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L’Artico a colori è un’emergenza

I ricercatori della base Dirigibile Italia al lavoro (foto: CNR) 

Siamo abituati a immaginarlo come un posto bianco. Ma sta diventando sempre più scuro. Perché si scalda fino a quattro volte più velocemente del resto del Pianeta. Se ne parlerà al Festival di Green&Blue, il 5 giugno, con Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di scienze polari del Cnr. Iscriviti gratis per partecipare

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Fino al 2020 non avevo mai udito un tuono a Tromsø”. Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di scienze polari del Cnr, frequenta il Grande Nord da due decenni, da 13 anni vive nella città norvegese oltre il Circolo Polare Artico. Ed è testimone, non solo oculare, di come il riscaldamento globale stia cambiando il Polo. “Temporali, fulmini e tuoni sono una novità recente. Rispetto a qualche anno fa, ora d’estate arrivano a quelle latitudini grandi masse d’aria calda che, scontrandosi con quella fredda, producono tempeste. I fulmini non si vedono, perché è giorno 24 ore su 24, ma i tuoni si sentono. E la prima volta che è successo mi ha fatto davvero impressione”.

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L’altro segnale che ha colpito e allarmato la scienziata italiana ha ovviamente a che fare con lo scioglimento del ghiaccio marino che costituisce la calotta artica: “In una missione invernale siamo riusciti a raggiungere gli 82 gradi nord e a monitorare i fondali a 4000 metri dalla superficie: abbiamo trovato tanta plastica. Il che dimostra come le attività umane stiano avendo un impatto su tutta la Terra, anche su aree come questa che dovrebbero essere incontaminate”. L’Artico, un oceano ricoperto da ghiaccio marino su cui si affacciano terre emerse (Canada, Scandinavia, Russia…) si sta riscaldando molto più velocemente (fino a 4 volte) rispetto al resto del Pianeta. Il ghiaccio si scioglie e diminuisce la sua estensione. “Negli ultimi 50 anni la temperatura è salita di almeno 3 gradi rispetto alla temperatura media”, spiega Panieri. “Immaginate quali sarebbero le conseguenze sui cibi conservati nel vostro freezer se alzaste la sua temperatura di 3 gradi…”. Al Polo Nord succede che si sciolgono i ghiacciai sulle terre che circondano l’Oceano. E lo stesso succede al permafrost, suolo ghiacciato ricchissimo di materia organica, carbonio e metano, gas che vengono liberati in atmosfera, aggravando l’effetto serra. Poi ci sono gli effetti sugli esseri viventi: “Molte specie ittiche si muovono verso nord, perché con il riscaldamento delle acque trovano condizioni favorevoli. Ma questo fa sì che le specie artiche debbano lottare con i nuovi arrivati che invadono le loro nicchie ecologiche“, continua Panieri. “Il risultato è una diminuzione della biodiversità al Polo”.Quasi 10 anni fa lo scienziato britannico Peter Wadhams, una vita passata a studiare l’Artico, pubblicò un saggio dal titolo lapidario, Addio ai ghiacci, in cui dava per imminente e irreversibile la scomparsa della calotta polare a causa della crisi climatica. “Ci sono ipotesi scientifiche che indicano come l’Artico diventerà un oceano completamente blu nei mesi estivi. E il 2050 è domani“, conferma la ricercatrice italiana. “Siamo abituati a pensare al Polo Nord come a un posto bianco, invece diverrà più scuro, sempre più scuro. E quindi assorbirà ancora più calore“. Calore e colore, binomio indissolubile a quelle latitudini. E non solo in mare. A chi ricorda di aver visitato nei primi anni Duemila le isole Svalbard, l’arcipelago norvegese più settentrionale, che ospita anche una base del Cnr, Panieri replica: “Oggi vedrebbe qualcosa di assai diverso. Il bianco della neve e del ghiaccio non domina più il paesaggio. C’è molto verde. E il marrone del fango, perché piove come mai era successo in epoche recenti. I ricercatori del nostro Istituto che un mese fa erano lì in missione non sono riusciti a lavorare perché ha piovuto sempre“.

Anche i due ghiacciai di fronte a Ny-Ålesund, il villaggio scientifico delle Svalbard che è anche l’insediamento umano più a nord del Pianeta, si stanno ritirando. Fino a pochi anni fa erano uniti, ora sono separati. E uno dei due è arretrato di 700 metri solo nel 2025.La comunità scientifica è mobilitata, anche quella italiana. Lo scorso marzo il Cnr ha ospitato a Roma l’Arctic Circle Forum, appuntamento annuale che solitamente si tiene in un Paese affacciato sul Polo. “Abbiamo preso atto dell’emergenza“, racconta Panieri, “e che per fronteggiarla è necessario un maggior coordinamento e un’aperta condivisione dei dati tra i team internazionali che fanno ricerca sull’Artico. Ed è anche emerso che dobbiamo ascoltare di più le popolazioni indigene: noi possiamo avere più risorse e strumenti, ma loro hanno una conoscenza antica e preziosissima di quei luoghi“.

Un Oceano artico senza ghiaccio spaventa inuit e scienziati. Ma c’è anche chi non vede l’ora che accada, per aprire nuove rotte e sfruttare le risorse. “Si parla di estrazioni minerarie e di combustibili fossili, di turismo e navigazione mercantile“, conferma Panieri. “Probabilmente sono i progetti di potenti compagnie che vogliono diventare ancora più ricche. Ma nell’Artico non ci sono quasi infrastrutture e andrebbero prima costruite. Se mai accadrà, ci vorrà tempo. E io comunque non ci vedo proprio niente di positivo“.