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Marco Buttu e la vita in Antartide: “Lì la crisi del clima non è un’astrazione”

Marco Buttu durante una delle spedizioni in Antartide (2020), con PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide - PNRA) e IPEV (Institut polaire français Paul-Émile Victor). 

Ingegnere e ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), ha vissuto nella Base Concordia: “Ti senti parte del cosmo ma l’impatto della presenza umana globale si sente anche fra i ghiacci”. Lo racconterà al Festival di G&B il 6 giugno. Iscriviti gratis per partecipare

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Se c’è una persona che conosce benissimo il significato della parola “isolamento” – e quindi, al negativo, l’importanza del mettersi insieme – quella persona è certamente Marco Buttu. Ingegnere e ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), Buttu è stato protagonista di tre diverse spedizioni in Antartide, alla base italo-francese Concordia, una delle stazioni scientifiche più remote e isolate del Pianeta. Ha vissuto in un ambiente quasi extraterrestre (Marte bianco si chiama infatti il suo libro, edito da LSWR) sperimentando l’interminabile inverno polare, temperature fino a ottanta gradi sotto lo zero e lunghi periodi di isolamento forzato, ed è ospite del Festival di Green&Blue il 6 giugno – il cui tema è Noi – proprio per ricordare l’importanza dell’azione collettiva per fronteggiare la crisi climatica.

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È arrivato a Concordia per la prima volta nel 2017. Ci racconta i tuoi primi momenti in Antartide? “Arrivato sulla costa antartica, mi sono ritrovato spaesato dal sole che non tramontava e da un paesaggio spoglio. Eppure era un ambiente quasi normale, se confrontato con la destinazione finale: la stazione Concordia, sperduta sull’altopiano antartico a più di mille chilometri dalla costa. Prima di partire dall’Italia avevo provato a immaginare i mesi di buio, le temperature fino a ottanta gradi sottozero e l’isolamento dal resto del mondo. La realtà surreale dell’inverno a Concordia, però, è andata oltre la mia immaginazione. Ancora oggi mi sembra di aver vissuto all’interno di un film di fantascienza. Ci sono tornato dopo due anni e ho avuto la sensazione di non essere mai partito: è stato come tornare a casa“.

C’è un momento che porta particolarmente nel cuore?

“Il 6 novembre 2018, a metà mattina. Dopo nove mesi di isolamento, eravamo fuori, davanti alla base, in attesa impaziente del primo aereo che è apparso come un moscerino all’orizzonte. Udire quell’impercettibile ronzio spezzare il silenzio che da nove mesi dominava l’altopiano ci ha fatto piangere dall’emozione. Con quell’aereo sono arrivate sedici persone, e due casse di frutta e verdura con profumi che non sentivamo da tempo“.

Quando si è a ottanta gradi sotto lo zero, come cambia la percezione dell’urgenza climatica rispetto a chi legge o ascolta solo i dati in città?

“Quando sei lì, il clima non è più solo una curva su un grafico. La base si trova sopra una calotta di ghiaccio spessa circa 3 chilometri, che conserva minuscole bolle d’aria del passato. Il progetto Epica, condotto proprio a Concordia, ha studiato quel ghiaccio mostrando che negli ultimi 800mila anni temperatura e gas serra si sono mossi in modo strettamente legato, e che le concentrazioni attuali di CO2 e metano non hanno precedenti in quell’intervallo. Questo conta perché i gas serra regolano quanta energia resta intrappolata nell’atmosfera: non sono l’unico fattore del clima, ma sono un fattore decisivo. Per questo, quando aumentano così rapidamente, l’urgenza climatica diventa difficile da considerare astratta“.

Si è immerso in un luogo che consideriamo incontaminato, un vero Marte Bianco, che è allo stesso tempo il termometro più sensibile della salute globale. Da quell’osservatorio privilegiato ed estremo, qual è stato il segno più tangibile o inaspettato della presenza (e dell’impatto) umana globale che l’ha maggiormente colpita?

“A Concordia l’impatto della presenza umana globale non è tangibile nel modo in cui spesso lo immaginiamo. Sull’altopiano antartico le temperature restano stabilmente sotto lo zero, quindi non si osservano scioglimenti come in altre aree del continente. Il segno più forte, per me, non è visibile a occhio nudo, perché si trova nelle minuscole bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio. La loro analisi non è un’opinione ma, come dicevo prima, l’evidenza dell’aumento della concentrazione dei gas serra in atmosfera. È forse proprio questo l’aspetto che colpisce di più: in un luogo dove tutto sembra immobile e incontaminato, la presenza umana arriva comunque, sotto forma di una traccia chimica nell’aria“.

Si paragona spesso l’isolamento antartico a una missione spaziale o alla futura colonizzazione di Marte. Questa lontananza le ha fatto sviluppare un senso di appartenenza al nostro pianeta diverso da quello che aveva prima di partire?

“Ha amplificato un senso di unione con l’universo intero, non solo con il nostro pianeta. Quando ti trovi isolato dal resto del mondo, in un ambiente spoglio e buio, rimangono solo le stelle a farti compagnia, e ti senti parte del cosmo. È una sensazione difficile da spiegare, ma molto concreta: non sei più separato da ciò che ti circonda, bensì immerso nella stessa materia e nella stessa storia dell’universo“.

Oggi l’ecoansia è un fenomeno dilagante. Che consiglio darebbe a chi si sente impotente, rassegnato o spaventato di fronte alla vastità della crisi ambientale?

“Non dobbiamo confondere il vivere nel presente con il disinteresse per il futuro. Vivere nel presente significa anche agire per un futuro migliore, ma senza pretendere di controllare il risultato. La serenità nasce anche dal riconoscere che non possiamo controllare tutto, né portare sulle nostre spalle il peso delle grandi crisi del nostro tempo, compresa quella ambientale. Possiamo però dare il nostro contributo e, la sera, andare a dormire in pace, sapendo di aver fatto il massimo possibile per il bene comune“.

La domanda centrale del festival, che poniamo a tutti gli ospiti: cosa possiamo fare NOI, insieme, per il Pianeta?

“La prima cosa è accettare che la coperta è corta. La sostenibilità non può essere solo una parola gentile da affiancare al nostro stile di vita attuale, lasciando tutto com’è. Per avere un pianeta più abitabile, dobbiamo rinunciare a qualcosa: alcuni comfort, alcuni sprechi, alcune abitudini che consideriamo normali solo perché ci fanno comodo. Questo non significa vivere peggio, ma distinguere ciò che è davvero necessario da ciò che è solo consumo automatico. Concretamente possiamo iniziare a ridurre gli sprechi, consumare meno e meglio le risorse, sostenere politiche serie e pretendere responsabilità da istituzioni e aziende. Ma il punto centrale è culturale: non possiamo avere sempre tutto, subito e senza conseguenze“.