Andrea e Marco Spinelli: “Quel mollusco, che scoperta: un regalo del mare”
Due fratelli e una scoperta scientifica nel Canale di Sicilia. “Lo abbiamo chiamato come nostro padre, Federico, che ci ha trasmesso l’amore per il mare. Ad oggi non ci rendiamo conto di avere sotto gli occhi un mare inesplorato”
Il mare ha sempre rappresentato l’ignoto ed è stato da sempre immaginato come abitato da esseri giganteschi e mostruosi. Un immaginario che parla di balene bianche, piovre giganti o di mostri che hanno fatto la fortuna di alcuni libri come Moby Dick di Herman Melville o 20mila leghe sotto i mari di Jules Verne. Del mare, da poche settimane conosciamo un abitante in più. Si tratta di nuovo mollusco e le sue dimensioni sono in realtà piccole, solo pochi millimetri. A scoprirlo sono stati due fratelli che da anni coniugano film making, Marco Spinelli è un documentarista e divulgatore, e ricerca scientifica mentre Andrea è biologo marino, ed è quest’ultimo a raccontarci l’incontro con questa nuova specie di mollusco.
“In una recente spedizione scientifica, durante il progetto Missione Skerki, supportato dalla Fondazione dell’Oceanografico di Valencia, abbiamo fatto la scoperta che ogni biologo marino e naturalista sogna di fare sin da bambino, una nuova specie di organismo ad oggi sconosciuta e mai descritta scientificamente. Una nuova specie di mollusco gasteropode, una piccola lumaca di mare - continua Andrea - che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e descrivere per la prima volta alla comunità scientifica. Si chiama Steromphala federicii”.
È vero che l’avete trovata “in montagna”?
“L’abbiamo rinvenuta in una ‘montagna sottomarina’, a Skerki, che si trova nel Canale di Sicilia, a circa 70 miglia dalla costa italiana e circa 65 dalla costa tunisina. Si tratta di una catena montuosa sottomarina, che emerge da una profondità di circa 400 metri fino alla superficie del mare, nel punto zero conosciuto come "Scoglio Keith", coprendo un'area di oltre 500 km quadrati. Il Banco Skerki rappresenta probabilmente l'unico angolo incontaminato del nostro Mare Nostrum, preservato in modo completamente naturale. Questo paradiso di biodiversità è sorvegliato esclusivamente dalle correnti e dalle onde, situato al largo del Canale di Sicilia”.
Quanti esemplari credete ci siano?
“È difficile stimare con esattezza quanti esemplari ci possano essere. Per ora sappiamo che vive in zone poco profonde, probabilmente in alcune grotte, dove sono stati trovati quasi un centinaio di esemplari, e che non supera i pochi millimetri di dimensione. Sono stati rinvenuti esemplari adulti e giovani, a testimonianza del fatto che la specie vive e si riproduce nella zona”.
Come nasce questo nome? Come si battezza un animale sinora sconosciuto?
“Le origini del nome derivano dalla grande passione per il mare che a me e mio fratello Marco è stata tramandata dai nostri genitori e soprattutto da nostro padre che sin da bambini ci ha insegnato a rispettare il mare, immergendoci insieme a lui. Per questo motivo abbiamo deciso di dedicare il nome della specie Steromphala federicii a lui, che si chiama Federico, un piccolo regalo a chi ci ha ‘donato’ il mare. La descrizione di una nuova specie segue un percorso abbastanza lungo dal punto di vista scientifico, l’articolo che descrive la morfologia e le sue caratteristiche deve essere inviato a una rivista internazionale, e dopo l’approvazione dell’Editor, passa da alcuni reviewers internazionali specializzati in tassonomia che rivedono attentamente ogni dettaglio descritto, in caso positivo si passa alla registrazione del nome nel portale internazionale di tutte le specie viventi sul Pianeta (ZooBank) affinché sia possibile proporre il nome per l’accettazione”.
Che caratteristiche hanno questi molluschi?
“L'ultima specie di mollusco del genere Steromphala, nel nostro Mediterraneo, era stata descritta nel 1853. Sono trascorsi quasi 200 anni e la scienza ci ha fatto questo regalo. Nel nostro caso si tratta della specie più piccola al mondo ad oggi conosciuta di Steromphala, non supera pochi millimetri di dimensione e vive a bassa profondità. Difficile, ad oggi, poter dare maggiori informazioni, abbiamo la necessità di conoscere di più riguardo l’ecologia di questa specie”.
La comunità scientifica, come ha reagito?
