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Francesca Brocchetta e il “ritorno alla selva”: “Recuperiamo la connessione con la Natura”

Francesca Brocchetta, autrice di "Ritorno alla selva: Per un nuovo contratto con la Terra" 

Nel suo saggio-inchiesta la giornalista propone una via d’uscita al modello urbano che ci rende infelici: “Serve un nuovo contratto con la Terra”

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Un nuovo contratto con la Terra. L’obiettivo è ambizioso, i tempi lo rendono necessario. Perché siamo sempre più “consumatori compulsivi, intrappolati in metropoli che ci hanno reso estranei al pianeta che ci ospita”. Francesca Brocchetta non usa mezzi termini nel suo Ritorno alla selva: Per un nuovo contratto con la Terra, edito da Il Millimetro, da pochi giorni in libreria. “Le nostre metropoli, con il loro ritmo frenetico e i loro stili di vita artificiali, ci hanno allontanato dalla natura, rendendoci estranei al mondo che ci ospita e ci nutre”, sottolinea. Di qui, un modello di “città rurale” in cui spazi verdi e infrastrutture si fondano e la tecnologia non alieni ma faciliti la coesistenza con l'ambiente. Un approccio, il suo, che dialoga con la Nature Restoration Law europea, il regolamento che prevede il ripristino degli habitat minacciati del territorio comunitario.

Il suo sembra quasi un ultimo appello. Da quale esigenza nasce?

“Da un lato, da un’esperienza diretta che mi ha portata a interrogarmi sul nostro benessere psicofisico e sull’ambiente naturale che ci circonda. Dall’altro ho maturato una domanda più ampia: perché oggi, in un’epoca di grande sviluppo tecnologico, siamo così distanti dal mondo naturale? Sono andata alle radici di questa frattura. È un tentativo di comprendere la crisi ambientale non solo sul piano scientifico, ma anche culturale, simbolico e umano. Per andare oltre una lettura puramente emergenziale del cambiamento climatico e aprire una riflessione sul nostro modo di abitare il mondo. Immaginando nuove forme di relazione tra uomo e Natura”.

Tre anni fa ha lasciato Roma per trasferirsi nel Parco Regionale di Veio: cosa l’ha spinta?

"È stata da un lato una scelta di rottura, dall’altro un processo maturato nel tempo. La spinta è stata legata alla mia salute: vivendo a Roma soffrivo di ipersensibilità elettromagnetica, una condizione difficile da gestire in un contesto urbano caratterizzato da un forte elettrosmog. A un certo punto ho capito il limite dell’adattamento e la necessità di cambiare radicalmente ambiente. In questo senso è stata una decisione netta, quasi necessaria. Ma non è stata una fuga improvvisa. Era già presente in me una ricerca, forse ancora inconsapevole, di un rapporto diverso con lo spazio e con il tempo. Il trasferimento nel Parco di Veio ha reso possibile questa trasformazione: lì ho iniziato a sperimentare un modo di vivere più lento, più concreto, più in relazione con ciò che mi circondava. Quello che inizialmente era un bisogno personale si è poi trasformato in una riflessione più ampia. Ho capito che la mia esperienza non era isolata, ma parlava di una condizione diffusa: quella di un distacco profondo tra l’essere umano e l’ambiente in cui vive”.

Non tutti possono però trasferirsi. Qual è, allora, una prima azione concreta che una persona che vive in città può compiere oggi per avvicinarsi al “ritorno alla selva”?

"La prima azione concreta non è tanto un gesto eclatante, quanto un cambio di prospettiva. Per chi vive in città, ‘ritorno alla selva’ non significa abbandonare tutto, ma iniziare a riconnettersi in modo consapevole con il vivente, anche nelle piccole cose. Può voler dire ritagliarsi del tempo quotidiano in uno spazio naturale – un parco, un giardino, anche un luogo minimo – ma viverlo davvero, senza distrazioni, ristabilendo un rapporto diretto con ciò che ci circonda. Accanto a questo, c’è una dimensione più pratica: modificare alcune abitudini, come il modo in cui consumiamo, ci muoviamo, ci alimentiamo, privilegiando scelte che riducono la distanza tra noi e ciò che consumiamo o ciò di cui ci serviamo. Ma soprattutto, la prima azione è imparare di nuovo a sentire. Perché il distacco dalla natura non è solo fisico, è percettivo e culturale. E senza questa riconnessione, anche le azioni più corrette rischiano di restare inefficaci”.

Come possiamo distinguere, oggi, tra desiderio di fuga e reale possibilità di riconciliazione con la natura?

“La differenza è soprattutto nell’intenzione e nella direzione del cambiamento. La fuga nasce spesso da un rifiuto: si percepisce il disagio della vita urbana, il rumore, la pressione, e si cerca un altrove che funzioni come rifugio. Ma se non cambia il modo in cui ci relazioniamo al mondo, si rischia di portare con sé gli stessi schemi anche in un contesto naturale, trasformando la Natura in uno spazio da consumare, magari più bello, ma non davvero vissuto. La riconciliazione, invece, è un processo più profondo. Non riguarda solo il luogo in cui si vive, ma il modo in cui si abita quel luogo. Significa accettare di entrare in relazione con la Natura, con i suoi tempi, i suoi limiti, anche con le sue difficoltà. È un cambiamento che coinvolge lo sguardo, le abitudini, il senso di appartenenza. Per questo nel libro parlo di trasformazione: non si tratta di andare “altrove”, ma di cambiare il nostro modo di stare nel mondo. E questo può iniziare ovunque, anche in città, se si è disposti a mettere in discussione il proprio rapporto con l’ambiente e con sé stessi”.

