Non servono solo le regole
L’intervista

A 50 anni da Seveso: “Salviamo i territori intossicati da incuria, malaffare e criminalità”

Giuseppe Vadalà è stato nominato Commissario straordinario nel  2017
Giuseppe Vadalà è stato nominato Commissario straordinario nel 2017 

Parla Giuseppe Vadalà, Commissario unico alle bonifiche e alle discariche. “Sui rifiuti realizzati grandi progressi, così come sul traffico illegale”

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“Commissario unico alle bonifiche delle discariche”. Basterebbe l’incarico di governo a fare del generale Giuseppe Vadalà la persona giusta con cui fare il punto sui progressi fatti nella lotta all’inquinamento del territorio italiano. Poi si aggiunge una esperienza pluridecennale, prima come ufficiale del Corpo forestale, poi dei Carabinieri, quindi dal 2017 come Commissario straordinario e infine, appunto, Commissario unico. Tra gli “ecomostri” di cui si è occupato e si dovrà occupare figurano il petrolchimico di Priolo, la discarica di Malagrotta, la Terra dei Fuochi. Ma, precisa il generale, il suo resta un ambito di intervento specifico, legato soprattutto a contenziosi tra l’Italia e l’Unione europea. Insomma, non è l’uomo di tutte le bonifiche ma solo di alcune. E però in questi quasi dieci anni da Commissario, con la sua struttura, ha contribuito a curare molti territori feriti e intossicati da ignoranza, malaffare e criminalità vera e propria. “Stiamo lavorando su un retaggio del passato“, spiega il generale. “Siamo chiamati a intervenire in una gestione del rifiuto iniziata negli anni Settanta (quelli di Seveso, ndr) quando non c’erano norme in materia. Oggi siamo l’ultimo anello di una catena che fortunatamente non esiste più. Esiste o l’illegalità totale oppure una cultura da cambiare, ma in generale il rifiuto viene gestito meglio“.

Generale Vadalà, come nasce il Commissario per le bonifiche?

“Sono stato nominato dal governo nel 2017 per sanare il contenzioso con la Corte europea di giustizia su 81 discariche abusive: nel 2014 era stata comminata una sanzione all’Italia di 42,6 milioni di euro ogni sei mesi. In origine le discariche erano 200, ma dal 2014 al 2017 il ministero dell’Ambiente aveva risolto 119 casi con problematiche essenzialmente amministrative. Le 81 discariche restanti richiedevano dei lavori da eseguire ed erano casi i più complessi».Qual è la situazione oggi?«I lavori nelle 81 discariche sono stati terminati il 2 dicembre del 2025, con l’ultimo sito bonificato, quello di Chioggia. Stiamo aspettando il parere finale della Commissione Ue per le ultime quattro. Nel frattempo la sanzione è passata da oltre 42 milioni a semestre del 2014 a un milione ogni sei mesi. Appena arriverà il parere finale della Commissione, ritengo entro giugno, terminerà questo lungo contenzioso. La cifra complessiva pagata dall’Italia ammonta a circa 300 milioni di euro. Il nostro lavoro ha fatto risparmiare soldi e disinquinato i territori».

Missione compiuta?

“No, perché nel corso degli anni si sono aggiunti nuovi siti. Anche questi erano oggetto di un contenzioso europeo in atto. I primi sono stati i 4 delle “discariche preesistenti”, discariche cioè precendenti al varo di una norma sulla sicurezza del 2003: tre nella regione Basilicata e una in Abruzzo. In questo caso non erano abusive, bensì autorizzate, ma non messe in sicurezza. Così come è successo per Malagrotta, affidata a noi nel 2022 dopo che era stata chiusa nel 2013».

Chi paga per queste bonifiche?«Ci si rivale sui proprietari privati: perché se c’è da bonificare vuol dire che la discarica è stata gestita male“.

Una volta finito il vostro intervento cosa ne è delle discariche bonificate? Vengono reintegrate nel paesaggio o restano una cicatrice indelebile?

