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Piero Genovesi: “L’ombra del lupo con cui convivere”

Piero Genovesi, responsabile del Servizio fauna selvatica di Ispra, sarà al Festival di G&B il 6 giugno 

Per l’esperto di fauna selvatica dell’Ispra la gestione dei grandi carnivori richiede soluzioni condivise e non posizioni estreme. “Abbiamo bisogno di alleanze tra istituzioni, scienziati e le comunità”. L’incontro con l’esperto e Valeria Barbi al Festival di Green&Blue il 6 giugno. Iscriviti gratis per partecipare

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La crescita degli orsi sulle Alpi e dei lupi in Italia è un successo della conservazione, delle leggi di protezione di specie che fino a pochi decenni fa erano considerate “nocivi”, e della maggiore consapevolezza che la Natura non è un nemico da combattere, ma una ricchezza da difendere. Oggi però questo successo ci mette di fronte a sfide che facciamo fatica ad accettare. Il ritorno dei lupi dai territori dai quali li avevamo sterminati, l’espansione degli orsi sulle Alpi, dopo che negli anni ‘90 si erano praticamente estinti, portano con sé delle problematiche che vanno affrontate e non nascoste. Negli ultimi mesi si è parlato molto di lupi, per due episodi opposti eppure strettamente collegati. Gli odiosi atti di bracconaggio che hanno portato all’avvelenamento di almeno 18 lupi tra il 30 marzo e il 20 aprile nell’area del parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.

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E la predazione da parte dei lupi del cane “Osso” di Michele Serra, raccontato dal giornalista in un post che ha scatenato un acceso dibattito, portando Serra a pubblicare in un secondo articolo su Repubblica delle ulteriori riflessioni. La principale causa di conflitti tra grandi carnivori e uomo è legata alla predazione sul bestiame. Se guardiamo ai costi economici potremmo il problema sembra molto limitato; i lupi causano perdite inferiori ai 2 milioni di Euro all’anno, un’inezia se pensiamo che cimice asiatica o granchio blu hanno causato perdite per centinaia di milioni di euro. Ma la questione è più complessa, perché la dimensione economica non ci dice tutto. In un settore già in grave difficoltà come l’allevamento di montagna, il pastore che sale in alpeggio e trova il gregge sterminato subisce un impatto che va ben oltre le poche migliaia di euro del costo delle pecore, ed è anche emotivo. A volte diventa la goccia che fa traboccare il vaso portando alcuni allevatori a rinunciare alla loro attività. Non dobbiamo fare l’errore di sminuire gli aspetti emotivi.

Quando i lupi entrano nei nostri paesi, predano i cani di casa, se non consideriamo il legame affettivo che ci lega ai nostri animali, o la preoccupazione delle comunità rischiamo di non comprendere le radici del conflitto e di non capire come affrontarlo. Michele Serra ci invita a ragionare su alcuni punti importanti. Innanzitutto, ci ricorda quanto sia doloroso perdere un cane molto amato. Poi chiede che chi ha la responsabilità delle decisioni ragioni sulla gestione dei lupi, tenendo conto dei dati scientifici e all’interno delle regole e delle leggi, ma senza rimandare all’infinito le scelte, perché altrimenti si rischia il “fai da te”, che è la cosa peggiore. La gestione dei lupi non è mai stato un tabù per noi tecnici; se qualche lupo causa danni particolarmente elevati o mette a rischio la sicurezza delle comunità, una volta valutate altre strade come la prevenzione o la dissuasione, l’abbattimento tecnicamente può essere accettabile. Ma la scelta rimane essenzialmente politica.

La scienza può dire quando un danno è effettivamente molto elevato, quali misure alternative si possono tentare, quando si può dire che queste non funzionano o sono inapplicabili. Ma la decisione finale, pur basandosi sui dati, deve anche tenere conto delle richieste delle comunità, delle percezioni sociali, e del quadro normativo. Quindi non può che essere che in capo agli amministratori, ai politici.

Nel caso di Osso è probabile che l’abbattimento di qualche lupo non avrebbe evitato l’attacco, perché in quella valle i lupi hanno imparato a predare cani e se un cane è libero di girare nelle ore di attività dei lupi, togliere qualche predatore non risolve il problema, e andavano allora trovate altre soluzioni. In altri casi invece, togliere qualche lupo - come quando è stata catturata la lupa che aveva morso 11 persone a Vasto nel 2023 - può essere risolutivo.

Questi episodi ci danno alcuni spunti:

1) i conflitti non sono mai tra animali e uomini, ma tra diversi settori della società, tra chi ha priorità diverse e percezioni alternative degli stessi problemi;

2) i dati scientifici da soli non risolvono i problemi, ma aiutano a trovare le migliori soluzioni, quindi bisogna investire in ricerca e monitoraggio;

3) non esistono bacchette magiche, coesistenza vuol dire fatica e lavoro, e gli esperti possono aiutare a gestire meglio i problemi;

4) le guerre di religione non aiutano né gli allevatori, né le comunità locali, né tanto meno i lupi o gli orsi.

Chi pensa di tornare agli anni ‘70, quando si usavano bocconi avvelenati e lacci, e si uccidevano i cuccioli nelle tane, non vuol vedere che la società è cambiata e che quella strada è chiusa per sempre. Chi non capisce la preoccupazione e i costi che i territori pagano alla presenza dei carnivori, non contribuisce alla tutela di orsi e lupi, ma rischia solo di esacerbare lo scontro. Abbiamo invece bisogno di dialogo e alleanze, tra istituzioni, ambientalisti, animalisti, allevatori, cacciatori e comunità locali. Noi ricercatori e tecnici siamo pronti a contribuire mettendo a disposizione dati e analisi oggettive.