“La scoperta e la descrizione della nuova specie sono state pubblicate sulla rivista internazionale Biodiversity Journal con la collaborazione del biologo marino Ivan Gatí e del professore di ecologia marina Salvatore Giacobbe dell’Università di Messina. Abbiamo avuto un grande riscontro positivo soprattutto da parte dei grandi esperti di gasteropodi Europei, che con sincero entusiasmo ci hanno dato la loro disponibilità per collaborare alle future spedizioni che verranno”.
È frequente fare scoperte nei mari?
“Sono diverse le scoperte che si effettuano ogni anno nei mari di tutto il mondo. È poco comune farlo nel nostro Mar Mediterraneo. Una delle più importanti di questi ultimi anni è dello scorso anno ed è stata fatta dal team di National Geographic di Manu San Felix, celebre biologo marino che ha scoperto la colonia di coralli più grande del mondo, nell’Oceano Pacifico, a pochi metri di profondità. Non ci rendiamo conto di avere sotto gli occhi un mare inesplorato. Ad oggi conosciamo circa 3 milioni di specie viventi sul nostro Pianeta, stimiamo in realtà che ce ne siano circa 30 milioni. Conosciamo quindi solo una piccola parte della vita sulla Terra. I fondali marini, poi, sono meno conosciuti della superficie lunare e questo dice tutto su quanto ancora dobbiamo studiare e scoprire”.
Il mare oggi è al centro di tanti interessi, quali sono i rischi?
“Il rischio numero uno è l’essere umano. La causa della riduzione della vita nei nostri mari è dovuta alle attività antropiche. La pesca eccessiva, l’inquinamento, l’effetto serra, il cambio climatico stanno accelerando un processo di impoverimento dei mari e desertificazione. Molte specie sono minacciate e c’è il rischio che la vita nei nostri mari si riduca drasticamente con il tempo. Questo significa che dobbiamo salvaguardare quello che ancora non abbiamo perso e cercare di recuperare e restaurare quello che purtroppo l’uomo ha distrutto”.
Le leggi e i trattati internazionale, sono in grado di garantire una tutela adeguata?
“A livello internazionale si lavora assiduamente affinché il 30% dei nostri mari siano protetti entro il 2030. Purtroppo, la realtà è che ad oggi sono poche le zone realmente protette integralmente, meno del 7%, una percentuale che fatica ad aumentare”.
Tu lavori in Spagna, possiamo definirti un cervello in fuga, è possibile fare ricerca in Italia?
“Mi ritengo assolutamente un cervello scappato via da un modello che in Italia non permette ai giovani biologi marini e ricercatori di dedicare la propria vita a quella che dovrebbe essere una priorità per il Paese, ovvero l’ambiente e la salvaguardia della casa in cui viviamo. In Spagna, da circa 8 anni lavoro presso il centro di ricerca della Fondazione dell’Oceanografico di Valencia, dove copro il ruolo di ricercatore, leader di 7 linea di ricerca per la conservazione di specie marine a rischio e habitat minacciati, inoltre mi dedico alla restaurazione e recupero di ecosistemi marini in declino. Un ruolo che in Italia intravedi quando la tua carriera sta per finire. All’estero vengono premiate la creatività e le proposte dei giovani biologi, ecologi, naturalisti. Non si può dire lo stesso del nostro Paese”.
Come sta cambiando la ricerca scientifica, più bombole e video o più provette?
“Io sono un grande conservazionista, nel senso che prediligo la ricerca in campo, in mare, dove posso vedere e documentare con i miei occhi quello che accade. Naturalmente il lavoro in laboratorio è imprescindibile per elaborare campioni e ottenere risultati. In realtà, non può esistere un lavoro di campo senza laboratorio e viceversa”.
Lavori con tuo fratello? Come vi coordinate?
“Lavoro insieme a Marco e soprattutto vivo il mare insieme a lui. In gran parte dei progetti scientifici che portiamo avanti c’è sempre una grande aspetto divulgativo e di comunicazione al quale dedichiamo molto tempo. Ogni progetto scientifico ha degli obiettivi e dei risultati che spesso si traducono in articoli scientifici che non vanno oltre la condivisione nella comunità scientifica. Insieme a Marco, traduciamo questi risultati in immagini e racconti reali che riusciamo a trasmettere al grande pubblico, a tutte le persone che hanno passione per la conoscenza della nostra natura e del nostro Pianeta. Io mi dedico alla parte scientifica dei progetti, Marco alla parte divulgativa, di story telling e di comunicazione. Insieme ci completiamo per trasmettere il messaggio corretto alle persone”.