Lei descrive la Natura come qualcosa da riscoprire, più che da reinventare. Che cosa abbiamo dimenticato del nostro rapporto originario con il mondo naturale?

“Prima di tutto, di essere parte della Natura e non qualcosa di separato da essa. Nel tempo si è affermata una distanza, non solo fisica ma anche culturale, che ci ha portati a percepirci come esterni al mondo naturale, come se potessimo esistere indipendentemente dai suoi equilibri. In questo processo abbiamo perso un senso profondo di appartenenza: non ci riconosciamo più come inseriti in una rete di relazioni che ci precede e ci sostiene. Le culture antiche, pur con tutte le loro contraddizioni, riconoscevano che esistevano forze più grandi dell’uomo, con cui era necessario entrare in relazione. Oggi fatichiamo ad accettare questa dimensione e tendiamo a vedere ogni limite come qualcosa da superare, anziché da comprendere”.

Nel libro emerge spesso il tema dell’illusione di controllo propria dell’Antropocene. Cosa c'è dietro questa illusione?

"Dietro c’è una visione del mondo costruita nel tempo, che ha posto l’essere umano al centro come misura di tutte le cose. L’Antropocene è l’epoca in cui l’uomo è diventato una forza capace di modificare il pianeta su larga scala, e questo ha alimentato l’idea che tutto possa essere previsto, gestito, regolato. La tecnologia, in questo senso, ha rafforzato una fiducia incrollabile nella nostra capacità di intervenire su ogni aspetto del reale. Il problema è che questa visione tende a semplificare la complessità dei sistemi naturali. Gli ecosistemi non sono lineari, ma reti dinamiche, fatte di interdipendenze difficilmente controllabili e prevedibili. Quando pensiamo di poterli dominare completamente, rischiamo di produrre effetti imprevisti, spesso irreversibili. Questa illusione nasce quindi da una combinazione di fattori: progresso tecnico, fiducia nella razionalità, ma anche una certa difficoltà ad accettare l’incertezza e la vulnerabilità. Rimettere in discussione questa idea non significa rinunciare alla conoscenza o alla tecnologia, ma riconoscere che esistono limiti e che il rapporto con la Natura non può essere ridotto a una logica di dominio”.

Lei immagina una trasformazione non solo individuale, ma anche collettiva: ognuno di noi, scrive, ha un ruolo da svolgere in questa transizione. Dobbiamo impegnarci a cambiare i nostri comportamenti, a sostenere politiche ambientali lungimiranti e a coltivare una cultura fondata sul rispetto per ogni forma di vita. Ma siamo in grado di farlo? E come? “La riconciliazione con la Natura richiede cambiamenti su più livelli: non può essere solo una scelta individuale, ma deve diventare una trasformazione condivisa. Sul piano politico, è fondamentale uscire da una logica emergenziale e puntare su visioni di lungo periodo. Questo significa investire seriamente nella tutela e nel ripristino degli ecosistemi, ma anche ripensare il rapporto tra sviluppo economico e ambiente, sostenendo politiche che riducano il consumo di suolo, proteggano i territori fragili e valorizzino le aree rurali come risorse. Sul piano urbano, è necessario ridurre la pressione delle grandi città e immaginare modelli più equilibrati di distribuzione dell’abitare. Nel libro parlo di città rurale proprio in questo senso: contesti in cui servizi, lavoro e qualità della vita possano esistere anche al di fuori delle metropoli, restituendo centralità ai territori e favorendo una relazione più diretta con l’ambiente. Infine, sul piano sociale e culturale, il cambiamento più profondo riguarda il modo in cui pensiamo e viviamo il nostro rapporto con il mondo naturale. Significa educare al rispetto del vivente, ma anche rimettere al centro valori come la cura, il limite, la responsabilità. Senza questo passaggio, anche le politiche più avanzate rischiano di fallire”.

La tecnologia, smartphone in primis, ci allontana dalla Natura e dal rapporto con la terra?

"Gli smartphone e i social ci accompagnano ovunque, riducono i tempi di attesa, riempiono ogni spazio vuoto, interrompendo continuamente la nostra capacità di attenzione e di presenza, che sono condizioni fondamentali per entrare in relazione con il mondo naturale. La natura richiede tempo, silenzio, una certa disponibilità all’ascolto. È una relazione che non può essere accelerata o mediata completamente da uno schermo. Quando ogni esperienza passa attraverso un dispositivo, rischiamo di vivere tutto a distanza, anche ciò che abbiamo davanti agli occhi. Ma non credo che la soluzione sia rifiutare la tecnologia. Piuttosto, si tratta di ripensarne l’uso, restituendole una funzione di strumento e non di ambiente totale. Ad esempio la digitalizzazione può diventare una risorsa preziosa, rendendo oggi possibili strumenti come il telelavoro e lo smart working e permettendo a molte persone di vivere in contesti meno urbanizzati senza rinunciare alle opportunità professionali. In questo senso, possono contribuire a una redistribuzione più equilibrata dell’abitare, favorendo il ripopolamento delle aree rurali e riducendo la pressione sulle grandi città”.