“Per la mia esperienza, le discariche possono essere reintegrate nel paesaggio. Se si visitano oggi i siti che abbiamo messo in sicurezza non si trovano percolato e gabbiani, ma prati e alberi. A Pizzo (Vibo Valentia) abbiamo rimosso 50mila tonnellate di rifiuti abbandonati sulla spiaggia: oggi è stata ricostituita la duna e abbiamo realizzato opere compensative: campi sportivi per la cittadinanza. Ad Ascoli Piceno invece ci siamo occupati del sito della Sgl Carbon, azienda che faceva elettrodi di carbonio, mettendo in sicurezza il fiume Tronto. Ma una delle storie più belle arriva da Augusta, in provincia di Siracusa“.

Ce la racconti.

“L’ex campo sportivo della squadra del Megara era sotto sequestro da 22 anni per via della cenere di pirite proveniente del vicino petrolchimico di Priolo che veniva ammucchiata lì. Abbiamo in parte bonificato e in parte messo in sicurezza il campo sportivo. Lo abbiamo inaugurato ad inizio febbraio. In alcune situazioni, grazie ai risparmi della gara d’appalto, oppure chiedendo migliorie alle ditte che la vincono, si riescono a fare interventi di questo tipo“.

Ma come si bonifica un sito inquinato?

“Ci sono due tipi di intervento. La messa in sicurezza del sito, cioè tutti quegli interventi che confinano il rifiuto, impedendo che contamini l’ambiente. E quindi muri di cinta, copertura con teli e argille, captazione e filtraggio del percolato, captazione e utilizzo dei biogas per produrre energia. Poi c’è la bonifica vera e propria, che consiste nella rimozione del rifiuto e dei terreni che ha contaminato. Infine, ci sono soluzioni miste e tecniche specifiche che dipendono dal sito e dal tipo di rifiuto, come ad Augusta. È chiaro che l’approccio dipende dal sito preso in considerazione…“.

Malagrotta si mette in sicurezza, la spiaggia di Pizzo si bonifica.

“Esatto“.

Su quali altri fronti siete impegnati?

“Abbiamo due siti finanziati con il Pnrr. Uno a Lamezia Terme, vicino ad un insediamento che trattava rifiuti. La Regione Calabria lo ha affidato a noi e parallelamente sta facendo un grande lavoro per integrare queste comunità. L’altro sito è nel Mugello, in provincia di Firenze: c’era una cava usata come discarica. L’abbiamo messa in sicurezza. Sempre in Toscana, anche qui per incarico della Regione, stiamo lavorando su tre siti del cosiddetto Keu, uno scarto inquinante delle industrie conciarie di Santa Croce all’Arno che rilascia cadmio. Invece di essere trattato, veniva disperso nell’ambiente o interrato. Noi stiano lavorando alla bonifica di questi tre siti. E poi c’è la Campania…“.

L’incarico le è stato affidato un anno fa: ben 20 siti, a giudicare dalla vostra mappa online.

“Sono quelli su cui intervenire prioritariamente, ma sono 285 i siti da bonificare in Campania, di cui 83 pubblici e i restanti privati. Ci aspetta un lavoro di dieci anni, secondo la nostra stima, per più di un miliardo di euro di spesa complessiva“.

Alla luce di tutto questo, qual è il suo giudizio complessivo sulle situazione?

“Sono stati fatti grandi progressi. Oggi nessun sindaco autorizza una discarica come è stato fatto in passato: i siti si scelgono a ragion veduta. Ed è migliorata tutta la gestione dei rifiuti: gli impianti di trattamento oggi ci sono e funzionano. Mi riferisco a quelli dove si fa la differenziata, alle discariche e ai termovalorizzatori“.

E il traffico illegale?

“Esiste ancora, ma non nelle dimensioni del business messo in piedi dai Casalesi. L’azione della magistratura e delle forze dell’ordine ha stroncato questi traffici. E continua perseguire ciò che resta, per esempio l’attenzione ora è focalizzata su alcune rotte, come quella che collega la Campania alla Puglia“.

Cosa auspica da Commissario unico alle bonifiche?

“Che i rifiuti siano gestiti sempre meglio, che si continuino a fare impianti per il loro trattamento, che se ne producano sempre meno e che si faccia sempre più differenziata: se i rifiuti sono pochi e ben gestiti non conviene a nessuno usare la scorciatoia di affidarli alla criminalità“.