 2026) 

La vera rivoluzione per nutrire l’umanità senza oltrepassare i limiti fisici del nostro pianeta, allora, sta in un ripensamento delle filiere e soprattutto dei modelli di consumo. Come mostrato nel Food Waste Index Report 2024, attualmente quasi un quinto del cibo che arriva nei circuiti dei consumatori e della distribuzione viene sprecato, e un altro 13% si perde ancora prima lungo la catena produttiva: sostanzialmente, un terzo netto della produzione alimentare mondiale finisce prematuramente nel cestino.

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“È vero che ci sono molti paesi dove non c’è produzione sufficiente di cibo e si muore di fame”, conclude Lami, “ma è anche verso che nei paesi occidentali c’è il problema opposto: si produce troppo cibo, e lo si spreca. Se si fanno le cose per bene, deintensificando l’agricoltura dove ce lo si può permettere e compensandola con un aumento della produttività con servizi ecosistemici sostenibili, sarà possibile sopravvivere a lungo termine in modo sostenibile”.