Non servono solo le regole
di Federico FerrazzaA 50 anni dal “Disastro di Seveso” abbiamo imparato che la prevenzione costa meno della bonifica, che la trasparenza è un diritto, che la salute pubblica non è una variabile secondaria. L’Italia è un Paese più sicuro ma non abbastanza virtuoso. Ci sono ancora troppi luoghi per i quali sono stati riconosciuti danni e pericoli futuri ma su cui le soluzioni tardano ad arrivare. Il nuovo numero di Green&Blue
Il 10 luglio del 1976 una nube tossica si alzò dallo stabilimento di Meda della azienda svizzera Icmesa. Siamo nella bassa Brianza. E in quell’ammasso gassoso c’era la diossina TCDD. Che si depositò sui tetti, sugli orti e nei corpi degli abitanti di quei comuni. Con ingenti danni per la salute delle persone e per l’ambiente. È quello che è passato alla Storia come il Disastro di Seveso. Si tratta dell’atto di nascita dell’ambientalismo italiano moderno, ma anche dell’ambivalenza, che a volte sfocia in ambiguità, dell’Italia: un Paese capace di trasformare una tragedia in regole avanzate, meno capace di cambiare quelle stesse regole in cultura diffusa del rischio. Da Seveso, infatti, nacque la Direttiva europea che porta il suo nome, oggi arrivata alla terza versione, la Seveso III. È uno dei pilastri della politica industriale europea: mappatura degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante, piani di emergenza, informazione ai cittadini, controlli stringenti. In questo senso, l’Italia è stata laboratorio normativo. Abbiamo imparato che la prevenzione costa meno della bonifica, che la trasparenza è un diritto, che la salute pubblica non è una variabile secondaria.
Eppure.
Eppure, a cinquant’anni di distanza, la fotografia è meno nitida di quello che dovrebbe. Perché a dispetto delle leggi, ci sono ancora troppi luoghi per i quali sono stati riconosciuti danni e pericoli futuri ma su cui le soluzioni tardano ad arrivare. E poi è cambiato il “paesaggio del rischio”.
Come abbiamo visto qualche settimana fa a Niscemi, in Sicilia, oggi non temiamo solo la nube tossica, ma anche le alluvioni che travolgono le città, la siccità che desertifica le campagne, le ondate di calore che piegano i territori e le loro economie. Seveso era insomma solo un punto di una mappa più grande. Che, peraltro, è in continuo aggiornamento.
L’Italia ha fatto passi avanti enormi nelle bonifiche, nel monitoraggio ambientale, nella cultura della protezione civile. Ma resta fragile nella pianificazione urbana, nel consumo di suolo, nella lentezza delle autorizzazioni per le rinnovabili, nella manutenzione ordinaria del territorio e degli impianti industriali, molti dei quali obsoleti. La lezione di Seveso (a cui è dedicato questo numero di Green&Blue, in uscita mercoledì 4 marzo gratis con Repubblica) è stata chiara: il rischio va governato prima che esploda. Oggi sappiamo che questo rischio è sistemico e interconnesso, ma continuiamo a inseguirlo troppo spesso evento per evento.
A cinquant’anni da Seveso, l’Italia è un Paese più consapevole ma non ancora abbastanza coraggioso e virtuoso. Abbiamo strumenti normativi solidi, competenze scientifiche riconosciute, molte imprese che innovano. Ci manca però spesso la continuità politica, la visione di lungo periodo, la capacità di dire dei no prima che sia troppo tardi. Quel disastro ci ha insegnato che l’ambiente non è uno sfondo, ma l’infrastruttura invisibile della nostra vita economica e sociale.