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G&B Festival, Kate Marvel: “Abbiamo preso a calci il pianeta e non so alla fine come reagirà”

La climatologa Kate Marvel sul palco del G&B Festival durante l'intervista di Giacomo Talignani 

La climatologa Kate Marvel ospite al G&B Festival. Ha lasciato la Nasa in polemica con le politiche di Trump, ma non abbandona la speranza ed è comunque ottimista: "Stanno cercando di fermare la scienza ma abbiamo sempre di più gli strumenti per combattere contro la crisi del clima"

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MILANO – Kate Marvel parla da scienziata finalmente libera. Certe cose, come quelle che ieri ha detto sul palco del Festival di Green&Blu a Milano, non avrebbe mai potuto dirle se non si fosse licenziata dalla Nasa diventata ormai un “ramo del governo federale di Donald Trump”, un luogo dove “non si può più fare scienza liberamente”. Climatologa, scrittrice, oggi senior scientist presso il Project Drawdown e in precedenza ricercatrice della Nasa, Marvel - autrice del libro Nove emozioni – La natura umana di fronte al pianeta che cambia (Bollati Boringhieri, 2025) in protesta con i tagli, le posizioni negazioniste e le ingerenze dell'amministrazione Trump, si è licenziata dall'ente spaziale Usa per intraprendere una nuova battaglia. Una lotta fatta di “speranza e rabbia“ spiega.

“Abbiamo preso a calci il Pianeta e non sappiamo come reagirà. Ora, per affrontare la crisi, non serve un ottimismo cieco e la speranza non va usata come scusa. Bisogna invece essere consci che grazie ai dati, alla scienza, possiamo vedere chiaramente il futuro: con la crisi climatica le condizioni ambientali e i problemi stanno peggiorando, ma è anche vero che le soluzioni stanno migliorando e allora dobbiamo finalmente applicarle”.

L'obbligo dei ricercatori è "aggiornare il contratto, il patto fra scienza e società“ e mostrare a tutti queste soluzioni: “Se 10 anni fa mi avessero detto che eolico e solare sarebbero stati i metodi più economici per generare elettricità non ci avrei mai creduto. Invece oggi sono una realtà, una tendenza positiva che dobbiamo in tutti i modi accelerare“. Anche nei suoi Stati Uniti, quelli che ha pensato di abbandonare dopo l'arrivo di Trump. Poi però la rabbia l'ha fermata: “Non lascerò che mi caccino. Molte persone lavorano ancora alla Nasa: le ammiro, sono rimaste lì per responsabilità, per combattere dall'interno. Ma il mio compito però è fare scienza e per me la Nasa non è più un buon posto per la ricerca, per questo l'ho lasciata e ora mi sento più libera di portare avanti i miei studi, lontana da un luogo dove non si potevano nemmeno pronunciare parole come cambiamento climatico e addirittura biodiversità, solo perché conteneva la parola diversità al suo interno“.

Racconta la paura, con l'amministrazione del Tycoon, “di perdere dati fondamentali che riguardano tutti“ e il timore per quel “metodo che, ostacolando il flusso delle informazioni, punta a controllare la narrazione, a farci accettare come vero solo quello che ci dicono, in modo da continuare ad inquinare per scopi economici“.

Nonostante ciò, fra le tante tendenze negative, dobbiamo “imparare a guardare quelle positive. Io credo nei dati, sono una nerd, amo fare calcoli e nella battaglia tra nerd e autoritari voglio stare con i primi. Provano a fermare noi scienziati, ma abbiamo gli strumenti, le soluzioni che potrebbero aiutare a uscire da questa crisi: quello che andrebbe bloccato invece, la miglior maniera per prevenire il riscaldamento, è l'uso di fossili, il taglio delle foreste, la predazione degli oceani“. In questo, ogni Paese dovrebbe fare la propria parte, perché se aspettiamo “un governo mondiale che coordini un'azione globale beh, credo che non accadrà mai. Al contrario però se tutti noi ragionassimo con una lingua universale, come per esempio la matematica, la scienza, allora troveremmo risposte“.

Promette, Marvel, di continuare la sua battaglia perché senza la ricerca e l'analisi “un dato è solo uno zero e un uno su un hard drive” ma se si coinvolge di più la società allora “i dati insieme all'esperienza umana possono favorire il cambiamento“. In fondo, per lei che è una “ottimista patologica“ non è nemmeno più una questione di speranza, ma di volontà dal basso: “Sappiamo cosa fare, abbiamo le soluzioni. Il fatto di sperare di riuscirci o meno è irrilevante: dobbiamo farlo e basta. Per ritrovare la mia libertà ho dovuto lasciare l'ente spaziale. Non si possono più dire parole come cambiamento climatico o biodiversità“ .